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Alfabeti di Claudio Magris

Claudio Magris“Le antologie, come le enciclopedie, sono state fra le mie prime passioni di lettore, sin da quando ero un ragazzo – e come tutte le passioni, per me mai archiviabili – lo sono ancora. In quelle pagine trovavo le cose, i volti, le voci, i sentimenti, i colori, le storie del mondo e mi pareva che il loro autore fosse la realtà stessa, il coro di chi la vive, la costruisce, la patisce o la ama. Non sapevo che comporre un’antologia potesse essere una creazione letteraria e intellettuale non meno originale e personale di un romanzo o di un saggio; ignoravo per esempio che Americana, l’antologia di Vittorini, era stata più importante, per la cultura italiana, di tanti testi d’invenzione. Anche a scuola ho amato le antologie – alcune, perché ce n’erano pure di cattive, banali e abborracciate – che mi hanno dischiuso dei mondi e fatto capire l’importanza culturale, critica e fantastica di questo vero e proprio genere letterario, che può contribuire fortemente alla formazione di un individuo, di una generazione e dunque della società in cui quest’ultima vive e opera.       Aldo Giudice, morto esattamente tre anni fa nella nostra Torino, è autore di grandi antologie, anche se non lo ricordiamo soltanto per questo…..” (Da “L’antologia dimenticata” – Corriere della Sera 3/2/2005).

Claudio Magris, triestino del 1939, mi ha dato con questa straordinaria raccolta di scritti (circa dieci anni di articoli sul Corriere della Sera, tra la fine del ‘900 e il 2008) non un viaggio nella letteratura ma un’immersione totale nelle gore invischianti delle letterature; un’immersione sempre lucida, sempre appassionata, sempre di prospettive sorprendenti e dialettiche. Pur se le sue pagine grondano cultura mitteleuropea come poche altre, da ogni pozza letteraria in cui egli si tuffa riesce a trarre parole che stimolano il pensiero. Alfabeti (Edizioni Garzanti) è un libro importante, ingombrante: uno di quei libri che si tornano a leggere più volte. Ci ho messo più tempo del solito a completarne la prima lettura, ma ho scoperto un testo che mi sarà compagno a lungo. E un autore, poco frequentato – un altro dei tanti, ahimé – di cui almeno Danubio e Microcosmi dovrò nel prossimo futuro affrontare.

“E’ uno scrittore classico che racconta la dissoluzione di ogni classicità e di ogni lineare nettezza in un labirinto in cui tutto si aggroviglia; un maestro che ha creato strutture narrative tortuose e complesse come la vita che raccontano, riscattando così una certa retorica, una certa lutulenta enfasi linguistica  o altri limiti della sua scrittura – per esempio impappinata dinanzi al sesso, come altri grandi scrittori «coloniali», forse intimoriti dalle mescolanze e dai meticciati d’ogni genere che eros scatena.                    Il mare, per Conrad, è come la vita; incanto e orrore, abbandono e naufragio, consunzione, immortalità, distruzione. Nascere, dice Stein in Lord Jim, è come cadere in mare e bisogna farsi sostenere dal mare senza fondo. Non c’è un fondamento saldo su cui poggiare; non ci sono feudi o filosofie precise che garantiscano la scelta e le bontà delle azioni . Come Conrad, forse noi non sappiamo perché sia giusto essere fedeli e leali, combattere piuttosto che disertare, ma, come lui, in qualche modo sappiamo che è giusto.” (Da “Conrad: nascere è cadere in mare” – Corriere della Sera, 12/8/2003)