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Charles Baudelaire e dintorni

I miei libri importanti io li ho massacrati, altro che rispetto! Li ho annotati, spiegazzati, macchiati. Perché sono i libri che servono me e non viceversa. Non mi piacciono coloro i quali trattano i libri come reliquie! Questo, a esempio, è la 1° edizione negli Oscar dei Diari Intimi di Baudelaire, lo comprai a 500 lire nel 1970 (avevo 16 anni scarsi). L’ho consumato e a ogni rilettura (ancora oggi) apprendo faccende nuove. Forse realizzerò di averlo compreso appieno quando sarò riuscito a distruggerlo: non mi servirà più.

Ma ancora non è giunta l’ora sua, almeno per questo libro!

Dunque, ecco una citazione che trovo straordinaria:

«Tutto è numero.

Il numero è in tutto.

Il numero è nell’individuo.

L’ebrezza è un numero».

Rileggendo Baudelaire. Mica male per un Poeta….

Charles Baudelaire, Del vino e dell’hashish

Charles«Un individuo alquanto celebre e al contempo un emerito imbecille, qualità che, a quanto pare, insieme non stridono, come avrò modo di dimostrare più volte, in un libro sulla tavola concepito dal duplice punto di vista dell’igiene e del piacere, alla voce vino ha osato scrivere quanto segue: Noè, il patriarca, passa per essere l’inventore del vino, un liquore tratto dal frutto della vite.

E dopo? Dopo niente. Altro che questo. Avrete un bello scorrere il volume, rigirarlo, leggerlo di dritto e di rovescio, da destra a sinistra e viceversa: non troverete altro sul vino nelle Phisiologie Du Gout dell’illustre Brillat Savarin.

Provo a immaginare un abitante della luna o di qualche remoto pianeta che, viaggiando sulla terra, affaticato dal viaggio pensi di rinfrescarsi il palato e riempirsi lo stomaco. Egli, interessato a conoscere i nostri piaceri e le nostre abitudini, ha avuto notizia di liquori deliziosi con i quali ci procuriamo coraggio e gioia. per non sbagliare nella scelta, extraterrestre apre l’oracolo del gusto, il rinomato e infallibile Brillat-Savarin dove rileva alla voce vino la preziosa informazione di cui sopra. Dopo di che è impossibile non avere un’idea coerente e precisa di tutte le varietà di vini, delle diverse qualità e inconvenienti, del loro potere sullo stomaco e sulla psiche.Pavese

Ah cari amici, non leggete quel Brillat-Savarin. Dio preservi coloro che gli sono cari dalle letture inutili: è una massima tratta da un libretto di Lavater, un filosofo che ha amato gli uomini più di tutti i magistrati del mondo antico e moderno. Nessun dolce è stato battezzato con il nome di Lavater, ma la memoria di quell’uomo sarà ancora viva nel popolo quando anche i bravi borghesi avranno obliato il Brillat-Savarin, una sorta di brioches insipida, il cui minor difetto consiste nel servire da scusa a una litania di massime scioccamente pedanti, tratte dal più volte citato capolavoro».

Baudelaire scrive queste parole nel 1851, circa 25 anni dopo la pubblicazione del libro di Brillat-Savarin, che ebbe un successo immediato e clamoroso. Purtroppo, egli ha ragione ma sbaglierà completamente le sue valutazioni: oggi tutti sanno chi è Brillat-Savarin e pochi ricordano lo svizzero Johann Caspar Lavater (1741/1801). Non v’è dubbio che il lavoro di Brillat-Savarin è stato ed è sopravvalutato: Baudelaire ha mille volte ragione!

In questo libro Baudelaire tratta benissimo il vino, pare ovvio, e in maniera assai approfondita descrive con il suo stile unico le malefatte che causa il consumo (allora la sostanza si assumeva per via orale come una sorta di marmellata; pochissimi la fumavano) dell’hashish, contro cui si schiera senza alcuna esitazione.

Testo di notevole interesse, purtroppo tradotto non benissimo e redatto anche peggio (Edizioni Clandestine, 2015 Massa, pp. 91, 7,50€).

Charles Baudelaire, Diari intimi

Non si dia retta a tutti coloro i quali dicono che i libri sono sacri, che vanno tenuti come rari gioielli: sono fesserie di chi i libri non li usa e non li tiene in conto. I libri amano essere manipolati, annotati, consumati, torturati nel senso fisico di questi concetti. Allora servono chi li ha acquistati, e sono felici.

Questa 1° edizione degli Oscar Mondadori dei Diari intimi di Baudelaire è del 1970; la comprai per ben lire 500 (oggi, 50 centesimi di euro) e ci passai momenti memorabili della mia adolescenza inquieta. Conservo con cura una specie di fossile slabbrato, sbrindellato, sgualcito quasi illegibile: certo, forse, il libro che mi ha servito al meglio; quello, tra i tanti, cui sono più affezionato.

L’incipit è formidabile: “Anche se Dio non esistesse, la religione resterebbe santa e divina. Dio è il solo essere che, per regnare, non abbia nemmeno bisogno d’esistere. Le creazioni dello spirito sono più vive della materia. Amore è gusto di prostituzione. Non c’è, anzi, piacere nobile che non possa essere ricondotto alla prostituzione. In uno spettacolo, in un ballo, ognuno gode di tutti. Che cos’è l’arte? Prostituzione.[…] Tutto è numero. Il numero è in tutto. Il numero è nell’individuo. L’ebrezza è un numero.

Trovo, tra le tante sottolineature, le orecchie, le note a margine, questa lunga chiosa scritta a matita (avevo 16 anni): ” Dio, in tali termini, è sprone, è speranza, è guida, è ultimo appiglio, è confessore, è tutto. Dio è droga. Dio è esaltazione alla vita. Credi in Lui, pregalo, affidati a Lui.[…] In tal modo concepito, dunque, Dio è essenza che tocca l’esistenza quotidiana, non è speranza di una vita soprannaturale oltre la morte. In tal senso Dio serve, nel modo in cui è [nella norma] definito non servirebbe a nulla, ma per il popolo Dio è esattamente ciò che sopra ho detto. Il popolo non guarda dopo la morte, il popolo ama la vita e Dio gli serve per vivere meglio.”. Beh, sono orgoglioso della mia agitata adolescenza!