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Buonamico Buffalmacco, dipintore bislacco

 

Buonamico Buffalmacco, dipintore bislacco 

“Nella città di Firenze, che sempre di nuovi uomeni è stata doviziosa, furono già certi dipintori e altri maestri, li quali essendo a un luogo fuori della città, che si chiama San Miniato a Monte, per alcuna dipintura e lavorío che alla chiesa si dovea fare; quando ebbono desinato con l’Abate e ben pasciuti e bene avvinazzati, cominciorono a questionare; e fra l’altre questione mosse uno, che avea nome l’Orcagna, il quale fu capo maestro dell’oratorio nobile di Nostra Donna d’Orto San Michele: – Qual fu il maggior maestro di dipignere, che altro, che sia stato da Giotto in fuori? – Chi dicea che fu Cimabue, chi Stefano, chi Bernardo, e chi Buffalmacco, e chi uno e chi un altro (…) dierono a maestro Alberto la bacchetta, e feciono venire del vino della botte, con lo quale si rifiorirono molto bene, dicendo all’Abate che la domenica seguente tornerebbono tutti a dire il loro parere sopra quello di che avevono aúto consiglio.”

Il brano sopra riportato è tratto dalla novella 136 de “Il trecentonovelle” di Franco Sacchetti, mercante e uomo politico fiorentino nato a Ragusa (Dalmazia) nel 1332 e morto in San Miniato nel 1400 – le date non sono certissime.

E’ una raccolta di 300 novelle, di cui ne rimangono 223, composta intorno all’ultimo decennio del Trecento; il valore letterario del Sacchetti non è pari all’arte somma del “Decameron”, pur tuttavia la freschezza dello stile e le testimonianze di prima mano sul quotidiano del periodo ne fanno un’opera di grande interesse.

E’ qui che appare il nome del dipintore Buffalmacco, soprannome di Buonamico, comparato ai più grandi pittori del tempo in una discussione fra maestri che certo, ben pasciuti, avvinazzati e rifioriti da non piccole quantità di vino di botte, disquisiscono allegramente tra loro.

Così lo descrive Giorgio Vasari, grande artista del Cinquecento e senza dubbio primo storico e critico d’arte con il suo “Le vite dei più eccellenti pittori, scultori e architetti”, nella prima edizione (1550, detta “Torrentino” cui seguì quella più ampia e definitiva del 1568, detta “Giunti”):

“Non fece mai la natura un burlevole e con qualche grazia garbato, ch’ancora non fosse a caso e da straccurataggine accompagnato nel viver suo. E nientedimeno si truovano alle volte costoro sí diligenti, per la dolcezza dell’amicizia, nelle comodità di coloro che amano, che per fare i fatti loro il piú delle volte dimenticano se medesimi. Onde, se costoro usassero la astuzia ch’è lor data dal cielo, si leverebbono dattorno quella necessità, che nasce nelle vecchiezze loro e negli infortuni ove si veggono incorrere il piú delle volte, e serbandosi il capitale di qualcosa delle fatica della giovanezza, diventerebbe loro comodità utilissima e necessaria, in quel tempo proprio ove sono tutte le miserie e tutte le incomodità. E certamente chi ciò fa, s’assicura benissimo per la vecchiaia e vive con minor sospetto e con maggior

contentezza. Questo non seppe fare Buonamico detto Buffalmacco, pittor fiorentino,celebrato dalla lingua di messer Giovanni Boccaccio nel suo Decamerone.”

Buonamico Buffalmacco è divenuto celebre, più che per le sue qualità indubitabili di ottimo pittore, come personaggio protagonista del “Decameron” di Giovanni Boccaccio (1313-1375, la straordinaria raccolta di novelle fu composta intorno al 1350), in cui in alcune trame famose, ormai proverbiali, architetta, insieme al compare Bruno, anch’egli pittore, burle epocali ai danni di Calandrino.

Celeberrima la vicenda dell’elitropia, ma non sono da meno le storie del maiale rubato al poverino e fatto da questi riacquistare e quella, esilarante, in cui Calandrino vien fatto credere gravido per poi essere guarito dai due allegri compari.

E’ un pittore che mi è caro per la semplice ragione che qualche fonte, non molto bene informata, lo cita come l’artista che dipinse con il vino.

In verità Giorgio Vasari riporta nel racconto della sua vita un episodio in cui il burlone, prendendosi gioco di alcune monache credulone per le quali stava lavorando e avendo apprezzato assai il loro vino, fa credere di migliorare gli incarnati delle figure mescolando i colori con la buona vernaccia:

“…Perché, scornate dalla burla, fecero cercare al castaldo di Buonamico, il quale con grandissime risa si ricondusse al lavoro, dichiarando alle monache la differenza ch’era da gli uomini alle brocche. Ora quivi in pochi giorni lavorando finí una storia, di ch’elle vedutola si contentaron molto, a una cosa sola apponendosi: che le figure parevano loro troppo smorticce. Per il che Buonamico, il quale aveva inteso che la badessa aveva una bonissima vernaccia, che per lo sacrificio della messa serbava, le disse esserci rimedio ad acconciarle; che avendo vernaccia, la qual buona fusse, stemperandola ne’ colori e toccandone le gote e ‘l corpo delle figure, le farebbe tornare il colore piú vivace che non avevano; di che ne fu fornito mentre che durò il lavoro, et egli fece le figure piú rosse co i colori, et a sé et a gli amici suoi il colore medesimamente mantenne…”

Come ben si può comprendere dal brano del Vasari, Buffalmacco la vernaccia, vino rosso si badi bene, la usava nel modo più acconcio: mantenendo per sé e per gli amici il colore del vino.

Il pittore Buonamico operò nella prima metà del Trecento e viene ricordato soprattutto per il ciclo di affreschi del cimitero monumentale di Pisa, definiti “Trionfo della Morte”. Di non certissima attribuzione, costituiscono uno dei lavori più importanti del periodo e sono da considerare opera di grande e peculiare stile pittorico.

Nelle novelle del Sacchetti  (136, 161, 169, 191 e 192) sono esilaranti gli episodi in cui il pittore burlone scopre che a rovinare i suoi affreschi, commissionati da un certo vescovo, è uno scimpanzè di proprietà del prelato che egli smaschera e inchioda alla sua colpa, condannandolo a assistere dentro una gabbia al suo lavoro.

In un altro racconto beffa i committenti Perugini, che lo infastidivano oltre ogni sopportazione durante la realizzazione dell’affresco, dipingendo il loro amato Santo Ercolano con in testa una corona di pesci di lago.

Ma l’immaginazione sfrenata dell’artista bislacco raggiunge l’apice nell’architettare una processione notturna di scarafaggi sui quali ha messo, per tramite di spilli, delle minuscole candeline accese: servono a terrorizzare il pittore suo maestro di bottega che lo sveglia ogni notte per farlo lavorare. Al tapino passeranno quelle smanie e il giovane garzone Buffalmacco potrà dormire in pace.

L’occasione della stesura di questo scritto mi ha  dato modo di rileggere opere che perlopiù si è obbligati, ahimé malamente e con scarsa preparazione, a studiare in età adolescenziale, quando costituiscono quasi sempre una fatica fastidiosa: visitate oggi diventano al contrario una riscoperta piacevolissima; l’occasione di verificare ancora una volta la ricchezza della nostra tradizione letteraria a cui ha attinto tutta l’arte dell’Occidente dal Quattrocento in poi.