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Bob Dylan

Sono cresciuto a pane e Bob Dylan. Quando i miei coetanei, quelli evoluti, ascoltavano i Beatles e i Rolling Stones, io – adolescente nella seconda metà dei Sessanta – andavo appresso a Bob Dylan, a Dizzy Gillespie, a Charlie Parker e pensavo (mi pigliavano tutti in giro) che Roberto Murolo fosse un grande e che Domenico Modugno fosse un artista geniale…

Mi piaceva di già ragionare con la testolina mia, che non era mica poi tanto male.

Poi sono cresciuto e ho continuato a aver bisogno di ascoltare Bob Dylan, ogni tanto. Insieme a tanti altri.

Il suo libro autobiografico (Chronicles, Feltrinelli) me lo sono letto nel letto di un ospedale, aspettando di uscire da un tunnel di quelli infernali. Forse mi ha pure aiutato.

Il librino di Interlinea è bellissimo: le parole tenere di Joan Baez – che lo ha amato alla follia – un poco aiutano a capire questo gigante della musica moderna. E’ adorabile, infatti, quando parla di un provincialotto piccolo, sudicio, bianco come uno yogurt che già sapeva magnetizzare attorno alle sue parole biascicate e spropositate tutta la gente che gli stava intorno. Librino da leggere, per chi ama Bob Dylan.

E poi i miei dischi prefeti: Desire, sopra tutti gli altri. E il concerto giapponese dal vivo al Budokan (credo 1978), doppio cd comprato a New York (in Italia non era pubblicato) qualche anno dopo.

Che altro devo dire di Bob Dylan: tutte le innumerevoli canzoni che mi piacciono? I suoi testi straordinari? L’influenza su tutta la musica popolare composta e suonata nel mondo dopo il 1965?

No. Non ho niente da dire. Mi taccio e vado a sentirmi uno dei suoi pezzi.

E così spero di voi.

 

Organetto di Barberia/Vecchio frack

“E’ giunta mezzanotte, si spengono i rumori, 
si spegne anche l’insegna di quell’ultimo caffé.
 Le strade son deserte, deserte e silenziose, 
un’ultima carrozza cigolando se ne va. Il fiume scorre lento frusciando sotto i ponti, 
la luna splende in cielo, dorme tutta la città. Solo va un vecchio frack.

Ha un cilindro per cappello, due diamanti per gemelli, 
un bastone di cristallo, la gardenia nell’occhiello
 e sul candido gilet un papillon, un papillon di seta blu.

Si avvicina lentamente, con incedere elegante
, ha l’aspetto trasognato malinconico ed assente, 
non si sa da dove vien nè dove va. 
Chi mai sarà quel vecchio frack?
 Bonne nuit, bonne nuit, bonne nuit: buona notte, 
va’ dicendo ad ogni cosa, ai fanali illuminati 
ad un gatto innamorato che randagio se ne va.

E’ giunta ormai l’aurora si spengono i fanali, 
si sveglia a poco a poco tutta quanta la città
. La luna si è incantata, sorpresa e impallidita, 
pian piano scolorandosi nel cielo sparirà.
 Sbadiglia una finestra sul fiume silenzioso 
e nella luce bianca galleggiando se ne van: 
un cilindro, un fiore, un frack.

Ha un cilindro per cappello due diamanti per gemelli, 
un bastone di cristallo, la gardenia nell’occhiello 
e sul candido gilet un papillon, un papillon di seta blu.

Galleggiando dolcemente e lasciandosi cullare, 
se ne scende lentamente sotto i ponti verso il mare, 
verso il mare se ne va
. Chi mai sarà,  chi mai sarà quel vecchio frack?  Adieu, adieu, adieu:  addio al mondo. Ai ricordi del passato, ad un sogno mai sognato, 
ad un attimo d’amore che mai più ritornerà.”

Ho fotografato questo artista di strada, sotto lo storico Palazzo Carignano, una domenica di maggio del 150°. Dalla fotografia non si può capire che l’organetto sta accompagnando questo artista mentre canta una delle più belle canzoni mai scritte “Vecchio Frack” di Domenico Modugno. Questo artista immenso, a tutto tondo, la scrisse nel 1955, quando aveva 27 anni (nacque a Polignano a Mare il 9 gennaio 1928 e morì a Lampedusa il 6 agosto 1994): passò inosservata. Si dovette giungere al 1958, con la vittoria di Sanremo e “Nel blu dipinto di blu” (Volare), perché il mondo si accorgesse di lui. E ancora oggi non è considerato per quanto seppe fare e non soltanto nella canzone popolare. Cinema e teatro, soprattutto; ma anche impegno civile, politico, ecologico.

L’immagine di quest’artista con l’organetto mi ha fatto tornare indietro di molti anni. A poche decine di metri di qui, in via Carlo Alberto, nel 1975 mi diplomai in aiuto-regia con Adriano Cavallo. I testi da mettere in scena erano due atti unici di Jean Paul Satre: “Morti senza tomba” e “Le mani sporche“. In uno dei due, non ricordo quale, si citava una organo di Barberia: non sapevo bene cosa fosse…Ho ripensato a Adriano, ai suoi insegnamenti e soprattutto alle scoperte che mi fece fare, impagabili: il teatro di Lorca, Tennesee Williams, Ibsen, Feydeau, Anouilh, Osborne….E odiava Bertold Brecht: vero anarcoide, gli recava gran fastidio che in quei prodigiosi anni Settanta non si potesse parlare di teatro senza citare, spesso a sproposito, il tedesco!