Posts Tagged ‘Donnici ’99’
Ristorante Il Melograno, Camigliatello Silano

Domenica 18 agosto da Rovale, villaggio avito posto sulle rive del Lago Arvo, ci siamo recati a Camigliatello, sul Lago Cecita, oggi la stazione turistica più rinomata della Sila.

Bisogna ricordare che i laghi silani sono stati creati come bacini artificiali tra gli anni Venti e i Trenta da una lungimirante politica di territorio voluta da Mussolini: a dimostrare che anche in quel periodo ci fu del buono (almeno fino a un certo punto). Negli anni Cinquanta furono poi assegnati molti terreni a contadini abitanti i numerosi paesi presilani (a cura dell’Opera Sila, ente della Cassa del Mezzogiorno), con il preciso scopo di ripopolare le fertili terre dell’altopiano calabrese. Mio nonno Vincenzo ebbe numerosi ettari, con casa colonica, proprio a Rovale, distante circa tre km. da Lorica, splendido borgo sulle rive del Lago Arvo. Qui ho passato molta parte della mia infanzia prima di essere deportato a Torino all’età di cinque anni: ho ricordi bellissimi di questi posti e sono quelli che riconosco come home, pur considerandomi errante cittadino del mondo. Lorica è assai più bella di Camigliatello, con un lungolago delizioso; purtroppo, fu tagliata fuori dalla costruzione della statale 107, arteria strategica che collega Cosenza a Crotone e che passa vicinissimo appunto a Camigliatello Silano che da ciò ebbe immeritati benefici (Camigliatello non ha un lungolago e oggettivamente dal punto di vista paesaggistico non vale Lorica).

Camigliatello è una frazione di Spezzano della Sila, stazione sciistica situata poco distante dal bacino artificiale di Cecita: è in pratica sviluppato in senso verticale lungo una sola strada principale ricca di alberghi, ristoranti, bar e negozi di souvenir e enogastronomici.

Dopo lunghe passeggiate in mezzo a numerosissimi turisti, in una luminosa ma non troppo calda giornata di agosto (qui si è a circa 1.300/1.400 mslm), abbiamo scelto di pranzare al ristorante Melograno dell’Hotel Sila (4 stelle).

E ci siamo trovati bene assai, gustando un menù, come oggi usa dire: a km. zero. Preparazioni tradizionali silane tutte ottime, a cominciare dai deliziosi antipasti, per continuare con eccellenti tonnarelli (nome inconsueto per dei troccoli o spaghetti alla chitarra) al tartufo nero, una locale trota preparata in umido e un ottimo e delicato filetto di maialino nero con funghi porcini silani. Ho bevuto una bottiglia di rosato Fugace 2010 dell’azienda Donnici 99, di cui all’ultimo Vinitaly avevo conosciuto una titolare, nonché agronoma: Lorena Schibuola. Questo è un rosato da uvaggio di Aglianico (60%) e Barbera (40%) le cui vigne stanno a Donnici, una frazione di Cosenza posta a circa 500 mslm., poco sotto il mio paese di nascita: Pietrafitta. E’ una DOC abbastanza recente, ma situata in un territorio in cui il vino si produce da millenni. Da queste parti nonno Vincenzo aveva la sua grande vigna in località Gaglio: Greco nero, Nerello, Greco bianco e Malvasia. Rosato di buona qualità, piacevolmente secco che ben si è accompagnato ai cibi di cui sopra.

In due abbiamo speso circa 60 €. Ben serviti, con tavolo all’aperto sotto un ombrellone. Locale certo da consigliare, così come da consigliare l’ottimo rosato di Donnici 99. Ma, attenzione, se si vuol vedere la Sila più bella bisogna visitare Lorica.

Per concludere, a due passi da Camigliatello, c’è il magnifico Bosco di Fallistro: alcuni esemplari di Pini Larici (varietà endemica di pino nero) alti oltre 50 m e con circa 400 anni di età. Davvero notevoli.

www.hotelsila.it

http://www.donnici99.com/

 

I miei highlights di Vinitaly 2013

Sul fatto che quest’edizione 2013 del Vinitaly sia stata un successo non ci piove: pare che, finalmente, la scelta di cominciare la domenica e finire il mercoledì sia premiante. Soprattutto la giornata di lunedì è stata quella di maggior lavoro con i professionisti di ogni categoria ad affollare lo sconfinato proscenio del vino mondiale: affari – business – incontri, relazioni, progetti di ogni tipo. Senza dubbio, il Vino va forte e quello italiano di più. E questo ci rende tutti soddisfatti. Stanchi, stremati ma soddisfatti. E non è cosa di poco conto, di questi tempi.

Dunque: Sursum corda!

Per quanto mi riguarda, tra i vari impegni, quest’anno ho gustato pochi vini ma alcuni per certo memorabili.

Uno fra questi sopra gli altri: Sassella Rocce Rosse 2001 Valtellina Superiore DOCG di Arpepe. Un vino sensazionale che mi ha fatto ricordare Paolo Monelli. Bevuto su consiglio dello chef Stefano Fanti nello stand di Vini Buoni d’Italia dell’amico Mario Busso. L’ho bevuto mettendoci insieme gli insaccati, ottimi, di Levoni. Vino che, nonostante i 12 anni di vita, era ancora fruttato, franco pur dentro una complessità indicibile. Per davvero al di là dell’eccellenza .

Poco distanti i Barolo di Giacomo Anselma Vigna Rionda 2005 e 2007 e Collaretto 2008 di Serralunga: ma qui gioco in casa con la mia amica Maria Maier Anselma, magnifica presidente del consorzio Piccole Vigne.

Altra sorpresa, i Barbaresco di Rizzi 2008 e 2009 Pajorè di Treiso: ai vertici di questa tipologia.

Ottimi i vini etnei di Tenuta Fessina: Erse 2012 (Carricante 100%) e Musmeci (Nerello Mascalese) di Curtaz. Dello stesso livello un eccellente Verdicchio Castelli di Jesi di Stefano Antonucci: un Classico Riserva 2010 di notevole struttura e complessità.

Poi Calabria, la mia: il Damis Du Cropio 2005 dello straordinario Giuseppe Ippolito, semplicemente unico. Ottimi i Cirò della Tenuta Iuzzolini e parecchio tipici (vini di montagna con spiccata acidità) l’Ardente di Verzano 2008 (Aglianico) e l’Antico di Verzano 2008 (Mantonico e Greco nero) di Donnici ’99: ma qui entrano in campo le mie radici più profonde, roba che mi appartiene fin dai cromosomi.

Cito per ultimi, soltanto in ordine di elenco, i vini Sartarelli: sono da molti anni tra i miei preferiti. Ho bevuto l’ultimo Tralivio 2012 e il Brut, che avevo assaggiato la scorsa estate en primeur: oggi diventato un ottimo metodo classico di personalità spiccata e assai particolare.

Per finire, cito un ottimo Dolcetto d’Alba del terroir Madonna di Como (non mi ricordo il nome del giovane produttore) e il Lavandaia Madre 2010 di Debora Barsotti assemblato dall’amico Claudio Gori.

Quanto sopra basta e avanza: certo di grandi vini chissà quanti ne ho persi. Ma va benissimo così. Ci mancherebbe…