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La storia di Droctulft da J.L. Borges e B. Croce

Citando Borges e cercando Gonzalo Guerrero (da Topializtli, 1992)

A pagina 804 del libro Jorge Luis Borges Tutte le Opere, volume primo (III edizione de I Meridiani, Arnoldo Mondadori SpA, Milano, gennaio 1985), il racconto Storia del Guerriero e della prigioniera comincia così:

“A pagina 278 del libro La poesia (Bari, 1942) Croce, riassumendo un testo latino dello storico Paolo Diacono, narra la sorte e l’epitaffio di Droctulft; ne fui singolarmente commosso, e in seguito compresi perchè.

Droctulft fu un guerriero longobardo che, durante l’assedio di Ravenna, abbandonò i suoi e morì difendendo la città che prima aveva attaccata. Gli abitanti di Ravenna gli dettero sepoltura in un tempio e composero un epitaffio nel quale espressero la loro gratitudine (contempsit caros, dum nos amat ille, parentes) e il curioso contrasto che si avvertiva tra l’aspetto atroce di quel barbaro e la sua semplicità e bontà:

Terribilis visu facies, sed mente benignus,

longaque robusto pectore barba fuit.

Tale è la storia del destino di Droctulft, barbaro che morì difendendo Ravenna, o tale il frammento della sua storia che poté salvare Paolo Diacono.”

Il racconto di cui qui sopra riporto le prime righe è parte della raccolta L’Aleph, pubblicato nel 1952 a Buenos Aires per i tipi di Losada; io lessi, e ne conservo nella mia biblioteca l’esemplare consunto, l’edizione economica di Feltrinelli, nella quinta ristampa del settembre 1979, tradotto da Francesco Tentori Montalto.

In questa edizione è a pagina 46 che Borges comincia il suo racconto dedicato a Ulrike von Kuhlmann.

Nella mia biblioteca esiste un esemplare de La poesia di Benedetto Croce (Terza edizione economica, Giuseppe Laterza & Figli, Bari, 1971) in cui a pagina 269 Croce scrive: “Mi piacerebbe andare notando, per offrirne esempî, la poesia che alza il capo dove meno si aspetterebbe. Era un tempo in San Vitale di Ravenna l’epitaffio (serbatoci da Paolo Diacono) di un alemanno Droctulft, che aveva abbandonato i longobardi per difendere contro di loro quella città. L’epitaffio versificato conteneva un attestato di gratitudine per quell’uomo, che aveva sacrificato l’affetto dei suoi cari alla sua nuova patria (“contempsit caros, dum nos amat ille, parentes – hanc patriam reputans esse, Ravenna Suam”). Ma, nel dettare questi distici, l’ignoto autore è preso da una visione lirico-epica del personaggio, e in pochi tratti lo scolpisce nella sua fisica possanza e nella sua particolare maestà e umanità di barbaro:

Terribilis visu facies, sed mente benignus,

Longaque robusto pectore barba fuit!

Dal giorno che lessi i Rerum longobardicarum scriptores, questo Droctulft entrò nella schiera delle figure poetiche che vivono nel mio ricordo.”

E’ importante notare che Jorge Luis, citando il secondo distico riportato da Croce in riferimento all’aspetto fisico del barbaro, chiosa i versi con una nota a pié di pagina in cui ricorda come questi sono trascritti anche da Gibbon (Decline and Fall, XLV). Borges poi continua il suo racconto spiegando che Droctulft non fu un traditore, perchè costoro non sogliono ispirare epitaffi pietosi; e si spinge oltre a raccontare che i longobardi, che pure avevano accusato il traditore, procedettero come lui: si fecero italiani, e forse qualcuno del loro sangue – un Aldiger – generò i progenitori dell’Alighieri …

Jorge Luis, dopo una dissertazione sui cavalieri mongoli che, partiti per fare della Cina una steppa desolata, finirono per invecchiare dentro le mura delle città che avevano desideratoradere al suolo, finalmente trova, vagante fra le nebbie incerte del suo passato, la storia che cercava, narratagli dalla nonna inglese, ormai scomparsa.

Nonno Francisco Borges, un gaucho fiero dal sangue caliente, era nel 1872 distaccato a sorvegliare i confini col nulla ventoso della Pampa: alla nonna inglese, che si doleva del proprio tristo destino di esiliata in una terra di frontiera aliena al suo mondo, fecero incontrare una strana creatura del deserto che Borges descrive cinerea, ossuta, dalle svelte membra di cerva, che si esprimeva in uno strano linguaggio un poco inglese, un poco araucano.

Questa raccontò alla nonna la sua storia di emigrata inglese, dallo Yorkshire, coi genitori, a Buenos Aires, quindici anni prima; le raccontò di una scorreria di indii, dell’uccisione dei genitori, del suo rapimento e di come in seguito era diventata moglie di un capo, delcoraggio di questi, dei due figli che gli aveva dato e chissà cos’altro, tra gli ululati e i vortici del vento della Pampa.

Eppoi, l’inglese che s’era fatta india, era svanita, ingoiata ancora dal deserto, dalla sua nuova vita, la sua vita, ignorando le esortazioni della nonna a tornare tra la gente civile.

Jorge Luis, il cieco, racconta ancora che nonno Francisco due anni dopo, nel ’74, era morto tra le spire della rivoluzione e, ancora, alla nonna inglese era apparsa, come una visione, la strana donna; così termina il suo racconto: “Mia nonna era a caccia; in un rancho, vicino allo stagno, un uomo sgozzava una pecora. Come in un sogno, passò l’india a cavallo. Si gettò al suolo e bevve sangue caldo. Non so se lo fece perché ormai non poteva agire altrimenti, o come una sfida e un segno.

Mille e trecento anni e il mare stanno tra il destino della prigioniera e il destino di Droctulft. Entrambi, oggi, sono irraggiungibili. La figura del barbaro che abbraccia la causa di Ravenna, la figura della donna europea che sceglie il deserto, possono apparire contrarie.

Eppure, ambedue furono trascinati da un impulso segreto, un impulso più profondo della ragione, e ambedue ubbidirono a quell’impulso, di cui non avrebbero saputo dar ragione. Forse le storie che ho narrate sono una sola storia. Il dritto e il rovescio di questa medaglia sono, per Dio, uguali.”

L’avvocato di Salem, laureato orgogliosamente a Harvard come i suoi avi da tre generazioni, William H. Prescott, nella sua Storia della conquista del Messico (Edizioni Giulio Einaudi, I Millenni, Torino 1970, tradotta da P. Jahier e M.V. Malvano), pubblicata per la prima volta nel 1843, quando parla del prete Jeronimo de Aguilàr di Ecija, pur citando in nota Herrera e Bernal Diaz del Castillo, non racconta null’altro.

Chissà se Borges avesse mai letto William H. Prescott o la Historia Verdadera del la Conquista de la Nueva Espana.

Sicuramente, quando, grazie a Borges, Jorge Luis il cieco, io conobbi il destino di Droctulft e della vecchia inglese della Pampa, avevo già letto e riletto e consumato quel volume, peraltro magnifico, dei Millenni Einaudi dell’avvocato William H. Prescott.

Ma nulla ancora sapevo.

Doveva vorticosamente irrompere nella mia vita il 1989 (che fa tre volte nove, ossia ventisette che è ancora una volta nove, che nei tarocchi magici è la carta affascinante del vecchio eremita che sonda l’ignoto con la sua lanterna): in quell’estate, vagolando attonito tra gli ulivi antichi, contorti e spaccati, della piccola piana di Mattinatella, Gargano, arrostita dal sole inclemente di agosto, scoprivo tra le pagine di un’edizione apparentemente insignificante, scovata in qualche libreria remainder o nei mucchi affascinanti di supplicanti e consunti volumi usati o resi di qualche bancarella, di un saggio pubblicato dalla SugarCo Edizioni (Milano, novembre 1980) di un etnologo tedesco, Wilfried Westphal, la chiave che mi permetteva di accedere direttamente dentro quell’edificio di cui, fino a allora, avevo avute visioni soltanto parziali attraverso fenditure occasionali, finestre, spiragli, crepe.

Steso dentro un’amàca tessuta dal mio amico Nicola Silvano, l’antico dauno, tesata fra due ulivi centenari, leggevo questo saggio molto di parte dell’etnologo tedesco: I Maya, antichi e moderni schiavi, fumando innumerevoli mezzi antichi toscani e deliziandomi con il gusto intenso e franco di un magnifico e contadinobianco del sud, “il bianco forte che fa assaggiare l’infinito a tutta la gente di bocca buona”, come canta Guccini che di vino se ne intende.

Lì dentro, acquattata, c’era la storia di Gonzalo Guerriero, altro Droctulft….