Posts Tagged ‘Cieck’
I miei bar a Torino

Caffè Elena in piazza Vittorio Veneto, Nostradamus in via Cernaia, Brosio in via del Carmine, Café Paris in via Garibaldi: sono i miei bar, quelli che frequento abitualmente. Al Caffè Elena bevo di solito l’Erbaluce di Caluso (Cieck o Fontecuore); al Nostradamus Cinzanino o Pinot di Pinot; da Brosio il Kerner della Cantina dell’Isarco; al Café Paris bevo il rosato Solaria di Vetrere. L’Elena è il mio posto storico, quello che ospita i miei lavori con il vino su vetro, su muro e su carta; Pippo è il mio storico amico e Adina, romena, è la mia cameriera preferita: ci vado alla domenica mattina, al tramonto o in certi fine mattina durante la settimana. Quasi casa mia. Al Nostradamus ci vado a giocare al superenalotto, dopo aver giocato a tennis: lì trovo Paolo e suo figlio Cristian e la loro juventinità schietta e bevo per dissetarmi. Dal mio amico Fabrizio, via Garibaldi all’angolo con piazza Statuto, parlo di vino e ci vado verso sera a bere un rosato pugliese (Negramaro 60% e Malvasia 40%) e a parlare di vino. Da Brosio respiro l’aria di antica piola torinese: mi soddisfa il Kerner dell’Alto Adige e scambio sempre parole gradevoli con il vecchio Brosio, un monumento, e con Antonella dalla lingua di bragia (i vaffanculo sono più numerosi e saporiti dei bicchieri di vino che serve a una clientela a dir poco colorita, che forse gradisce più i primi che i secondi…).

Sono i miei bar, un pezzo importante della mia vita: e bevo vini quasi inconfessabili, ma sono i miei: vini rituali, vini che prescindono anche dalla qualità (Pinot di pinot o Cinzanino…), ma acquistano un senso bevuti a una certa ora, in un certo posto, con certe persone. Anche questo è il vino.

 

Quanto Basta, per star bene, in via S. Domenico, 12/B

Sono due ragazzi giovani, coetanei di 23 anni: si sono conosciuti frequentando l’Istituto Alberghiero N. Bobbio di Carignano (ci insegna il mio amico Stefano Fanti, chef del ristorante del Circolo dei Lettori), Alessandro – in sala – e Stefano in cucina.

Sono bravi e coraggiosi, perché ci vuol coraggio, e fiducia nei propri mezzi, per mettersi in proprio a 23 anni e aprire un ristorantino – che è un piccolo bijoux – di una ventina di coperti, in via San Domenico – pieno quadrilatero romano – a Torino. Coraggio perché la zona ha un ….sesto d’impianto in fatto di ristoranti, pizzerie, wine-bar e via dicendo che definire fittissimo è dir poco. E’ pur vero che una percentuale elevatissima di questa offerta doviziosa è quantomeno scadente e anche poco conveniente. Ma ciò non toglie che la concorrenza è per davvero tanta e aggressiva.

Hanno aperto a ottobre 2010: e stanno avendo ragione. Perché sono seri, preparati, umili ma coscienti dei propri mezzi. Il minuscolo locale è arredato con semplicità e buon gusto, colori rilassanti e poco riferibili a certi stucchevoli standard dovuti a architetti soltanto uterini e poco talentuosi. Grigio perla e arancione con tavoli semplici e sedie, grigie, un poco più ricercate. Ho mangiato e bevuto ascoltando Frank Sinatra, a volume giusto(!).

Un piattino di coppa, affettata sottile, da mangiare con le mani è servita da entrée, accompagnata da un ottimo Grillo in purezza di Feudo Maccari (siamo a Noto, in Sicilia), Tenuta Setteponti 2009. Poi, Stefano mi ha preparato una deliziosa lingua brasata con impanatura di grissini rubatà,  guarnita da un delicato pesto di prezzemolo lievemente insaporito con aceto e aglio. Una Barbera Vegia Rampana 2007 di La Colombera (Colli Tortonesi, Azienda di cui già mi sono occupato per Suciaja e Timorasso) aveva dato il cambio  rosso piemontese al bianco siculo.

Eccellenti i ravioli ripieni di barbabietola con guarnitura di fonduta e gorgonzola (qui il mio giudizio è da tenere in conto relativo, avendo io problemi irrisolvibili con i formaggi…). E poi un piatto che mi è stato assai  gradito, per la semplicità raffinata e per il coraggio di proporlo. Due semplici filetti di sgombro (di pezzatura piccola) cucinati al forno e accompagnati  da una crema di cavolfiore: un accostamento fuori del comune e di risultato eccellente. E’ un pregio particolare proporre piatti con pesce azzurro che si ritiene poco nobile: lasciamo a chi non sa mangiare branzini e orate allevate chissà dove con farine di mais e razioni bibliche di antibiotici.

Non son tipo da dolci, ma una mousse di ananas – ottima e senza alcoli vari, alla francese – ha chiuso il mio pranzo, che voleva essere soltanto una sequenza di assaggi e invece s’è trasformato in una mangiata di gusto (odio il sostantivo degustazione e il verbo degustare). Alessandro, non conoscendo il mio scarso apprezzamento per il Passito di Caluso, mi ha proposto  quello di Cieck, Alladium 2003: un poco meno stucchevole di tutti gli altri, sono tanti e mai uno accettabile, vini di questo tipo.

Alessandro mi ha poi fatto assaggiare la birra che produce personalmente e che propone come aperitivo: ottima, leggera, amara.

Mi sono trovato bene: Alessandro Gioda e Stefano Malvardi sono per davvero bravi. Consiglio il localino, soprattutto per incontri intimi o fra persone di buon gusto e sensibilità adeguata.

Per finire, alcuni dati tecnici. I prezzi sono nella media (25/40 € a seconda di come si beve), la cantina offre un centinaio di etichette con un 70% di proposte piemontesi. Apertura a pranzo e a cena con i consueti orari torinesi (la sera fino alle 23.00). Giorno di riposo il lunedì.

www.quantobastaristorante.it

Canavese e Val Susa Doc

“Il carema mi piacque subito; gustai un vino innocente, fratello minore ma gentile del barbaresco, con il profumo di lampone del gattinara, secco senz’asprezza, che lascia sul palato un grato sentore di amaro. Ho saputo poi che questo vino è fatto da un consorzio di produttori che lo preparano con competenza ed onestà, con le migliori uve della zona angusta e serrata fra i monti, da Carema che è l’ultimo villaggio del canadese fino a Donnaz, Pont Saint Martin e Perloz all’inizio della Val d’Aosta; sui pendii che guardano verso il tramonto sono allineate le vigne a pergolato, sorrette da colonnine di sassi intonacate, fatte a tronchi di cono, alte poco più di un metro. Della raccolta di ogni anno è annunciata in un cartellino la qualità delle bottiglie messe in vendita, ed ogni bottiglia è numerata, come quelle di château Mouton-Rohtshild.”.

Questa è una citazione da Paolo Monelli, “O.P. ossia Il vero Bevitore”, Longanesi, 1963: è la piccola storia di una palinodia che Monelli scrisse in favore di Mario Soldati “enocida” dei vini di quelle zone piemontesi, rovinati dalle squinternate trasmissioni televisive del buon Mario.

Ho cominciato questo breve scritto sulle Doc del Canavese e della Val Susa, ispirato dalle bottiglie che erano in mostra con i miei lavori alla Palazzina di caccia di Stupinigi, partendo dal Carema: la bottiglia era l’etichetta nera di Ferrando del 2005.

Un vino di grande classe, degno di ritornare a essere tra le migliori selezioni di rossi nobili italiani; vino di struttura, con note di spezie importanti, lungo in gola e  persistente, in cui le uve nebbiolo originarie danno prova dei loro tannini tipici, del colore scarico, della grande acidità.

Delle 9 bottiglie che avevo della Doc Canadese, ben 5 erano di Erbaluce.

Produttori: Favaro, Fontecuore, Cieck, Santa Clelia, Tenuta Roletto.

Deludente il “T” 2007 di Cieck (vino troppo ben vestito e “truccato” con le sue uve raccolte tardive, ma stucchevole al naso e peggio al palato); di scarso valore gli Erbaluce 2009 di Santa Clelia e Mulinè 2007 della Tenuta Roletto.

Ottimi invece sia l’Erbaluce 2009 di Fontecuore, sia il sorprendente, per me che non lo conoscevo, Le Chiusure 2009 di Favaro: vini bianchi di qualità notevoli, acidi il giusto, profumi erbacei e di frutta verde; palato minerale, franco, di lunga persistenza.

Conosco bene l’Erbaluce di Fontecuore: è un bianco che mi tiene spesse volte compagnia nelle sere passate ai tavoli del Caffè Elena; è qui che ho conosciuto Stefano Desderi e la moglie psicologa Maria Luisa Monticelli che ha ereditato le vigne di famiglia. Con Il loro Canavese rosso 2008 (uvaggio di nebbiolo e barbera) ho dipinto lo specchio della saletta liberty dello storico locale: anche questo è un bel rosso di buona struttura e giusta acidità; vino di montagna che regala profumi e sapori che riportano in maniera unica al territorio canavesano, territorio morenico, di dolci pendii e amare storie di eresie dove incombono Fra’ Dolcino e gli occhi chiari di Adriano Olivetti.

Onesto il Canavese rosso 2007 di Santa Clelia (uvaggio di freisa, barbera e bonarda).

Discorso a parte merita il Caluso Passito 2004 della Cooperativa Produttori Erbaluce di Caluso: è un passito stucchevole, troppo dolce, troppo mielato, troppo “grezzo”. Devo ancora, in tanti anni, bere un passito di Erbaluce che mi soddisfi: aspetto di provare i passiti di produttori come Orsolani, Favaro, Ferrando.

Prima di passare all’Avanà della Val Susa, non posso esimermi dall’esaltare il nome del vitigno e del vino “Erbaluce”. Nome dolcissimo che deriva dal latino “Alba lux”, luce dell’alba. Pochi vini possono fregiarsi di un nome così dolce, così poetico.

Occorre precisare che dalla vendemmia 2010 l’Erbaluce avrà la preziosa Dogc e che le bollicine Erbaluce saranno prodotte soltanto con il metodo classico, vale a dire con rifermentazione naturale in bottiglia, Evviva!

Della Doc Val Susa ho bevuto soltanto una bottiglia: Vigna Veja 2007 di ‘l Garbin di Chiomonte. L’Avanà è un vitigno raro e complicato che si trova soltanto sugli altissimi pendii della Val Susa: vino acido, difficile, di profumi vinosi e gusto astringente di peculiare qualità; non adatto a palati resi pigri da sapori internazionali. Ho avuto bisogno che il vino si ossigenasse per molte ore, a bottiglia aperta, per riuscire a goderne i selvaggi sentori e sapori. Una bella esperienza.

Nota: si trovano i siti di tutti i produttori citati consultando google.