Posts Tagged ‘El Mirador’
Archeo compie 25 anni

Archeo, mensile di archeologia edito dall’Istituto Geografico De Agostini, con il numero 300 appena uscito in edicola compie 25 anni di pubblicazione ininterrotta.

Non avevo ancora 17 anni – era l’estate del 1971 – studiavo di sera e durante il giorno lavoravo da manovale generico nei cantieri edili dell’Impresa Rosazza di Torino; mandai un appello alla trasmissione radiofonica “Per voi giovani” di Gianni Boncompagni e Renzo Arbore : chiedevo di venir messo in contatto con persone che si occupavano di archeologia. L’appello fu diffuso e venne ascoltato – tramite una buffissima radiolina a transistor che egli aveva, al solito suo modo, modificata – da Nicola Silvano mentre armeggiava nella sua boita. Mi chiamò e io mi attaccai a lui come un neonato si attacca alla tettarella della madre. Mi portò a zonzo per i siti neolitici della Valle di Susa (Borgone, Vaie, Fillar Focchiardo…) e mi fece scavare la prima volta nell’anfiteatro romano di Ivrea nella primavera del 1972. Silvano era un grande appassionato di paletnologia, io a quel tempo avevo in mente soltanto Messico, Maya e Aztechi.

Allora i nostri riferimenti erano National Geografic e Scientific American, rigorosamente in inglese: il mercato editoriale non presentava nulla di analogo. Si dovettero attendere gli anni Ottanta per vedere nascere i primi periodici dedicati all’archeologia, alla natura, all’arte, ecc.

Andreas M. Steiner – giovane neolaureato tedesco, figlio di un pittore che amava l’Italia – in quegli stessi primi anni Settanta rimase impigliato nelle reti sensuali e debordanti di quella matrona languida conosciuta con il nome antico di Roma. S’innamorò dell’Urbe e di una sua figlia e cominciò a farsi romano anch’egli. Una decina d’anni più tardi, venne chiamato da Sabatino Moscati a occuparsi, in qualità di redattore, del nuovo progetto editoriale della De Agostini: Archeo, fortemente voluto da Pietro Boroli. Del primo numero di Archeo, datato Marzo 1985 e che io possiedo fra le migliaia di esemplari della mia Biblioteca, riporto la raffinata copertina e l’editoriale con il colophon.

Mi è d’obbligo parlare dei contenuti di Archeo oggi in edicola, anche perché Andreas con i suoi pochi e bravissimi collaboratori ha realizzato un’edizione di interesse grandissimo.

Tra i vari articoli, riportati sugli strilli in copertina, mi ha colpito la qualità, la franchezza, la chiarezza, la competenza, la profondità dell’inchiesta realizzata da Orietta Rossini, persona che purtroppo non ho il piacere di conoscere, su Pompei con le interviste – per davvero interessanti e di tono fuori della solita paludata e inconcludente ufficialità – all’ultimo soprintendente Prof. Pier Giovanni Guzzo e all’attuale commissario ministeriale Marcello Fiori.

Un’inchiesta realizzata partendo da una prospettiva per davvero insolita, almeno da noi, che avrà per il futuro da essere considerata come un esempio di giornalismo culturale, impegnato e non puttano né parente di qualunque ipocrisia. Orietta Rossini, lo dico senza dover niente a nessuno, ha realizzato un grande lavoro che invito chiunque abbia a cuore le sorti dell’immenso e immensamente maltrattato tesoro dei beni archeologici, artistici e culturali italiani non soltanto a leggere, ma a frequentare.

Per combinazione, a me tanto gradita, questo numero di Archeo, contiene anche un piccolo abstract di un articolo di Archeology (periodico americano di cui ho avuto il piacere di conoscere il senior editor Samir S.Patel www.archeology.org) che parla del sito maya di El Mirador e delle ultime, straordinarie scoperte di Richard Hansen.

Grazie tante, Andreas e che iddio, o chi per lui, ti conservi la vista.

I Maya del Petén

Ogni anno, più o meno verso la metà di novembre, si tiene a Paestum la Borsa mediterranea del turismo archeologico. È un momento sempre affascinante in cui in quattro giorni si confronta e si verifica tutto il mondo, letteralmente, dell’archeologia.

Presso il centro espositivo dell’hotel Ariston, centinaia di addetti ai lavori e migliaia di visitatori, studenti e semplici appassionati, si incontrano nelle sale dei convegni e nei numerosi stand.

Ebbene, tutti gli anni lo stand, pure di modeste dimensioni, più affollato è sempre il solito: quello del Guatemala, dove l’impareggiabile Enzo Brilli, responsabile Inguat per l’Italia, intrattiene giovani e meno giovani con i suoi braccialetti maya e le trovate che ogni anno rendono sempre simpatica e interessante una visita al piccolo spazio espositivo del Guatemala.

Quanto sopra mi serve per introdurre il viaggio nella Terra dei Maya effettuato alla fine di ottobre 2008: l’idea di questo viaggio nasce appunto nello stand di Paestum, chiacchierando con Enzo Brilli; dopo due anni di attesa, finalmente siamo riusciti a organizzare questo evento che per me si è rivelato, a conferma delle aspettative, più che memorabile.

Parlare di Guatemala significa parlare di Maya, ma bisogna precisare che il territorio in cui fiorì, in varie epoche, la cultura maya abbraccia 350/400 mila chilometri quadrati situati tra gli stati di Messico, Guatemala, Belize, Honduras e Salvador.

Lo stesso territorio è abitato ancora oggi in maniera importante dalle varie nazioni maya: però occorre precisare che se negli altri stati ci sono anche i Maya, in Guatemala non si parla di Maya, ma di Quiché, Cakchiquel, Mam, Kekchí…., ossia delle varie etnie, e relative lingue – che sono quasi una trentina – maya.

Il Guatemala è un paese grande un terzo circa dell’Italia (108.000 Kmq) con 13 milioni di abitanti: quasi la terza parte del paese si estende nella regione del Petèn, il che significa foresta vergine pluviale. Il resto del territorio è montagnoso e ricco di vulcani attivi con una storia rovinosa di terremoti ed eruzioni.

“Nessun’altra nazione ha mai dedicato al tempo un interesse così intenso; e anzi nessun’altra civiltà ha prodotto una specifica concezione di un tema, parrebbe, così poco popolare[…] Per i Maya il tempo era l’oggetto di un interesse assorbente. Ogni loro stele ed altare aveva lo scopo di indicare il flusso del tempo, di celebrare la chiusura di un periodo[…] Per i Maya i giorni non erano in rapporto con gli dei, ma erano dei; e lo sono tuttora per gli abitanti di remoti villaggi di montagna nel Guatemala dove vige ancora il calendario degli antichi Maya”.

Così J. Eric S. Thompson, grande archeologo americano, sintetizza l’essenza della cultura maya nel testo che è fondamentale per chiunque voglia approcciare seriamente la conoscenza di questa tappa della storia umana: La civiltà maya, Einaudi.

Parlare di cultura maya significa essenzialmente capire quel che Thompson sintetizza in poche righe: l’ossessione del tempo.

I Maya non erano, come si crede, grandi astronomi: erano invece grandi astrologi, ovvero le osservazioni astronomiche al servizio di vaticini e profezie.

A partire da due, forse due millenni e mezzo, prima dell’era volgare, primitivi agglomerati urbani che lottavano con la foresta pluviale tra il Petèn, il Chiapas e il Veracruz (Thompson riteneva che la cultura Olmeca fosse stata probabilmente elaborata da genti maya) erano capaci di mantenere caste privilegiate di sciamani evoluti che osservavano i complicati cieli tropicali ed erano in grado di predire noviluni, pleniluni, eclissi, periodi secchi, alluvioni.

Gli sciamani divennero sacerdoti e le loro parole si trasformarono in religione che regolamentava sviluppi urbani, dimensioni e proporzioni degli edifici, primitive scritture, decorazioni ceramiche, pitture murali, stele.

Sempre in lotta perenne con la foresta pluviale, generosa con frutta, radici, foglie e animali di  ogni tipo e crudele nel riappropriarsi dei terreni appena appena lasciati incolti.

Fino a pochi anni fa si pensava che il culmine della cultura maya fiorisse nel classico (250-900 d.C.), oggi vi sono tracce del raggiungimento di uno sviluppo almeno simile nel precedente periodo preclassico medio e tardo (400 a.C.-200 d.C.): le recenti campagne di scavo a El Mirador e le scoperte dei murales di San Bartólo fanno arretrare appunto a questa epoca il raggiungimento di traguardi che si pensavano di molti secoli più tardi.

È soprattutto per verificare personalmente questa straordinaria nuova frontiera della conoscenza della cultura maya che ho affrontato con grande entusiasmo il viaggio in Guatemala: per poter successivamente rendere conto ai lettori di Archeo di quanto oggi stiano progredendo queste conoscenze. E, avendo conosciuto bene il Messico e lo Yucatán, rendere completa la soddisfazione del sogno di un adolescente.