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Giancarlo Cara e il suo Centralino

Il testo qui sotto è tratto dal libro Torino on the Road (Il Punto, Piemonte in bancarella, 2015, Torino). E’ il ritratto che ho scritto per il mio amico Giancarlo Cara.

«Poi, e siamo nel 1977, a Torino succede un fatto storico che cambierà in maniera epocale l’orizzonte dello spettacolo italiano. E non è un caso che succeda proprio a Torino, proprio in quegli anni bui del terrorismo e delle tremende lotte sociali; proprio alla fine di quei benedetti anni Settanta.

La Rai si decise finalmente a cercare strade alternative e a sperimentare nuovi generi di spettacolo fuori dei soliti canoni ancora legati a decrepiti schemi teatrali: è di Pippo Baudo l’idea di lanciare volti e talenti nuovi che possano essere inglobati in un contenitore senza presentatore che riunisca musica, ballo e cabaret. L’idea viene suggerita al dirigente Bruno Voglino che la fa sua e incarica Marcello Marchesi di occuparsi della ricerca di gente fresca e giovane. Marchesi però fallisce e gli subentra un giovane che risolve da par suo la situazione: si chiama Giancarlo Magalli.

La trasmissione viene titolata: Non Stop (Ballata senza manovratore); il regista è Enzo Trapani e vanno in onda 6 puntate, trasmesse dal 27 ottobre al 30 novembre 1977 e registrate negli studi Rai di via Verdi, a Torino.

In quella prima serie esordiscono in TV, tra gli altri: Massimo Troisi con La Smorfia, I Gatti di Vicolo Miracoli, Enrico Beruschi, Marco Messeri, Jack La Cayenne, Boris Makaresko…

“Arrivano una sera tre perfetti sconosciuti: si chiamano Massimo Troisi, Enzo De Caro e Lello Arena e mi chiedono di provare il loro numero che dovranno poi registrare in Rai. Mi sta bene, organizzo lo spettacolo immediatamente e faccio girare la voce tra amici. Si esibiscono in un numero da scompiscio, di quelli che oggi sono veri cult: davanti avevano un pubblico estasiato di… dieci spettatori”.

La seconda serie di Non Stop, altre 6 puntate, va in onda dal 28 dicembre 1978 al 1° febbraio 1979. Di questa seconda infornata fanno parte: Carlo Verdone, I Giancattivi (Alessandro Benvenuti, Athina Cenci e Francesco Nuti), Zuzzurro e Gaspare, Stefania Rotolo, Massimo De Rossi….

“In quel periodo ero un po’ come un fratello maggiore, li avevo tutti da me. Gli facevo da balia, quasi. Mi sono legato in maniera particolare a Carlo Verdone con cui è rimasta una grande amicizia anche se mi tocca di sopportare tutte le sue superstizioni, le manie, le medicine…”.

La stagione, magica e irripetibile, del Centralino dura dieci anni. Tra la tarda sera e la notte inoltrata, in quegli anni, in quel locale – unico per davvero e in tutti i sensi – si può incontrare la logorrea divina e straripante di Walter Chiari, la lucida intelligenza sicula di Pino Caruso, il talento primordiale e dirompente di un giovanissimo Piero Chiambretti che prova a fare i primi spettacoli con il suo ingombrante socio Erik Colombardo. E poi ancora: una abbagliante Anna Oxa nei suoi formidabili 20 anni, uno spaesato Abatantuono e un già diabolico Beppe Grillo e, sempre alle prime armi, Beppe Faletti, Teo Teocoli, Massimo Boldi, l’astemio (!!) Lino Toffolo… E sempre con gente come Gianni Basso, Franco Rava, Mondini e Cerri come degno contorno.

Stagione che si concluse verso la fine del 1985: dieci anni di magie ma anche di nessun ritorno economico; legate a quella decisione anche le conseguenze che il terribile evento del cinema Statuto aveva avuto sulle nuove regole che riguardavano la sicurezza dei locali pubblici, e il Centralino, per come era strutturato, qualche problema lo avrebbe avuto e dunque sarebbero occorsi degli investimenti che Giancarlo non poteva sostenere.

E allora si arrese a chi voleva fare di quel locale prodigioso una semplice sala da ballo o da…. banale sballo».

La Flor de la Canela di Gloria Carpinelli D’Onofrio

Allorché il sovrano prigioniero realizzò quanto grande fosse la cupidigia di quegli alieni riguardo, soprattutto, all’oro e all’argento, chiese di parlare con il comandante, un ignorante, figlio illegittimo – pur riconosciuto – di un ufficiale del Tercio e che da ragazzo aveva svolto la nobile professione di guardiano di maiali.

Aveva 36 anni, lo sguardo fiero, di corporatura robusta e statura media; fissò quell’uomo foderato d’acciaio, con la barba, il volto segnato da mille avventure, più vecchio di lui di quasi 25 anni. Si avvicinò alla parete della stanza della sua prigionia, stese in alto il suo braccio e fece capire a quel corvo, barbuto e torvo, che fin dove arrivava la sua mano avrebbe colmato quella stanza d’oro e d’argento, in cambio della sua libertà.

L’Inca Atahualpa mantenne la parola, Francisco Pizarro no: il sovrano venne garrotato pochi mesi più tardi, nella primavera del 1533.

168 spagnoli, messo da parte il quinto del bottino che spettava all’imperatore, si spartirono quell’incredibile tesoro e vergarono un documento – ancora oggi esistente – che testimonia di quel fatto.

A Cajamarca oggi si può visitare una casupola nota come “El quarto del rescate” che viene indicata – non è certo – come il luogo dove si svolsero i fatti sopra narrati.

L’espressione: “Vale un Perù” nasce, pare ovvio, da quell’episodio storico.

Ma l’Inca Atahualpa quella stanza avrebbe potuto riempirla con altri mille tesori di cui Viracocha, la Pachamama, il buon Dio, o chi per loro, ha reso il Perù un paese ricco, meraviglioso, generoso.

Vasto quasi 1,3 mln di chilometri quadrati (quattro volte l’Italia, e terzo per estensione del Sudamerica dopo Brasile e Argentina), questo paese ha una morfologia che comprende tipologie climatiche e di suoli che ha pochissimi eguali al mondo. Situato tra l’Equatore e il Tropico del Capricorno, è bagnato dalle fredde acque del Pacifico (l’influsso della corrente antartica di Humboldt è fondamentale) con ampie zone costiere desertiche, delimitate e protette dalla cordigliera andina che arrampica fino a quasi 7.000 mslm. Le Ande peruviane, oltre alle altissime cime, si sviluppano con estesi altipiani, valli, fiumi e laghi – il più grande, quasi quanto la Corsica, è il Titicaca, spartito con la Bolivia – che presentano climi, flora e fauna assai differenti. Verso l’interno le Ande cedono gradatamente il posto alla foresta pluviale amazzonica: il Perù genera con la confluenza dell’Ucayali e del rio Marañon il Rio delle Amazzoni, ovvero il più grande bacino fluviale del nostro pianeta.

Ovvio che con la sua straordinaria varietà di climi questo paese offre, in fatto di flora e fauna, una biodiversità difficile da reperire altrove.

La cucina tradizionale di ogni popolo testimonia in maniera sintetica ed emblematica della sua storia e del suo territorio.

E la cucina peruviana è l’espressione di un territorio ineguagliabile e di una storia che ha conosciuto, in fasi successive, la commistione di popoli i più diversi: agli originari quechua e aymara si sono mescolati spagnoli, neri africani, francesi, italiani, cinesi e giapponesi. Ognuna di queste etnie ha portato con sé le proprie tradizioni cucinarie, trovando un paese ospitale e generoso in cui le loro materie prime potevano essere coltivate e allevate con risultati sempre eccellenti.

Questa lunga introduzione merita il volume di Gloria Carpinelli D’Onofrio Il Fiore della Cannella, pubblicato da poco per i tipi dell’Editrice Il Punto – Piemonte in Bancarella di Torino.

È un bel cartonato – come si deve: con risguardie e capitelli – di formato quadrato 21,5×21,5; carta patinata opaca di almeno 130/150 gr, per 300 pagine ricchissime di fotografie a colori che presentano con efficacia le circa 90 ricette, sempre dettagliate e ricche di indicazioni, e curiosità.

Costa 23,00 €: un prezzo più che conveniente per quanto viene offerto.

È il primo libro pubblicato in Italia che si occupa della straordinaria cucina peruviana.

Cucina considerata oggi tra le prime tre o quattro del mondo, cucina fusion per davvero: i prodotti e le tradizioni andine si mescolano con le materie prime mediterranee e orientali, così come le preparazioni e le rispettive tecniche cucinarie.

«“È un pericolo, un enigma. È razza su razza in una miscela perfetta di cinque sapori di base. Bisogna prendere sul serio il cebiche. Un buon cebiche può far passare il cattivo umore. Può far sì che qualcuno s’innamori e finisca sposato, e anche che si dimentichi di una nottata e prenda per mano di nuovo la chitarra e il cajón. C’è da aver paura del cebiche. Può sprigionare ormoni e slegare quanto legato. Può rivoltare il mondo e farlo ritornare al suo posto. Un cebiche è il primordiale fatto piatto, il primario convertito in armonia. Un cebiche è un pericolo, provoca dipendenza”. Javier Wong (Javier Wong & el mejor cebiche del mundo)».

Cebiche (o ceviche: b e v in spagnolo hanno quasi lo stesso suono e dunque le trascrizioni sono relative e opinabili): in sostanza, pesce crudo marinato.

Piatto nazionale peruviano (se ne celebra la Giornata il 28 giugno): sintesi di una antica tradizione della cultura rivierasca mochica (periodo classico, V/X sec. d. C.) con l’innesto di prodotti mediterranei e tradizioni mediorientali e giapponesi.

Il termine forse deriva dalla parola quechua siwichi, che significa: “pesce tenero e fresco”.

Piatto che si può preparare con infinite variazioni, grandi o piccole, ma sempre di stupefacente gradevolezza. Gloria ne presenta diverse varianti.

Dovrei parlare di mais, di patate (papas), di yuca (manioca), di quìnoa (Chenopodium quinoa: non un cereale ma una chenopodiacea, come spinaci e barbabietole), di lùcuma, di camote, degli innumerabili arroz (il nostro riso che in Perù è usato come la pasta), e ancora: butifarras, empanadas, chupes

Dovrei poi parlare del Pisco: un distillato di mosto che è una delizia. Un intero capitolo con storia, caratteristiche, variabili e cocktail è dedicato a questa bevanda che i si identifica il Perù almeno quanto il cebiche.

Insomma, un universo che invito i miei lettori a conoscere: sarà una scoperta sensazionale; oltretutto, esistono in Italia ottimi ristoranti peruviani (vedi link) che sono l’espressione di una comunità di gente operosa e generosa.

Gloria Carpinelli D’Onofrio è una italo-peruviana residente a Torino, laureata in Lingue e Letterature Moderne con una tesi dedicata alla sua patria di nascita.

Questo suo primo lavoro non è soltanto il classico libro di ricette: comprende i contributi di celebri chef, una breve presentazione delle caratteristiche storiche, geografiche e culturali del Perù; comprende, inoltre, le esperienze dirette di Gloria, abile e appassionata cuoca; reca, infine, anche preziosi suggerimenti sul reperimento delle materie prime.

Il libro è intitolato – un vero omaggio – come la più famosa canzone popolare peruviana: La flor de la Canela della cantante Chabuca Granda (1920-1983, vedi link).

https://www.youtube.com/watch?v=PK8yy-S5lds#t=54

https://www.vincenzoreda.it/vale-un-peru-per-davvero/