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I miei highlights di Vinitaly 2013

Sul fatto che quest’edizione 2013 del Vinitaly sia stata un successo non ci piove: pare che, finalmente, la scelta di cominciare la domenica e finire il mercoledì sia premiante. Soprattutto la giornata di lunedì è stata quella di maggior lavoro con i professionisti di ogni categoria ad affollare lo sconfinato proscenio del vino mondiale: affari – business – incontri, relazioni, progetti di ogni tipo. Senza dubbio, il Vino va forte e quello italiano di più. E questo ci rende tutti soddisfatti. Stanchi, stremati ma soddisfatti. E non è cosa di poco conto, di questi tempi.

Dunque: Sursum corda!

Per quanto mi riguarda, tra i vari impegni, quest’anno ho gustato pochi vini ma alcuni per certo memorabili.

Uno fra questi sopra gli altri: Sassella Rocce Rosse 2001 Valtellina Superiore DOCG di Arpepe. Un vino sensazionale che mi ha fatto ricordare Paolo Monelli. Bevuto su consiglio dello chef Stefano Fanti nello stand di Vini Buoni d’Italia dell’amico Mario Busso. L’ho bevuto mettendoci insieme gli insaccati, ottimi, di Levoni. Vino che, nonostante i 12 anni di vita, era ancora fruttato, franco pur dentro una complessità indicibile. Per davvero al di là dell’eccellenza .

Poco distanti i Barolo di Giacomo Anselma Vigna Rionda 2005 e 2007 e Collaretto 2008 di Serralunga: ma qui gioco in casa con la mia amica Maria Maier Anselma, magnifica presidente del consorzio Piccole Vigne.

Altra sorpresa, i Barbaresco di Rizzi 2008 e 2009 Pajorè di Treiso: ai vertici di questa tipologia.

Ottimi i vini etnei di Tenuta Fessina: Erse 2012 (Carricante 100%) e Musmeci (Nerello Mascalese) di Curtaz. Dello stesso livello un eccellente Verdicchio Castelli di Jesi di Stefano Antonucci: un Classico Riserva 2010 di notevole struttura e complessità.

Poi Calabria, la mia: il Damis Du Cropio 2005 dello straordinario Giuseppe Ippolito, semplicemente unico. Ottimi i Cirò della Tenuta Iuzzolini e parecchio tipici (vini di montagna con spiccata acidità) l’Ardente di Verzano 2008 (Aglianico) e l’Antico di Verzano 2008 (Mantonico e Greco nero) di Donnici ’99: ma qui entrano in campo le mie radici più profonde, roba che mi appartiene fin dai cromosomi.

Cito per ultimi, soltanto in ordine di elenco, i vini Sartarelli: sono da molti anni tra i miei preferiti. Ho bevuto l’ultimo Tralivio 2012 e il Brut, che avevo assaggiato la scorsa estate en primeur: oggi diventato un ottimo metodo classico di personalità spiccata e assai particolare.

Per finire, cito un ottimo Dolcetto d’Alba del terroir Madonna di Como (non mi ricordo il nome del giovane produttore) e il Lavandaia Madre 2010 di Debora Barsotti assemblato dall’amico Claudio Gori.

Quanto sopra basta e avanza: certo di grandi vini chissà quanti ne ho persi. Ma va benissimo così. Ci mancherebbe…

Lavandaia – Madre 2009, Tenuta dello Scompiglio

Claudio Gori è un enologo che conosco ormai da molti anni. Con lui, con i suoi vini, ho fatto diverse operazioni artistiche – alcune per beneficenza – sempre assai interessanti. Claudio è un amico cui voglio bene, anche se è un poco, come dire, adorabilmente scapestrato e a volte fin troppo creativo, per essere un semplice (si fa per dire) enologo. Non sarà un caso che è di Vinci, quel paesino che dette i natali a un altro, un poco più celebre, scapestrato e creativo (leggere il Vasari, per credere)… Mi ha chiamato qualche tempo fa per informarmi che Debora Barsotti mi avrebbe contattato per mandarmi un paio di bottiglie di un vino  da poco assemblato: non mi disse nulla di più.

Le bottiglie mi sono arrivate la scorsa settimana, insieme a una cospicua documentazione cartacea di un luogo strano, ma assai intrigante: La Tenuta dello Scompiglio. Sono andato a documentarmi sul web e ho scoperto un’impresa davvero degna di grande attenzione. La Tenuta dello Scompiglio – ex Villa Minutoli/Tegrimi – è un’area di circa 200 ettari che costituisce un parco secolare, fino a pochi anni fa in totale stato di abbandono: casa patronale, cascine, fienili, fontane, ninfei, orti, oliveti e vecchie vigne. Situata vicino a LuccaVorno per la precisione – da qualche anno  un nucleo di persone con  un lavoro appassionato e competenze professionali di rilievo ne sta ripristinando l’antico fascino. Le vigne, vecchie di qualche decina d’anni, gli orti e gli oliveti hanno dovuto essere ripulite dai roveti e dalla vegetazione infestante che le aveva invase. E’ stato aperto anche un ristorante, L’Osteria Cucina dello Scompiglio. L’avvio del progetto data al 2003: grande attenzione all’ambiente, all’agricoltura biologica, alla bioedilizia, all’ecologia e alla sostenibilità. Insomma, una faccenda molto seria e con risvolti culturali e artistici di grande fascino.

Il vino che mi è stato mandato è il primo prodotto da una delle 5 vecchie vigne: e’ un uvaggio di Sangiovese, Canaiolo e Colorino le cui percentuali sono incerte (più o meno, circa 1/3 per vitigno), date le condizioni della vigna. E’ un vino schietto, di gran corpo, con alcune disarmonie che ne documentano l’età giovane e il bisogno di raggiungere ancora la giusta quadratura del cerchio. Ne sono state prodotte soltanto un migliaio di bottiglie, ma a regime la produzione dai 5 ettari – nelle tipologie  Lavandaia Madre, Alta e Bassa – salirà a 20/25.000 pz., che saranno immessi sul mercato a un prezzo di poco inferiore ai 10€ (che per le abitudini toscane è una buona faccenda). La mia valutazione s’è svolta per un paio di giorni di assaggi successivi e il meglio l’ho apprezzato negli ultimi bicchieri. Si sente molto la morbidezza del Canaiolo, anche se i tannini del Colorino e del Sangiovese gridano ad alta voce la loro presenza. Tutto subito mi aveva suscitato delle perplessità; ma con una lunga ossigenazione ho apprezzato un vino che presenta sentori di frutta rossa e di confettura di frutti di bosco, con delle astringenze che l’invecchiamento ammorbidirà. Un vino che mi è piaciuto: non banale, non stucchevole, certamente non di gusto internazionale ma che racconta bene la propria terra d’origine. La vinificazione avviene con la macerazione a freddo in fusti di legno aperti. Successivamente, il vino viene custodito in barrique prima dell’imbottigliamento. Questo primo millesimo, 2009, ha 13,5 % vol. di alcol. L’ho bevuto, dopo i primi assaggi del giorno prima, accompagnandolo a una succulenta costata di fassone di circa 1,5 kg. Mi piace, ogni tanto, cucinarmi una bella fiorentina come mi è stato insegnato in Toscana: piastra (la brace in casa, pur avendo io il caminetto, è faccenda da sconsigliare) incandescente, 5′ di cottura per parte e tanto basta! Il risultato è sempre eccellente e questo vino è stato un ottimo compagno.

http://www.delloscompiglio.org/