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Orazio

, il divino poeta di Carpe diem e  di Nunc est bibendum

Carpe diem

“………

Pensaci: bevi un po’ di vino

e per il breve arco della vita

tronca ogni lunga speranza.

Mentre parliamo, con astio

il tempo se n’è già fuggito.

Goditi il presente

e non credere al futuro.”

E’ la fine dell’11° celeberrimo carme del 1° libro ( di quattro ) delle Odi che Quinto Flacco compose circa tra il 30 e il 13 a.C. Devo ammettere che parlando di non sono critico affidabile: come per Marziale, di cui su queste pagine ho avuto agio di trattare, ho una smisurata ammirazione per questo autentico Classico,  classico forse più di ogni altro.

nacque l’8 dicembre del 65 a.C. a Venosa, borgo allora situato al confine tra Apulia e Lucania, oggi in provincia di Potenza e terra del grande Aglianico. Figlio di un liberto, quindi un ex schiavo, che era riuscito a mettere insieme un discreto patrimonio svolgendo il mestiere di esattore delle tasse, fu dal padre mandato a studiare a Roma nelle migliori scuole di grammatica e di retorica. Il Poeta ebbe uno straordinario rapporto di affetto nei confronti del padre: lo definì “il migliore dei padri possibili” e suo maestro di vita e di morale. Probabilmente perse la madre in tenera età.

A Roma fu allievo del manesco grammatico Ofilio: i metodi d’insegnamento prevedevano sonore scariche di mazzate, quando gli allievi non svolgevano a dovere i compiti loro assegnati. Intorno all’età di vent’anni, si recò a Atene per perfezionare gli studi e entrare in contatto col coltissimo mondo greco. Ebbe la ventura di lasciarsi coinvolgere, la vicenda non fu mai chiarita, dai tirannicidi Bruto e Cassio nella guerra che li vide sconfitti nella celebre battaglia di Filippi, 42 a.C. Non si sa come, egli era diventato “tribunus militum”, ovvero comandante di legione che conobbe l’onta (lo racconta egli stesso) della fuga codarda dal campo di battaglia.

Tornò a Roma, approfittando di un armistizio che Ottaviano concesse ai nemici concittadini: non trovò più suo padre e i suoi beni, confiscati e assegnati ai reduci vittoriosi. Per vivere, dopo aver sperimentato la povertà, trovò un impiego come contabile, “scriba quaestorius”, nell’amministrazione pubblica. E’ in questo periodo che comincia a scrivere e vedono la luce le “Satire” e gli “Epòdi”.

I suoi scritti vengono notati e apprezzati da Virgilio, di cui diventa amico e con cui frequenterà la scuola epicurea di Sirone a Napoli; Virgilio, tra il 39 e il 38 lo introduce nella ristretta cerchia delle amicizie del grande Mecenate. Con questo straordinario personaggio intrecciò un rapporto di profonda amicizia e di grande stima, sono moltissimi i componimenti ch’egli dedicò al suo amico e benefattore: infatti,Mecenate gli fece dono, intorno al 33, di un podere nelle campagne della Sabina (a nord di Roma, verso Rieti). , felice, si ritirava spesso a meditare e scrivere nel suo podere, lontano dalle  incombenze romane che coinvolgevano anche lui, ormai poeta apprezzato e uomo molto in vista.

E’ di questi anni la grande stima di Ottaviano, divenuto ormai Augusto, alle cui offerte , benché ormai allineato cesarista, seppe sempre sottrarsi, almeno fino al 17 a.C., allorché, morto Virgilio (70-19 a.C.), vate ufficiale , toccò a lui scrivere il “Carmen speculare” in onore di Diana e Apollo, componimento da cantare durante i ludi che in quell’anno sancivano l’inizio della “Pax Augusta”.

In questi anni scrive e pubblica le “Epistole” e i primi 3 libri delle “Odi”, gli ultimi lavori, il 4° libro delle “Odi” (che contiene alcuni carmi celebrativi dedicati ai figli di Augusto) e la celebre “Ars poetica” , sono del 13 aC.

si spegne il 27 novembre dell’8 a.C., pochi mesi dopo la scomparsa del suo grande amico Mecenate.

A Mecenate

“In coppe modeste berrai un vinello

sabino, che io stesso ho suggellato

in anfore greche, quando in teatro

ti tributarono,

mio caro Mecenate, quell’applauso,

che le rive del nostro fiume e l’eco

dei colli per gioco ti riportarono

con le tue lodi.

Tu bevi cecubo o vino spremuto

in torchi caleni, ma non falerno

o vini dei colli di Formia riempiono

i miei bicchieri….”

è il poeta del buon senso, del giusto mezzo: come nessun altro domina la materia che sono le parole e la metrica, come nessun altro riprende i classici greci, gli amati Alceo, Mimnermo, Saffo, Anacreonte, Pindaro, e con gli stessi metri crea capolavori assoluti che saranno un riferimento costante a cominciare dai suoi contemporanei per arrivare ai nostri tempi (solo i romantici non ebbero in grande stima, fu il quasi coevo Catullo, assai più passionale, a scaldare i loro animi).

Per la sconfitta di Cleopatra

“Ora puoi bere, puoi il piede battere libero

sulla terra; tornato, tornato è ora il tempo

di ornare, amici, l’ara degli dei

con un banchetto da fare invidia ai Salii.

Sacrilego prima sarebbe stato togliere

il cecubo dalle cantine, finché ebbra

per l’onda della fortuna e in balia

d’ogni speranza, con la sua accozzaglia

d’uomini sfregiata dalle mutilazioni,

quella regina impazzita minacciava

di abbattere il Campidoglio e annientare

l’impero……”

Questa è la celebre ode del primo libro che celebra la sconfitta di Cleopatra a Azio, nel 31 a.C., e che comincia con il famoso: “Nunc est bibendum…”, ripreso da Alceo: ” E’ ora di ubriacarci…”; ma dopo aver brindato, rende all’orgogliosa regina l’onore che merita la grandezza della donna e la sua scelta estrema. A proposito di donne: ne amò tante….Frina, Lidia, Cloe, Fillide. Scrisse anche abbastanza delle sue donne, ma non perse mai la testa per nessuna, né mai si sposò: le donne come il vino, piaceri fugaci di cui non abusare anche se si chiamano Falerno, Cècubo, Màssico, vino di Creta, di Rodi o di Coo; a volte è meglio l’umile Sabino o l’Albano, come una liberta può essere più coinvolgente di una nobildonna….

A Taliarco

“…Guarda la neve che imbianca tutto

il Soratte e gli alberi che gemono

al suo peso, i fiumi rappresi

nella morsa del gelo.

Sciogli questo freddo, Taliarco,

e legna, legna aggiungi al focolare;

poi senza calcolo versa vino vecchio

da un’anfora sabina….”

A Varo

Prima della vite sacra non piantare, Varo,

alcun albero alle dolci pendici di Tivoli

o intorno alle mura di Càtilo:

agli astemi Bacco rende ogni cosa penosa

e gli affanni che ti rodono

non si dissolvono altrimenti.

Chi dopo aver bevuto ha sulle labbra ancora

i disagi della milizia o della povertà?…..”

Le traduzioni non rendono la raffinatissima metrica che il poeta piega ai contenuti agresti e agli assilli quotidiani: a noi porgere attenzione al vino che scorre e allevia i tormenti.

La lirica successiva è una delle poesie più belle che io abbia mai letto a proposito del vino, parla di un’anfora, ma è una preziosa bottiglia dei nostri giorni.

All’anfora

“Nata con me al tempo del console Manlio,

sia che tu porti lamenti o gioia, litigi,

amori folli o un sonno senza sogni,

anfora consacrata, a qualunque titolo

fu eletto il massico che conservi, ma certo

degna d’essere aperta in un giorno felice,

scendi qui fra noi ora che Corvino

impone d’offrire un vino prelibato.

E non sarà lui, che si è nutrito dei dialoghi

socratici, a trascurarti per moralismo:

anche il cuore severo di Catone

si scaldò, come sai, a volte col vino.

Agli animi che meno sono inclini tu

fai dolce violenza; col giocondo Lieo

tu riveli l’angoscia dei sapienti

e i pensieri che nell’intimo nascondono;

tu ridoni speranza ai cuori che s’angustiano

e al povero, che dopo il vino piú non teme

l’ira imperscrutabile dei re e l’arma

dei soldati, regali forza e coraggio.

Se di cuore qui verranno Libero, Venere

e le Grazie che non vogliono separarsi,

sarai fra noi al lume delle fiaccole

finché il sole non disperderà le stelle.”

Tutte le liriche fin’ora citate sono tratte dal primo libro delle “Odi”; voglio chiudere questo mio breve e necessariamente lacunoso intervento su , con un brano tratto  dal secondo libro delle “Satire”, è il racconto di un sontuoso banchetto dato dall’arricchito Nasidieno in onore di Mecenate: sul più bello, in mezzo a portate sontuose, sul triclinio rovina col suo carico di polvere l’intero baldacchino… E’ un giovane, ironico, non ancora allineato. Ci fornisce un piccolo, attendibile quadro di come i ricchi di allora si trattavano a tavola.

Un anfitrione insopportabile

“Ti sei divertito alla cena

di Nasidieno, quel riccone?

Ieri ti cercavo per invitarti

e m’hanno detto ch’eri là

a bere sin dal mezzogiorno……..

……Viene allora servita, lunga distesa nel piatto,

una murena, guarnita di gamberetti in umido.

E subito l’anfitrione: ‘È stata presa gravida,

perché una volta deposte le uova,

la sua carne sarebbe peggiorata.

L’intingolo è composto di questi ingredienti:

olio di Venafro, quello di prima spremitura;

salsa di pesci marinati dell’Iberia;

vino di cinque anni, ma nostrano

e versato durante la cottura

(a cottura finita, invece,

il piú indicato di tutti è quello di Chio);

pepe bianco e un poco d’aceto,

fermentato dal vino di Metimna.

Per primo ho suggerito di cuocervi dentro

la ruchetta verde e l’èmula amara;

Curtillo vi aggiunge anche i ricci,

ma non lavati,

perché la schiuma che sprigionano i frutti di mare

è meglio della salamoia’.

Sul piú bello il baldacchino appeso al soffitto

rovinò pesantemente sul piatto,

trascinando tanta polvere nera,

quanta non ne solleva l’aquilone

nella pianura di Campania…………..”

Vincenzo Reda