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Brassaï, Conversazioni con Picasso

“…La mia illuminazione notturna è magnifica, la preferisco addirittura all’illuminazione naturale….Dovrebbe venire una notte a vederla….Quella luce che stacca ogni oggetto, quelle ombre profonde che circondano le tele e si proiettano sui travi, le ritrova nella maggior parte delle mie nature morte, quasi tutte dipinte di notte… L’ambiente, qualunque esso sia, diventa la nostra sostanza stessa, lascia su di noi le sue tracce, si organizza secondo la nostra natura…”

“…Un muro è sempre qualcosa di meraviglioso…Io sono sempre stato molto attento a ciò che vi capita sopra. Da giovane, spesso ho addirittura copiato dei graffiti, e quante volte ho tentato di fermarmi davanti a un bel muro e incidervi su qualcosa…Un giorno, a Parigi, aspettavo in una banca. La stavano rinnovando. Allora, tra le impalcature, su un pezzo di muro condannato alla demolizione, ho fatto un graffito…Finiti i lavori era sparito…Qualche anno dopo, in occasione di non so quale rimaneggiamento, il mio graffito è ricomparso. Lo si trovò strano e si venne a sapere che era di… Ricasso. Il direttore della banca fece interrompere i lavori e fece ritagliare la mia incisione con tutto il muro attorno, come se fosse un affresco, per inserirlo in una parete di casa sua.”

Gyula Halász, in arte Brassaï dal nome del paese natale Brasso in Transilvania – allora ungherese e oggi rumeno – nacque nel 1899 e si stabilì a Parigi definitivamente nel 1924. Amico di Bela Bartok, Kandinskij, Moholy-Nagy e Kokoschka, iniziò come fotografo, nel fervore di Montparnasse, accanto a personaggi come Michaux, Atget, Kertesz. Divenne il ritrattista ufficiale delle avanguardie, ruotanti attorno alla rivista «Minotaure»: Breton, Dalì, Eluard, Man Ray, Giacometti, Picasso…

Questo libro (Titolo originale: Conversations avec Picasso – 53 photographies de l’auteur), fu pubblicato nel 1964 da Gallimard e dedicato all’ottantatreesimo compleanno del genio spagnolo. Allemandi lo ha tradotto nel 1996, la mia è la prima edizione.

Un libro di piacevole e sorprendente lettura: vi si trovano aneddoti e risvolti inediti raccontati secondo una prospettiva che è quella di un artista, testimone e artefice di un tempo memorabile. Racchiude un’epoca compresa fra il 1943 e il 1962: semplicemente, formidabile.

Alejandro Jodorowsky, Il maestro e le maghe

https://www.vincenzoreda.it/alejandro-jodorowsky-la-danza-della-realta-e-altri-libri/

Il link qui sopra rimanda all’ampio articolo che ho dedicato al Maestro e relativo ai libri che ho letto e recensito in precedenza. E’ necessario specificarlo perché quest’ulimo suo libro – appena pubblicato in Italia da Feltrinelli, ma uscito in Francia nel 2005 – non lo si può leggere e comprendere appieno se non si conosce, e molto bene, Alejandro Jodorowsky: il suo cinema, il suo teatro, i suoi libri, i suoi tarocchi, la SUA MAGIA.

È un libro autobiografico che racconta il rapporto complesso, mutevole, intermittente dell’autore con il maestro giapponese zen Ejo Takata. Racconta soprattutto il rapporto con la complessità della formulazione e della risoluzione dei Koan, sorta di enigmi, aforismi, indovinelli assurdi che richiedono risposte legate alla filosofia zen.

In questo percorso s’inseriscono le vicende legate a figure femminili straordinarie: la pittrice Leonora Carrington, doña Magdalena, l’attrice messicana chiamata Tigressa e, la più incredibile, Reyna D’Assia, figlia nientemeno che del grande esoterico Gurdjieff.

Il volume, complesso se non si conosce Jodorowsky, termina con una trentina di pagine dedicate a aneddoti che riguardano personaggi noti come Neruda, Dalì, Fellini e, quello che riporto qui sotto, Orson Welles.

“…Per il ruolo del barone Harkonnen in Dune, un grassone gigantesco e cattivissimo, avevo pensato a Orson Welles. Sapevo che era in Francia ma, amareggiato dai produttori che non gli offrivano lavoro, non voleva sentir parlare di cinema. Dove trovarlo? Nessuno sapeva dirmelo. Avevo sentito dire che al maestro piaceva tantissimo mangiare e bere. Chiesi a un mio assistente di telefonare a tutti i ristoranti di Parigi chiedendo se Orson Welles fosse loro cliente. Dopo innumerevoli telefonate, un ristorantino, Chez le Loup, ci confermò che una volta alla settimana, ma non in un giorno prestabilito, l’attore cenava lì da loro. Decisi di andare a mangiare in quel locale ogni giorno. Cominciai il lunedì. Il locale aveva un’eleganza discreta, con un memu raffinato e una carta dei vini eccellente. Se ne occupava il proprietario in persona. Tutte le pareti, tranne una, erano decorate con riproduzioni di quadri di Auguste Renoir. Contro un muro privo do quadri, in una vetrina, c’era una sedia sfondata. Chiesi al proprietario la ragione di quello strano arredamento. Mi disse:«Sono resti che ci colmano di orgoglio: una sera Orson Welles ha mangiato così tanto che ha sfondato la sedi a su cui stava seduto». Tornai il martedì, il mercoledì, il giovedì…Immenso, avvolto in un grande mantello nero, arrivò l’attore. Lo osservai affascinato, come un bambino al giardino zoologico. La sua fame e sete erano leggendarie. Lo vidi divorare nove piatti diversi e bere sei bottiglie di vino. Al momento del dessert, gli feci pervenire una bottiglia di cognac che il proprietario mi aveva assicurato fosse la preferita dal suo voluminoso cliente. Orson Welles, quando l’ebbe ricevuta, mi invitò gentilmente al suo tavolo. Rimasi a sentirlo monologare su sé stesso per mezz’ora, prima di trovare il coraggio di proporgli il mio ruolo. Subito mi disse: «Non mi interessa recitare. Odio il cinema di oggi. Non è arte, è un’industria schifosa, un enorme miraggio figlio della prostituzione». Deglutii, il mondo del cinema l’aveva davvero deluso. Come potevo invogliarlo a lavorare con me?

Ero tesissimo, credevo di avere dimenticato tutte le parole, ma a un tratto sentii la mia voce che gli diceva:«Signor Welles, per tutto il mese che dureranno le riprese della sua parte, le prometto di assumere il capocuoco di questo ristorante: ogni sera le preparerà tutti i piatti che lei desidera, accompagnati da vini e altri alcolici della qualità e nella quantità che lei voglia». Con un largo sorriso accettò di firmare il contratto.”