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Haiti o Hispaniola: una tragedia senza fine, cominciata ancor prima di Colombo e tuttora non conclusa.

Bartolomé de las Casas: Brevissima relazione della distruzione delle Indie. E’ un libro scritto nel 1542 e pubblicato nel 1552, ancora attuale: un lavoro che aiuta a capire tante faccende che riguardano quell’area infelice che sono i Caraibi tutti, ma più di tutti e peggio di tutti, Haiti.

La tragedia di queste terre ha origini lontane: circa 65 milioni di anni fa un meteorite colpì e modificò l’area del Golfo del Messico e ne determinò più o meno la struttura attuale. Quell’evento fu uno dei più catastrofici nella lunga vita del nostro Pianeta.

Tutta l’area caraibica fu popolata qualche migliaio di anni prima della nostra era da genti di stirpe Arawak, soprattutto Tainos, provenienti dal centro America e dalle coste settentrionali dell’America del sud. Qualche secolo prima dell’arrivo di Colombo ferocissime popolazioni Caribe, provenienti dall’attuale Venezuela, invasero le isole dei Caraibi: erano genti antropofaghe che ebbero la meglio sui miti Tainos.

Poi fu la volta degli spagnoli: intorno al 1580, neanche un secolo dopo Colombo, non esisteva più un solo abitante di stirpe Taino o Arawak nell’intero arcipelago; furono sterminati soprattutto da vaiolo, peste, influenza, stenti dovuti ai lavori in miniera e nelle piantagioni: pochi – in termini percentuali, com’è ovvio – per la verità, furono uccisi direttamente dai feroci encomenderos, i latifondisti che avevano diritto di vita e di morte sugli indios caraibici. Per sostituire i deboli e ormai estinti indios cominciò, nel XVII secolo, la tratta dei neri della costa del Golfo del Leone, molto più resistenti e meno bellicosi – anche perché resi mansueti da viaggi transoceanici bestiali.

Finita l’era coloniale, ci pensarono i nordamericani della Cia, tra gli anni cinquanta e sessanta, a incoraggiare criminali come Doc Duvalier che fecero scempio in quelle terre sfortunate. E non che a Cuba o a Santo Domingo, fortunatamente per certi versi, si stia così bene come i depliant delle agenzie turistiche occidentali vogliono mostrare…

I Tainos e gli Arawak non esitono più, ma pochi sanno che siamo debitori alla loro cultura di oggetti e parole che ormai usiamo quotidianamente: cannibale, canoa, uragano, amàca…

Speriamo che questa ennesima tragedia possa in qualche modo portare del bene in quelle terre desolate.