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Rillke, Dai Sonetti a Orfeo

Rainer Maria Rilke (Praga, 4 dicembre 1875 – Montreux, 29 dicembre 1926)

Dai Sonetti a Orfeo (Aus den Sonetten an Orpheus)

I,7

RilkeEcco, esaltare! A esaltare egli venne,

sgorgò così come sgorga dal muto

sasso il metallo. Il suo cuore è il caduco

filtro d’un vino agli umani perenne.

 

Non mai la polvere spegne la pura

voce se l’eco del dio la trascina.

Tutto diventa grappolo e vigna

che il suo sensibile agosto matura.

 

Non il marcire dei re nella tomba

muta in menzogna il suo canto, non l’ombra

che da figure divine si posa.

 

Perché egli è uno dei messi più forti

che ancora oltre le soglie dei morti

levano coppe di frutti gloriosi.

 

(Rühmen, das ists! Ein zum Rühmen Bestellter,/ ging er hervor wie das Erz aus des Steins/ Schweigen. Sein Herz, o vergängliche Kelter/ eines den Menschen unendlichen Weins.// Nie versagt ihm die Stimme am Staube,/ wenn ihn das göttliche Beispiel ergreift./ Alles wird Weinberg, alles wird Traube,/ in seinem fuhlenden Süden gereift.// Nicht in den Grüften der Konige Moder/ straft ihm die Rühmung Lügen, oder/ dass von den Göttern ein Schatten fällt.// Er ist einer der bleibenden Boten,/ der noch weit in die Türen der Toten/ Schalen mit rühmlichen Früchten halt.)

Fu l’ultima opera di Rilke (1923), splendida. La traduzione, ineguagliabile come ebbe a scrivere Franco Fortini, è di Giame Pintor, dei primi anni Quaranta. Il libro lo acquistai negli anni Settanta: Collezione di Poesia, Einaudi, a 800 lire (!).

Artistas, locos y criminales: Obdulio Varela by El Gordo Soriano

Quasi tutti quelli che conoscono Soriano hanno letto di Obdulio Varela su Futbol, l’antologia pubblicata postuma nel 1998; per la verità, l’intervista (del 16 luglio 1972, pubblicata sul quotidiano La Opinión) al campione uruguagio fu inserita nel volume del 1983, Artistas, locos y criminales ( Artisti, pazzi e criminali, pubblicato in Italia, da Einaudi, nel 1996 e la mia copia che riporto a fianco è quella prima edizione).

Obdulio era nato il 20 settembre 1917, aveva cominciato a giocare nella massima serie uruguagia nel 1934 e giocò fino al 1955. Non era gigantesco, come dicono le cronache: non arrivava infatti al metro e ottanta; morì il 2 agosto 1996 a Montevideo, la sua città natale. Osvaldo Soriano (nato a Mar del Plata il giorno dell’Epifania del 1943) scomparve pochi mesi dopo a Buenos Ayres, il 29 gennaio del 1997: El Gordo fu portato via da un cancro ai polmoni, inevitabile data la quantità immane di sigarette che aveva fumato.

Domani, 16 luglio 2010, sono 60 anni da quella fatidica finale, la citazione è d’obbligo: ma rispetto a tutti gli altri che ogni tanto citano questo scritto di Soriano, a me piace riportare il dopo partita: quello sì per davvero memorabile.

Questa intervista mi fu suggerita da Hermenegildo Sábat, il quale illustrò sul quotidiano quasi tutti i testi, poi raccolti nel volume Artisti, pazzi e criminali.

Il 16 luglio 1950, nello stadio Maracaná di Rio de Janeiro, nacque una delle ultime leggende del calcio rioplatense; quel giorno, l’imponente centromediano uruguayano Obdulio Varela mise a tacere centocinquantamila tifosi che inneggiavano al goal brasiliano durante la finale della Coppa del Mondo, segnato dall’attaccante Friaca. Al sesto minuto del secondo tempo, il Brasile aprì le marcature incoraggiato dalle tribune zeppe del Maracaná, inaugurato proprio per questa partita. Allora, tutta Rio de Janeiro fu un’esplosione di giubilo; i petardi e i fuochi d’artificio si accesero nello stesso tempo. Obdulio, un ragazzone tagliato con l’accetta, raggiunse la sua porta già violata, prese il pallone in silenzio e lo strinse fra il braccio destro e il corpo. I brasiliani ardevano di giubilo e chiedevano altri goal. Quella modesta squadra uruguayana, seppure temibile, era una buona preda per conquistare il titolo mondiale. Forse l’unico che seppe capire la drammaticità di quell’istante, di ponderarla freddamente, fu il grande Obdulio, capitano – e molto di più – di quella squadra giovane che cominciava a disperarsi.

Sicché piantò gli occhi grigi, neri, bianchi, rilucenti, contro tutta quella luce, gonfiò il petto massiccio, e si avviò muovendo appena i piedi, provocatore, senza rivolgere una parola a nessuno, e la gente dovette aspettare tre minuti prima che arrivasse in mezzo al campo e rivolgesse all’arbitro dieci parole in uno spagnolo incomprensibile. Non ebbe orecchi per i brasiliani che lo insultavano perché avevano capito la sua manovra geniale: Obdulio raffreddava gli animi, metteva distanza fra il goal e la ripresa di modo che, da quel momento, la partita e l’avversario di ritrovassero diversi.Varela

Quella sera sono andato col mio massaggiatore a fare un giro nei locali per berci qualche birra e siamo capitati in quello di un amico. Non avevamo neanche un cruzeiro e ci siamo fatti fare credito. Ci siamo ficcati in un angolo a bere e di là guardavamo la gente. Tutti stavano piangendo. Sembrava una bugia; la gente aveva le lacrime agli occhi. D’improvviso vedo entrare un tizio grande e grosso che sembrava disperato. Piangeva come un bambino e diceva: «Obdulio ci ha fottuti» e piangeva sempre di più. Io lo guardavo e mi faceva pena. Loro avevano preparato il carnevale più grosso del mondo per quella sera e se l’erano rovinato. A sentire quel tizio, gliel’avevo rovinato io. Mi sentivo male. Mi sono accorto che ero amareggiato quanto lui. Sarebbe stato bello vedere quel carnevale, vedere come la gente se la spassava con una cosa così semplice. Noi avevamo rovinato tutto e non avevamo ottenuto niente. Avevamo un titolo, ma cosa importava  confronto a tutta quella tristezza? Ho pensato all’Uruguay. Là la gente doveva essere felice. Ma io ero a Rio de Janeiro, in mezzo a tutte quelle persone sconsolate. Mi sono ricordato del mio odio quando ci avevano segnato il gol, della mia rabbia, che adesso non era più mia ma mi faceva male lo stesso.

Il proprietario del bar si è avvicinato a noi insieme a quel tizio grande e grosso che piangeva. Gli ha detto: «Lo sa chi è questo qui? E’ Obdulio». Io ho pensato che quel tizio mi avrebbe ammazzato. Ma mi ha guardato, mi ha abbracciato e ha continuato a piangere. Subito dopo mi ha detto: «Obdulio, accetta di venire a bere un bicchiere con noi? Vogliamo dimenticare, capisce?». Come potevo dirgli di no! Abbiamo passato tutta la notte a sbevazzare da un bar all’altro. Io ho pensato: “Se devo morire questa notte, così sia”. Però eccomi qui.

Se adesso dovessi giocare di nuovo quella finale, mi segnerei un gol contro, sissignore. No, non si stupisca. L’unica cosa che abbiamo ottenuto vincendo quel titolo è stato dar lustro ai dirigenti dell’Associazione Uruguayana di Calcio. Loro si sono fatti consegnare le medaglie d’oro e ai giocatori ne hanno date altre d’argento. Lei crede che si siano mai ricordati di festeggiare i titoli del 1924, del 1928, del 1930 e del 1950? Mai. Noi giocatori che abbiamo partecipato a quei campionati ci riuniamo adesso per conto nostro ogni anno il 18 luglio, che è la festa nazionale. Festeggiamo per conto nostro. Non vogliamo neanche ricordarci dei dirigenti.

Jared Diamond: Il Mondo fino a ieri

J. diamondDi Jared Diamond ho letto (e su questo sito scritto, vedi link qui sotto) Armi, acciaio e malattie e Collasso: due libri che considero fondamentali nella mia cultura. Oggi sto finendo di leggere questo suo ultimo, preziosissimo lavoro – titolo originale: The world until Yesterday – What Can We Learn from Traditional Societies? 2012 – appena pubblicato nei Saggi Einaudi (504 pp., 29,00€, cartonato con sovracopertina).

E’ un libro di grandissimo interesse e attualità: cosa possiamo imparare, noi uomini moderni e occidentali, dagli usi e costumi di bande di cacciatori-raccoglitori e allevatori-agricoltori che definiamo primitivi?

Come allevano i bambini i !Kung san del deserto del Kalahari; il rapporto con i vecchi di Dani e Asmat della Nuova Guinea; le malattie, la violenza, la guerra delle tribù amazzoniche Yanomami e Xingu; il cibo, la religione, l’organizzazione degli allevatori Nuer del Sudan, degli Inuit artici dei pigmei Agta e Aka…. Sempre messi in rapporto con le nostre J.D.consuetudini, leggi, norme, schemi comportamentali.

E’ un libro straordinario che apre gli occhi anche di chi, come me, frequenta da decenni antropologia, etnologia, storia. L’approccio moderno di nuove discipline come psicologia evoluzionistica, paleobotanica, antropoolgia culturale, paleolinguistica permette di vedere sotto una luce completamente nuova le relazioni di comportamenti e abitudini tra genti distanti tra loro migliaia di chilometri, secoli, millenni, e che oltretutto insistono su ambienti dieversissimi. Diamond ricorda che i comportamenti di cacciatori-raccoglitori hanno cominciato a evolvere 11.000 anni fa con la scoperta di agricoltura e allevamento che hanno dato origine alle prime chefferies (nuclei tribali allargati in cui un capo riconosciuto unisce sotto la sua figura ogni tipo di potere) e che, circa 5.500, anni fa queste si sono evolute nei primi stati organizzati con l’invenzione della scrittura. Questo significa che per centinaia di migliaia d’anni l’Uomo si è comportato secondo modelli che oggi definiamo primitivi, ma che sono in qualche modo ancora validi.

Non soltanto: usi e costumi che a noi paiono appartenerci da sempre hanno una storia incredibilmente breve. Per fare alcuni esempi: da un paio di secoli (con l’Illuminismo) soltanto il nostro approccio verso le malattie è diventato diverso da quello dei “primitivi”; prima di Galileo Galilei non esisteva la scienza empirica; prima di Linneo non si parlava di classificazione sistematica e prima di Watson e Crick (anni Cinquanta del XX secolo) il DNA non si sapeva cosa fosse…

Per concludere: il libro si legge con estrema facilità perché è scritto in maniera semplice e comprensibile a tutti quelli dotati di un minimo di cultura: come al solito gli anglosassoni hanno una tradizione divulgativa che da noi è sconosciuta. Ma questo è tutt’altro discorso…..

https://www.vincenzoreda.it/j-diamond-letture-che-servono/

Uto Ughi al Conservatorio Giuseppe Verdi di Torino

Uto Ughi (Bruto Diodato Emilio Ughi) è nato a Busto Arsizio il 21 gennaio 1944 da padre triestino e madre di Bolzano. Con Nathan Milstein e Yehudi Menhuin è il mio violinista preferito, tra i massimi viventi (e non). Suona uno Stradivari del 1701 e un Guarneri del Gesù (artigiano cremonese reso celebre da Paganini che suonava un suo violino definito “cannone” per la potenza del suono) del 1744.

Ascoltarlo dal vivo è un’esperienza irripetibile e indescrivibile: la perfezione assoluta che accompagna un suono di pulizia e atmosfera straordinaria.

Ieri sera (18 aprile 2013) ci ha donato tre esecuzioni tra le quali il Trillo del Diavolo di Giuseppe Tartini (Istria 1692-Padova 1770) è stata di gran lunga la migliore. Per inciso le altre erano una sonata di Gaetano Pugnani (Torino, 1731-1798) e una fantasia da Carmen di Bizet trascritta da un grande violinista spagnolo.

Però quel che mi ha più emozionato è stato un frammento tratto dal video: Uto Ughi. Una vita per la musica, prodotto dall’Associazione Culturale Arturo Toscanini di Savigliano. Si tratta di due sequenze di un concerto tenuto in un piccolo monastero buddista in cui il Maestro suona la mia Ciaccona, il V movimento della partita per violino solo n. 2, Bwv 1004 in re minore di J. S. Bach.

Sublime, semplicemente sublime. Ho cercato quel filmato su youtube ma non ho trovato nulla. Purtroppo.

Alla proiezione del filmato, assai interessante e esplicativo della vita, del carattere e della carriera del musicista, è seguita la presentazione del libro: Uto Ughi. Quel diavolo di un trillo, appena pubblicato per i tipi dell’Einaudi. In compagnia di Ernesto Ferrero (scrittore e presidente della Fondazione Salone del Libro di Torino) e Giorgio Pestelli (musicologo).

Doveroso ringraziare, per l’irripetibile emozione, la mia amica Francesca Tablino cui devo l’invito. Come potrò mai sdebitarmi?

http://www.youtube.com/watch?v=jhX9G-LcoXo

Alvaro Mutis e Bruno Schulz

Quando qualche anno fa scoprii Alvaro Mutis (Alvaro in spagnolo si pronuncia sdrucciolo), come sempre senza che nessuno me lo suggerisse, ebbi immediatamente la percezione di aver conosciuto Uno dei Miei.

L’ultimo scalo del Tramp Steamer era il libro: folgorante!

Lessi poi tutto quello che trovai tradotto in Italia: La neve dell’ammiraglio, Ilona arriva con la pioggia, Amirbar, Un bel morir, Abdul Bashur sognatore di navi, ecc. fino a quella sorta di genesi – e siamo nel campo magico della poesia – che è costituita dalla raccolta Gli elementi del disastro.

Perché Maqroll il Gabbiere, personaggio chiave delle storie di Mutis, nasce come figura poetica e, successivamente, diventa pian piano protagonista di storie che s’intrecciano nel Tempo: come una sorta di albero misterioso il Tempo di Maqroll genera rami nuovi, gemme primaverili che alimentano storie che si dipanano lungo rami dimenticati del tronco dell’Albero misterioso.

Mutis è ormai un anziano signore (nato a Bogotà in Colombia, nel 1923) che vive in Messico: lo vidi a un Grinzane Cavour di qualche anno fa, un bel signore come i sudamericani sanno essere. Con Josè Saramago uno dei pochissimi ancora vivi che leggo per bisogno (chi mi conosce sa che i miei autori sono quasi tutti morti: preferisco, da sempre e non per scelta, la polvere della Storia ai venticelli freschi della Cronaca).

Questo volume mi mancava: è una raccolta di scritti preziosi per chi conosce Mutis, raccolta curata da Matha L. Canfield, docente di Letteratura Ispanoamericana dell’Università di Firenze. Chi non conoscesse Alvaro Mutis si prenda la briga di cominciare a leggere uno qualsiasi dei titoli che ho indicato qui sopra: se lo merita, scoprirà un autore straordinario che non possiede alcun riferimento diretto con altri.

Sono partito da Mutis soltanto come pretesto: in questi giorni umidi e faticosi di maggio ho scoperto un Altro dei Miei.

Io non amo in maniera particolare la letteratura mitteleuropea, con qualche eccezione (Rilke, Kafka, Schopenhauer, Hesse e pochi altri): ma questa è una folgorazione.

La scrittura di questo piccolo, timido insegnante di disegno ebreo-polacco -morto cinquantenne nel 1942, assassinato pare quasi per gioco da un ufficiale nazista – è sconvolgente.

“A quel tempo la nostra città già stava precipitando nel grigiore cronico del crepuscolo, già si copriva ai margini di un’eruzione d’ombra, muffa pelosa e muschio color ferro. Liberatosi a fatica dai fumi e dalle nebbie brune del mattino, il giorno inclinava subito a un tardo pomeriggio ambrato, diveniva per un attimo trasparente e dorato, come la birra scura, per discendere infine sotto le volte sfaccettate e fantastiche delle vaste notti colorate.”

Questo è l’incipit del racconto “La visitazione”, primo dei dieci giolielli contenuti in questo volumetto Einaudi che David Grossman – che di Bruno Schulz ha fatto personaggio letterario – chiude con un saggio illuminante.

Schulz ha scritto pochissimo, soltanto racconti e qualche saggio; un suo romanzo pare si sia perso nella tragedia polacca della tragedia della seconda guerra mondiale.

“Che fare, invece, degli avenimenti che non hanno il loro posto nel tempo, degli avvenimenti verificatisi troppo tardi, quando ormai l’intero tempo è stato distribuito, suddiviso, ripartito, e che ora sono rimasti in certo modo per aria, non incolonnati, sospesi, vaganti e senza fissa dimora? Che il tempo sia troppo ristretto per tutti gli avvenimenti? Possibile che tutti i posti del tempo siano esauriti? Preoccupati, percorriamo l’intero treno degli avvenimenti, preparandoci ormai al viaggio.”.

Questo brano appartiene all’inizio del capolavoro “L’epoca geniale”. Non dico altro: chi mi segue e desidera scoprire un autore inaudito, vada a cercare Bruno Schulz, sono certo che qualcuno (magari pochissimi o forse nessuno) mi ringrazierà. La traduzione di Alessandra Shomroni è assai buona: in questi tempi va segnalata.