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Vertigine della lista, Umberto Eco

Ho finito di leggere questo ennesimo lavoro di Umberto Eco, al solito ricco non soltanto di nuove e stimolanti conoscenze ma stimolo anch’esso verso aperture e prospettive attraenti, insolite. insondate.

E’ più che un libro un’antologia con un apparato iconografico almeno pari alla qualità delle citazioni scritte; una lettura impegnativa, non per molti.

Oltre 400 pagine per 40 euri scarsi bene assai spesi se da questa lista di liste si sappia estrarre l’elenco quello che più è nostro o la comparazione più ardua, quella cui mai s’era pensato; o compilare una lista di omissioni, di dimenticanze e, tra queste, una lista di liste omesse per scelta e un’altra lista di liste per necessità dimenticate.

Si trovano liste di angeli e dèmoni, di fiori e di gioielli, di libri e di condottieri, di animali. Liste omogenee, liste disomogenee, liste strampalate, liste surreali, liste poetiche. Brilla, com’è ovvio, tra le altre la lista degli animali di Jorge il cieco e su quella lista Eco chiude al meglio, non senza aver citato anche sé stesso – Il nome della rosa e l’irresistibile Baudolino.

Mi è rimasta una curiosità: Eco cita il cimitero di Edgar Lee Masters ma non accenna mai a quelle liste di caduti che in tutte le città e i paesi d’Italia, e del mondo, testimoniano di guerre, eccidi, massacri, eccetera. E non v’è traccia di quella lista straordinaria, per molti e molti versi, che costituisce il monumento, in Washington, ai caduti americani del Vietnam: mi piacerebbe sapere se è una omissione voluta oppure no.

Umberto Eco, Il Cimitero di Praga

La tesi – ma più che una tesi è una larga metafora – è la seguente: il falso verosimile è meno falso del vero inverosimile, a volte anche del vero verosimile. Inoltre, i segreti e le indiscrezioni sono tanto più interessanti quanto più vicine a ciò che si vuol sentire.

Umberto Eco è uno dei miei riferimenti: ne ho letti tutti i romanzi e larga parte della saggistica, a cominciare da Apocalittici e integrati. Questo suo ultimo lavoro, però, non mi è piaciuto.

Non è un romanzo e come feuilleton è poco credibile; non è un saggio storico: è un gioco raffinatissimo e coltissimo spinto oltre limiti accettabili.

Spesso noioso, spesso con riferimenti per i quali l’ironia – che a me tanto piace – di Eco pare fuori luogo; denso di troppi fatti, di troppi personaggi storici che sono nomi e cognomi ma non riescono a diventare personaggi letterari.

Lo stesso Simone (Simonino) Simonini – non può non essere colta l’assonanza con la simonia…- è un simbolo, non mai un personaggio letterario, come tutti gli altri del resto.

Eco è un saggista inarrivabile che ha saputo confezionare un capolavoro come Il nome della rosa che, in fondo, è una meravigliosa contaminazione – a diversi livelli di lettura – tra saggio e romanzo: ma in quel libro irripetibile ci sono personaggi, atmosfere, odori, colori, addirittura poesia – Eco tutto può essere, meno che poeta -, caratteristiche tutte che Il cimitero di Praga non possiede.

Ricorrendo all’ottica della geometria frattale, tutto il lavoro ha le medesime caratteristiche delle numerose ricette gastronomiche citate: precisissime, chirurgiche, con lingua e filologia curatissime, ma ricette che sono mere elencazioni, che non odorano, che non hanno colore, che non fanno venire l’acquolina.

Ho pensato spesso, leggendo, a Il pendolo di Focault – assai meglio riuscito -, ho pensato a Baudolino – uno dei libri più divertenti che abbia mai letto. Sono andato con la memoria a un piccolo gioiello che pochi o punti ricordano e che a me piacque assai: L’isola del giorno prima.

Stimando Umberto Eco, posso dire che qui ha spinto il gioco, mi ripeto, troppo in là e non so quanti di quelli che questo libro hanno comprato lo leggeranno tutto e ne capiranno appieno la metafora di fondo o potranno apprezzarne appieno la coltissima – e pur stucchevole – struttura.

Umberto Eco

Il Cimitero di Praga

Bompiani, 523 pp, € 19,50

Umberto Eco, Apocalittici e integrati

Questo è un libro che Eco pubblicò nel 1964, poco più che trentenne (Umberto Eco è nato a Alessandria il 5 gennaio del 1932). La mia edizione è la III dei Tascabili Bompiani del 1982.

L’ho riletto dopo anni: ebbene, questo è un testo che dovrebbe essere bibbia per chiunque professi qualunque mestiere che attiene alla comunicazione, all’arte, allo spettacolo. Un testo non soltanto più che valido ancora oggi, a distanza di quasi mezzo secolo: un testo che traccia metodi di ricerca, definisce parametri di giudizio, delinea angoli prospettici attraverso i quali osservare fenomeni e fenomenologie anche di là da venire.

Alcuni dei capitoli di questo lavoro fondamentale sono un riferimento irrinunciabile: il capitolo dedicato al kitsch, i due capitoli dedicati ai personaggi, alcuni passi profetici della parte che indaga il fenomeno, allora fresco, della musica di consumo. Infine tutta la parte che tratta della fenomenologia della Televisione che, ricordo, allora non aveva ancora compiuto 10 anni di vita nel nostro Paese.

Il saggio – nella parte finale che dà il titolo a tutto il volume, Da Pathmos a Salamanca – con la vicenda del personaggio archetipico Milo Temesvar è un testo che rivela le capacità di un intellettuale e di un autore che sarà in grado di scrivere libri, ormai veri Classici,come Il nome della rosa o Baudolino.

Uno degli ultimi lavori per le mostre a New Delhi

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(Dolcetto d’Alba Gemme di Billia 2008)

“Mi sono detto che un’immagine così voleva dire qualcosa, anche se non so proprio cosa voglia dire, ma sai com’è, tu fai una figura e poi quello che vuole dire lo inventano gli altri, tanto va sempre bene.”

Umberto Eco, Baudolino (uno dei libri più divertenti che mi sia capitato di leggere)