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Nicodemo Librandi: camminando le sue vigne

http://www.librandi.it/

Era da lungo tempo che dovevo realizzare un incontro – la Vita è l’arte dell’incontro, come diceva il poeta – ma ho aspettato che se ne presentasse, quasi a caso – ma tutti sappiamo che il caso non esiste – l’0ccasione proficua.

E’ successo al bagno Nikos: Gianni Caparra mi ha presentato Nicodemo Librandi e, seduta stante, abbiamo combinato una visita alle vigne e alle cantine.

Con un pick-up fuoristrada e tre amici (dei quali un fotografo professionista romano e due semplici appassionati napoletani) Nicodemo ci ha guidati per una visita mozzafiato alle sue vigne situate tra Strongoli e Rocca di Neto, a pochi chilometri a sud di Cirò Marina, tra lo Ionio e le prime pendici della Sila, intorno alla foce del fiume Neto.

Emozionante per davvero questo panorama, unico in Italia, tra le arsure delle dolci alture ormai secche di stoppie e le chiazze geometriche del verde rigoglioso delle vigne in agosto, ormai gonfie di succhi sensuali, desiderosi di farsi vino. Le immagini che ho realizzato, a cui non metto volutamente didascalie, testimoniano di quanto affermo.

Nicodemo è una persona di alta statura, capelli canuti e sguardo penetrante, declinato in una nota sfumata di rilassato disincanto eppure fermo, sicuro, non scevro di una qualche dolcezza. Passione immensa, che trasmette senza alcun pudore ai suoi ospiti, per le sue vigne rigogliose, per i suoi 83 diversi tipi di agrumi (e su tutti i prediletti bergamotti), per i suoi olivi, per la storia della sua famiglia.

Azienda nata dalla passione contadina del papà Raffaele negli anni ’50, sviluppatasi a partire dai primi anni Ottanta con una acquisizione importante di 40 ha e poi esplosa negli anni Novanta con un altro importante investimento di oltre 200 ettari nella zona di Rocca di Neto. Guidata con saggezza dall’enologo pugliese Severino Garofano fino al 1997 e oggi nelle mani esperte del piemontese Donato Lanati, l’azienda, dai primi anni Novanta, ha investito con convinzione nella ricerca sperimentale sui vitigni autoctoni calabresi – oltre 250, di cui almeno 80 per certo senza parentele estranee al territorio – con l’autorevole guida di Attilio Scienza e il CNR di Torino.

Oggi, pur con la dolorosa e recente perdita del fratello Antonio, Nicodemo Librandi guida una realtà che produce oltre 2,5 milioni di bottiglie – con una quota export del 50% – che si estende su  360 ettari, di cui  232 vitati e un centinaio piantati a oliveto. Pochi anni fa è stata creata un’associazione che raccogli 42 vignaioli che conferiscono i loro prodotti a Librandi e che Nicodemo accudisce con grande attenzione alla cultura del territorio e alla sensibilità dell’evoluzione globale del mondo del vino.

In un prossimo articolo mi riservo di trattare delle circa trenta etichette che la Cantina produce.

Che altro dire se non suggerire una visita a questa realtà, vero orgoglio (assai più che un’eccellenza, come usa dire spesso a sproposito oggi) calabrese; a ascoltarne la storia, a berne i suoi vini eccellenti.

Salute.

PS: questo articolo lo dovevo, soprattutto, a Gino Veronelli, innamorato di quest’azienda.

 

 

Le parole lucide di Attilio Scienza

Riporto assai volentieri uno scritto di Attilio Scienza, tratto dal settimanale economico del Gamberorosso on-line del 26 marzo 2015 (anno 6, numero 13). L’intervento del Prof. Scienza è quanto mai lucido e opportuno; soprattutto, come al solito, indica una via: la sola perseguibile, fuori da mode illusorie e disinformazione mediatica.

vini&scienza.

SOSTENIBILITÀ, BENE COMUNE?

Attilio-Scienza-RiccagioiaL’Italia è in preda ad un incantesimo ideologico che esalta un passato dal quale siamo fortunatamente usciti grazie alla sofferenza ed al lavoro delle generazioni precedenti: si vuol far credere che i “contadini” possano costruire sulla nostalgia, la prospettiva economica del terzo millennio. Il cibo “narrato e naturale”, del quale non abbiamo nessuna prova sia migliore dell’altro, ci costa però molto di più. Mentre noi narriamo il cibo, il resto del mondo sta incrementando le rese per ettaro e ci fornisce le commodity necessarie per il nostro made in Italy. Serve innovazione, ricerca e sperimentazione per migliorare la qualità e la quantità delle nostre produzioni. Mentre i Paesi nordeuropei si aspettano per le grandi problematiche quali cambiamenti climatici, protezione ambientale e produzione di energia, che le innovazioni scientifiche e tecnologiche avranno un impatto positivo, l’Italia assieme all’Austria è il Paese dove ci si aspettano meno ricadute positive. Si ascoltano più le sirene nostalgiche che il parere dei ricercatori. Dall’ultimo dopoguerra ad oggi le persone a rischio della vita per fame è sceso di tre volte. Il cambiamento è avvenuto per le innovazioni portate nelle campagne: meccanizzazione, selezione dei semi, la chimica fine che ha aiutato a combattere funghi, insetti, etc. La nuova religione è la gastrolatria: meglio degustare che mangiare, meglio assaggiare che bere. Se oggi l’Italia marca un ritardo economico ed una stanchezza progettuale è perché ha smarrito le capacità organizzative del sistema. Resilienza non significa decrescita, piuttosto maggiore comprensione dei processi produttivi per individuarne i punti deboli ed introdurre innovazioni che consentono un migliore utilizzo delle risorse naturali. I progetti di sostenibilità non possono essere ricondotti ad un travaso passivo di norme dall’ente certificatore al viticoltore, come da un bicchiere pieno ad uno vuoto, nel nostro caso le teste dei viticoltori entro le quali versare il sacro liquido del sapere, ma quello di aprire in loro il vuoto. Nella pedagogia di un progetto di sostenibilità, la cosa più importante è creare nel viticoltore il vuoto, un luogo (in senso aristotelico) dove coltivare la curiosità e la voglia di imparare e capire.

Attilio Scienza Ordinario di Viticoltura Università degli Studi di Milano

 

L’agrometeorologo al Vinitaly

Ricevo e volentieri pubblico.

 

Marchio vinitaly

VINO E CAMBIAMENTI CLIMATICI:

L’AGROMETEOROLOGO STRATEGICO PER IL FUTURO DELLA PRODUZIONE

Verona, 24 marzo 2014. Prevedere e interpretare i dati ed i segni del tempo per aiutare il viticoltore: ecco la sfida dell’agrometeorologo, una figura che si sta rivelando sempre più fondamentale nel futuro delle aziende vitivinicole. Agricoltura e cambiamenti meteorologico-atmosferici, tra i temi al centro di Vinitaly, la rassegna internazionale dedicata a vini e distillati, in programma a Veronafiere dal 6 al 9 aprile (www.vinitaly.com), si intrecciano da sempre.

Nessun raccolto può infatti prescindere dal tempo e gli agricoltori si sono sempre attrezzati per capire come intervenire sui campi.

I vigneti non fanno eccezione: i cambiamenti climatici, infatti, potrebbero costringere a cambiare alcune delle pratiche che hanno accompagnato e fatto crescere il vino negli ultimi 20-30 anni.

Contro questa minaccia, un aiuto può giungere dall’agrometeorologia: scienza che studia le interazioni dei fattori meteorologici ed idrologici con l’ecosistema agricolo-forestale e con l’agricoltura.

È una scienza di confine, tesa cioè a valorizzare i legami esistenti fra discipline del settore fisico e biologico che focalizzano la loro attenzione sugli ecosistemi agricoli e forestali, per dare risposte a problemi concreti a livello aziendale e territoriale.

«L’agrometeorologia è senz’altro un elemento utile – spiega il climatologo Giampiero Maracchi, professore di Climatologia all’Università degli Studi di Firenze  – perché permette, dal punto di vista pratico, di diminuire, per esempio, i trattamenti. La climatologia consente con le previsioni stagionali, di avere un’idea di come sarà l’andamento del tempo e quindi come comportarsi nell’eventuale distribuzione di trattamenti e fertilizzazioni. Abbiamo inoltre sperimentato – aggiunge Maracchi – che un trattamento mirato sulle basi meteo, permette di passare da 7-8 trattamenti a 4-5 l’anno, riducendo costi e impatto chimico sul territorio. Nell’insieme, l’agrometeorologia, dà un grosso contributo per un’agricoltura più “safe” come dicono gli americani. Cioè con meno interventi generici e più mirati, tenendo conto del rapporto tra prodotti utilizzati ed ambiente. Un agrometeorologo però non lo vedo in un’azienda perché forse sarebbe eccessivo. Magari in un Consorzio, invece, potrebbe essere una personalità interessante, e potrebbe suggerire una zonazione climatica dei terreni delle aziende appartenenti a quel Consorzio».

«Un’innovazione che dovrebbe esserci nel futuro delle aziende – sottolinea Leonardo Valenti, professore di Viticoltura all’Università degli Studi di Milanoè la raccolta dei dati agro-meteo, fondamentale per stabilire tutte quelle che sono le situazioni legate all’evoluzione del prodotto nell’annata e, al contempo, comprendere dove andrà la viticoltura dell’azienda nel futuro. Ormai bisogna interpretare ogni singola annata in maniera puntuale, basarsi sull’andamento stagionale per capire come meglio intervenire sulle coltivazioni. Essere una ventina di giorni in anticipo – secondo Valenti –comporta un cambiamento sostanziale. Vendemmiare prima cambia completamente il quadro acido, le caratteristiche aromatiche e le caratteristiche zuccherine delle uve. È indispensabile quindi avere delle nozioni che permettano di interpretare al meglio le situazioni ambientali».

«L’atmosfera è l’elemento più variabile dell’ecosistema e dell’agrosistema viticolo – afferma Luigi Mariani, professore di Agrometeorologia all’Università degli Studi di Milanol’agrometeorologo è colui che cerca di rendere coscienti agronomo e viticoltore sui cambiamenti climatici. Oggi vi sono prodotti previsionali molto interessanti che fino a qualche anno fa non erano disponibili. Ci consentono di andare a stimare quale tempo farà nell’arco di una settimana con una certa esattezza. Fare agrometeorologia significa considerare risorse idriche insieme agli andamenti fitopatologici e alle variabili atmosferiche. Sapere, per esempio, quando piove è una risorsa anche per risparmiare  – aggiunge Mariani – non rischiando così che i trattamenti vengano portati via dall’acqua. Ci vuole una coscienza meteorologica che deve far parte del viticoltore».

L’agrometeorologo è una «figura fondamentale» secondo Attilio Scienza, professore di Viticoltura all’Università degli Studi di Milano che raccoglie tutti i dati e dà indicazioni precise su come sviluppare un lavoro in vigna: «Chi fa la meteorologia locale e applicativa può dare indicazioni importanti per due aspetti. Prima di tutto il  modello meteorologico è fondamentale per calcolare il rischio di malattie parassitarie, consentendo di ridurre i trattamenti in un anno anche del 50% e diminuire l’impatto della chimica sui terreni. Il secondo punto sono i modelli di irrigazione, cioè il fabbisogno idrico. Quando si supera in un territorio la soglia di rischio di fabbisogno idrico – conclude Scienza – e la pianta comincia ad andare in stress, c’è bisogno di una figura che segnali l’allarme e la quota di acqua da dare».

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