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Marco Valerio Marziale


 “E Fillide fu mia.

Bellissima, stupenda,

con me, in tutti i modi,

per una intera notte,

appassionatamente,

fu prodiga d’amore.

All’alba già pensavo

Che cosa avrei potuto

In dono farle avere.

Profumo da una libbra?

Di Cosmo o di Nicero?

O lane superiori,

di Betica,  in matasse?

Oppure dieci bionde

Monete fior di conio

Del Cesare sovrano?

Quand’ecco, all’improvviso,

al collo mi si avvinghia:

a lungo sulla bocca

m’imprime dolcemente

un bacio che ricorda

l’amplesso colombino.

Infine lei mi chiede

Un’anfora di vino.”

 

Marco Valerio Marziale nasce a Bilbilis (nei pressi dell’odierna Catalayud, in Aragona, a sud-ovest di Saragozza) il 1° marzo di un anno compreso tra il 38 e il 41 d.C.

Di famiglia certamente agiata, potè seguire regolarmente quegli studi a cui un giovane, il quale avesse desiderio di intraprendere la carriera letteraria, doveva necessariamente attendere, pur se grammatica e retorica non erano nelle sue preferenze.

Certamente ebbe una buona educazione dai genitori, che ricorda in un componimento dolcissimo dedicato alla morte di una bimba: Frontone e Flaccilla.

Nel 64 dalla Spagna si trasferisce a Roma: un circolo potentissimo di intellettuali e letterati spagnoli lo accoglie benevolmente: Quintiliano, Seneca, Columella, Lucano dominano la vita colta della Roma imperiale di Nerone.

Al giovane di belle speranze viene vivamente consigliato di dedicarsi all’insegnamento o all’avvocatura, attività proficue e di buon prestigio, ma il Nostro sente forte la vocazione del poeta: fatto si è che esercitare tale attività, allora, significava dover cercare qualche nobile o potente al cui servizio mettere la propria arte declamatoria, dunque comporre versi sostanzialmente adulativi e diventare così “cliente”, onde poter vivere o sopravvivere, a seconda delle fortune o della magnanimità del protettore.

Purtroppo, nel 65 avviene un fatto che sconvolge la cerchia intellettuale spagnola: Nerone scopre la congiura dei Pisoni e agisce reprimendo crudelmente i congiurati. Seneca, Pisone, Lucano e altri vengono eliminati e certamente Marziale non dovette passarsela troppo bene.

Non sappiamo nulla di come visse fino all’80: a Nerone successero Galba, Ottone, Vitellio e Vespasiano per arrivare, appunto a Tito.

Certo il Poeta zonzolava tra perenni ristrettezze economiche e umilianti incombenze poetiche ( la salutatio che fruttava la misera sportula, oggi meglio nota come “pagnotta”), per i quartieri popolani di Roma: la Clivus Suburana, la Suburra ( via malfamata posta tra il Quirinale, dov’egli aveva una misera casa, e il Viminale), doveva essere la sua meta preferita: ladri, puttane, gladiatori, pervertiti, taverne, mescite di vino, bordelli, bagni pubblici….

E’ questo il contesto dove lo spirito di osservazione, l’arguzia, la lingua tagliente, il grande talento poetico dello Spagnolo portano l’epigramma al culmine, mai più superato da alcuno, dell’arte.

Marziale possiede un poderetto al Nomentano e questo è uno dei pochi svaghi che lo allontana dalle angustie del quotidiano: il sogno di un ritorno alla terra, che avverrà negli ultimi anni della sua vita e sarà una grande delusione, è uno dei motivi conduttori della sua arte.

Finalmente, con l’inaugurazione del Colosseo, regnante Tito, il Poeta riesce a avvicinarsi alla corte: compone una trentina di epigrammi dedicati all’avvenimento epocale (Liber spectaculorum); ne ottiene in cambio lo ius trium liberorum, un appannaggio economico che spettava ai capifamiglia con almeno tre figli: il fatto strano è che il Nostro era scapolo…….

Sappiamo che tentò di fuggire dalla vita caotica dell’ormai enorme metropoli ( Roma contava allora molte centinaia di migliaia di abitanti e doveva essere un intrico di lingue e di razze straordinario), intorno all’88 fece un viaggio a Imola, ma l’attrazione fatale per l’odiata/amata Città lo richiamò prestamente.

Domiziano, poco più tardi, riconobbe al Poeta il tribunato militare con l’iscrizione all’ordine dei cavalieri, pur se la condizione economica non dovette migliorare di molto; in seguito a ciò, Marziale svolse un grande lavoro di elogi, omaggi poetici e adulazioni verso il suo benefattore, tanto che alla morte di questi (Domiziano venne assassinato, com’era assai di moda a quei tempi, nel 96 ) egli ebbe non pochi problemi con il successore Nerva e con Traiano (spagnolo anch’egli, come poi Adriano, imperatori sotto il cui dominio Roma raggiunse il suo apice).

Anche in seguito a questi fatti, nel 98, grazie al favore di una sua ammiratrice, la vedova Marcella, e all’aiuto del suo grande amico Plinio il Giovane, egli riesce a tornare alla nativa Bilbilis, dove si spegne nel 104, sempre rimpiangendo le vie caotiche, puzzolenti, malfamate della sua Roma.

 

“Hominem pagina nostra sapit”

           

Marziale compose oltre 1500 epigrammi, perlopiù in distici elegiaci, inclusi in 12 libri più tre libri d’occasione pubblicati a parte. I suoi epigrammi puzzano di umanità: sotto la volgarità necessaria, sotto la libertà di costumi sessuali pre-cristiana, tra le mentulae, i cunnus, i coleos, l’instancabile futuere, paedicare e fellare si nasconde un grande osservatore, un insospettabile poeta lirico, un perenne ricercatore, un raffinato caricaturista.

 

“Per non puzzar del vino

che ieri hai tracannato,

divori avidamente

i Cosmo-pastiglioni.

Con tali profumate,

soavi colazioni,

t’impiastri solo i denti,

mia povera Fescennia.

Ma freno non può porre

Ai rutti provenienti

Da un baratro infernale.

Così frammisto infatti

a quei potenti aromi,

il tuo fetore è peggio:

con doppia forza il fiato

t’esplode più lontano.

Son frodi troppo note,

malizie da furbastra:

desisti, dammi retta,

non essere ostinata.

E fa’ semplicemente,

da brava, l’ubriaca.”

 

Ho scelto in quest’occasione alcuni componimenti curiosi che riguardano il vino, ma che fanno capire com’era la vita della Roma imperiale, libera assai nei costumi e nell’incipiente decadenza non lontana.

 

“…. Che fa Filene a cena?

Non giace nel triclinio

Se prima vino schietto

-boccali sette almeno-

non ha rivomitato.

Può allora cominciare,

a stomaco svuotato,

a berne nuovamente

e insieme a trangugiare

pallottole di carne

-speciali per atleti-

in sedici bocconi.

Appena terminato

un tal popo’ di roba,

si dedica al piacere…..”

 

Filene è un’energumena che non ama propriamente i maschi e poco oltre sono descritti in maniera spudorata i piaceri ch’ella predilige…..

 

“Continui temporali:

vendemmia flagellata,

di pioggia s’è inzuppata.

Quest’anno sarà duro,

mio caro taverniere.

così come vorresti.

spacciare vino puro.”

 

Tornerò a parlare di vino e poesia in Roma ( e saranno Orazio, Plinio il Vecchio…..), ma a parte il vino, il mio auspicio è che questo breve articolo possa fungere da stimolo a uno o due dei miei per certo scarsi lettori per scoprire, o riscoprire, il talento insuperabile di Marco Valerio Marziale.

 

“Difficilis facilis, iucundus acerbus es idem:

nec tecum possum vivere, nec sine te.”

I testi riprodotti sono tratti dal volume “Gli epigrammi proibiti di Marziale”, nella traduzione di Gianfranco Lotti. Armenia editore.Milano 1989