Posts Tagged ‘chianti’
Quel tedesco ubriacone di Hermann… (Hesse)

Da Giacomuzzi

Mi piace a volte, silenzioso e solo,

bere tranquillo in un fresco locale,

con il mio vecchio vino prediletto

scambiare due parole d’amicizia e d’affetto.

Vagheggio allora che, sia anche nel dolore,

io e il mio pellegrinaggio sulla terra

ancora una volta conosciamo i giorni

della pienezza pura.

Mi sia concesso allora anche un amico

che il calice ricolmo della mia vita

onori con grato piacere indulgente,

del vino maturo degno bevitore.

“….ho apprezzato perciò l’enorme taverna di Giacomuzzi, divisa in tante minuscole celle separate, dove ho bevuto un Marsala e dove tornerò presto……..Verso le 12 ho preso un Vermouth da Giacomuzzi…….Per cena ho comprato pane, prosciutto e burro e sono andato nella mia cella da Giacomuzzi, dove sull’enorme tavolo di quercia mangio i miei panini accompagnati da un eccellente Chianti vecchio e scrivo queste righe…….Contando beatamente sul fatto che questo vino non fa star male, da Giacomuzzi mi sono preso una leggera sbornia e ho fatto fatica a rincasare.”

Io, invece, anch’io poèta, sono uno zingaro, tengo le mani nelle tasche dei pantaloni e scrivo i miei versi nei rari giorni in cui non lavoro per guadagnare e non sono ubriaco. Oltre ai libri, al vino e alle donne mi diverte una sola cosa: girovagare. Ora a piedi lungo i ruscelli in Svizzera, nel Giura, nella Foresta Nera, ora attraverso l’Italia, in terza classe con in tasca delle arance. Amo veder spuntare il mattino, con gli occhi offuscati dal vino, nelle vie delle grandi città illuminate dalla fioca luce dei lampioni – e amo il tramonto del sole, visto da una vetta alpina o ai remi di una barca di pescatori nella laguna o nel porto di Livorno. Detesto poche persone, ma la maggior parte mi pare insulsa o ridicola, in modo particolare Voi funzionari e signori vestiti alla moda, Voi che in fondo raramente sapete cos’è la cultura. E’ più facile trovarla frequentando le bettole, andando per i boschi, sul mare con la gente più svariata, se si mangia, sbevazza e dorme con loro, se si ascoltano le loro vecchie canzoni. Oh Venezia! Oh Ravenna! In questi luoghi, dove sono stato solo da estraneo, potrei forse vivere……”

Le citazioni qui sopra sono tratte dai diari dei viaggi in Italia compiuti da Hesse nelle primavere del 1901 e 1903: in questo secondo viaggio, a Venezia, nei pressi di piazza S. Marco orfana del Campanile caduto l’anno prima, egli scopre la taverna Giacomuzzi.

Nel 1901 Hesse aveva 24 anni scarsi ( nacque il 2 luglio 1877 a Cawl in Germania e morì il 9 agosto 1962 a Montagnola in Svizzera ) e un amore viscerale per il nostro paese: la lettura dei suoi diarii di quegli anni è un delizioso ripercorrere con gli occhi famelici e sensibili di un grande scrittore gli itinerari, le tele, gli affreschi, il paesaggio e la natura italiana come solo i tedeschi sanno apprezzare mescolati al vino, agli spaghetti, alle taverne, ai treni di terza classe, alle forme generose delle donne.

Non compì mai, nei suoi viaggi in Italia, che durarono con grandi intervalli fino al 1914, il vero “Grand Tour”: Orvieto fu infatti la città più meridionale che Hesse visitò, nel 1911.

Non è questa la sede per trattare l’opera di Hermann Hesse, che peraltro poco io conosco essendo arrivato tardi a leggerlo e mancando alla mia conoscenza capolavori come “Peter Camenzind” e “Narciso e Boccadoro”; non solo, m’interessa assai più quanto egli ha lasciato come viaggiatore e come esploratore delle profonde tematiche legate alla religione e alla religiosità.

Due parole bisogna comunque spenderle: nobel nel 1946, figlio di genitori missionari protestanti in India, un nonno noto orientalista, una nonna francese; tre matrimoni, grande passione per la musica, per l’Italia, per l’India, un vero cittadino del mondo con l’arte, propria del romanticismo tedesco, della Wanderung, il vagabondaggio creativo.

Fu il grande musicologo Massimo Mila a tradurre, tra il carcere e la Resistenza, il “Siddharta”, pubblicato nel 1945 da Frassinelli, libro che mi ostinai per decenni a non leggere perché tra la gente che io frequentavo non era pensabile non averlo letto; ovviamente, quando qualche anno fa le vicende della mia vita privata mi consigliarono di leggere quel libro, scoprii anch’io un grande testo, pur se devo confessare che apprezzo molto di più l’India che trovo in Kipling, che forse non a caso era un inglese nato a Bombay.

Ma riecco l’Hesse che mi garba:

“Dopo aver gustato una zuppa di verdura e una trota del Garda annaffiate di buon vino, ero nel migliore dei miei umori di viaggio e uscii nella notte, a dispetto della pioggia, per dare una prima occhiata alla città (Treviglio)”.

E per finire, una chicca:

“Dunque, al Cavaletto. Mangiamo una zuppa di fagioli e tonno arrosto e beviamo Chianti…….Alle dieci la trattoria chiude. Portiamo con noi in gondola un cesto pieno di bottiglie di vino e continuiamo la nostra bisboccia un po’ all’aperto e un po’ nella mia stanza. Verso le undici la conversazione diventa profonda e patetica: si parla delle Madonne veneziane, della civiltà del Rinascimento, di Nietzsche, di Jacob Burckhardt, di Ruskin.

I tre tizi ingurgitavano Asti come fosse stata birra e verso mezzanotte ho dovuto metterli all’aria aperta. Alla fine poco è mancato che dimenticassi le buone maniere, da tanto mi vergognavo di quei giovanotti germanici che, sbronzi e vocianti, incespicavano verso il loro hotel attraverso i meravigliosi vicoli notturni di Venezia.”.

Chissà che Asti era quel vino!

Vincenzo Reda

P.s.: e comunque Hesse, a pagina 118 della celebre edizione Adelphi, fa ubriacare anche Siddharta……

Bibliografia:

“Dall’Italia. Diari, Poesie, Saggi e Racconti” – Oscar Saggi, Mondadori 1990

“Siddharta” – Piccola Biblioteca, Adelphi 1994 (52° edizione)