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Un’americana alla corte dei Savoia, 1861-1865

Libro delizioso pubblicato nel 2004 da Umberto Allemandi & C.. Editore in Torino.

E’ in 8° grande, cartonato e con sopracopertina plastificata, bella carta avoriata di almeno 115 gr. per 286 pagine e 25 €.

Il sottotitolo recita: Il diario dell’ambasciatrice degli Stati Uniti in Italia dal 1861 al 1865. L’autrice è in verità la moglie Caroline dell’ambasciatore George Perkins Marsh, arrivati a Torino il giorno del funerale del conte Camillo Benso di Cavour, venerdì 7 giugno 1861. Il testo ripropone un terzo circa del diario originale, che arriva ai primi mesi del 1865, con lo spostamento della corte – e quindi anche delle ambasciate – a Firenze. Qui il diario s’interrompe bruscamente.

Il periodo che occupa questo piccolo gioiello è cruciale: il neonato Stato Italiano deve affrontare non soltanto i nuovi temi e i problemi legati alla fresca Unità, ma soprattutto la morte improvvisa dell’unico uomo di Stato capace di pensare e di agire con visione e prospettive nazionali e europee. Deve affrontare il problema Garibaldi, vedersela con l’influenza della Francia per Roma e dell’impero asburgico per Venezia e Trieste.

L’ottica, tra impressioni politiche e notazioni di costume, è quella di una donna liberale, che ama Lincoln e adora Garibaldi; un’americana del New England che trova i costumi della corte sabauda provinciali, arretrati, legati a concetti di nobiltà fuori del tempo; ma che subisce il fascino di una Città straordinaria e di alcuni personaggi di grande cultura: incontra Garibaldi, il Re, Ricasoli, Rattazzi, Plana, l’abate Baruffi, Sella e ancora Manzoni, D’Azeglio, Cantù…Davvero una chicca che apre uno spaccato inconsueto sul neonato Stato in quella che fu una fase storica cruciale. Ne riporto alcune brevi citazioni.

“Ogni giorno ci arrivano nuove richieste di impiego nell’esercito americano. Sembra davvero strano che tanti ufficiali italiani dell’esercito abbiano perso il posto per aver seguito Garibaldi. Non si può credere che, dopo aver raccolto tanti frutti per il loro coraggio, il governo non sappia chiudere un occhio per il modo irregolare con cui l’hanno dimostrato( 27 luglio 1861) […] I contadini in generale mangiano carne solo tre volte all’anno. Nella piena stagione, quando il lavoro è più pesante, iniziano la giornata alle quattro di mattina, alle sette circa consumano un pezzo di pane accompagnato a volte, ma raramente, un po’ (sic) di vino (30 luglio 1861) […] Stamattina abbiamo avuto una dimostrazione dell’ingegnosità degli italiani e del loro patriottismo. Pensavo di aver visto il tricolore, bianco, rosso e verde, in ogni possibile combinazione, forma, materiale e prodotto usciti dall’immaginazione  degli italiani, fino a che stamattina ci è stata presentata una novità: un’insalata tricolore fatta di barbabietole, patate e olive preparata con un chiaro riferimento alla bandiera. Mi chiedo se le stelle e strisce americane siano mai state vezzeggiate in questo modo (17 dicembre 1862) […] [Carrie, segretaria dell’Ambasciatore] E’ affascinata dalla cultura che ha trovato a Napoli, dal talento (l’attività intellettuale è molto più intensa che a Torino) e dall’emancipazione molto più consistente che altrove. I piemontesi al seguito della duchessa non volevano nemmeno ammettere la bellezza naturale di quei posti ed erano impazienti di ritornare non tanto alle loro belle montagne (pochi di loro sembrano sapere di averne), ma alle loro piccole cerchie di amici e alle loro abitudini (9 giugno 1863) […] Mi era sembrato così improbabile che qualcosa di serio potesse aver luogo senza un maggiore tumulto. Stamattina, però, abbiamo appreso con grande stupore e dolore di molte persone morte o ferite: la gendarmeria aveva sparato alla gente (alcuni dicono per ordine di Peruzzi) e la Guardia Nazionale aveva poi sparato alla gendarmeria, arrestando e ferendo molte persone. Una parziale barricata era stata eretta in piazza San Carlo e si era tentato di armare tutti i cittadini, ma verso mezzanotte era ritornata la calma (22 settembre 1864).”

Oryza sativa: si fa presto a dire riso

Ne mangiamo una media di circa 5 kg a testa all’anno. In Asia la media statistica supera ovunque i 100 kg e in alcuni paesi si arriva a oltre 150 kg all’anno a testa! E’, con il mais, l’unico cereale che non contiene glutine. I cinesi e gli indiani lo coltivano da 7.000 anni, ma lo mangiavano, selvatico, già 10.000 anni prima. Perché cresca occorre acqua, tanta acqua: intorno al XV secolo si scoprì che la pianura padana, tra Lombardia e Piemonte, poteva costituire un habitat assai favorevole per questa piantina fino a allora usata come pianta medicinale. Furono gli Sforza a incoraggiarne per primi la coltura e fu Camillo Cavour che ne sviluppò la diffusione nel vercellese (il Canale Cavour, da lui voluto, fu un’opera fondamentale per questa coltura). Oggi noi siamo i primi produttori europei e siamo considerati i maestri, all’avanguardia nel mondo, per lo sviluppo della qualità. Ma il riso, che tutti mangiamo, ha bisogno di una serie di complesse lavorazioni per arrivare in maniera opportuna nei nostri piatti. L’azienda Acquerello, tra le pochissime che possiede la filiera completa (dal campo alla confezione), è senza dubbio la realtà a livello mondiale che dal riso sa trarre la qualità migliore. Nelle fotografie di seguito, la Riseria e le macchine che trasformano il Risone appena raccolto nei preziosi chicchi Acquerello, l’unico che può vantare la gemma (di norma tra gli scarti) come suo componente: è il brevetto di Piero Rondolino. Ma poco vale descriverlo, bisogna mangiarlo (il riso, non il brevetto….).

www.acquerello.it

Ristorante Del Cambio 1757, Torino

Sto preparando alcuni articoli che riguardano il più bel ristorante del mondo: Del Cambio, a Torino, in piazza Carignano fin dal 1757. Sono stato ospitato in questa cattedrale della ristorazione con garbo e senza affettazioni o false cerimoniosità – al contrario di quanto il luogo comune vuole essere peculiare dei torinesi.

Mi è stata preparata una Finanziera classica, cucinata a modo da Riccardo Ferrero, chef torinesissimo (per quattro anni alla corte del Maestro Gualtiero), dal 2006 padrone delle cucine di questo luogo di suggestioni.

Vincenzo Di Lauro, sommelier di origini molisane ma torinese per amore  – da dodici anni alla cura delle cantine del ristorante (quasi 700 etichette e oltre 6.500 bottiglie) – mi ha fatto accompagnare la Finanziera con una superba bottiglia di Barbera d’Asti Superiore 2007 Montruc di  Martinetti.

Daniele Sacco, direttore del ristorante da 27 anni, è stato il discreto ospite. Sono ritratti nella foto – lo sfondo è costituito dal tavolo del conte Camillo Cavour (è lo stesso posto su cui è fotografata, in suo onore, la Finanziera) – da sinistra: Vincenzo, Riccardo e Daniele.

Salute e lunga vita a questo Monumento della Ristorazione Torinese, Italiana, Europea e, se vengono di più lontano, sono benvenuti tra noi.