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La casa sopra i portici, Carlo Verdone

«[…] Una sera venne anche Fellini. Il quale apprezzò molto lo spettacolo e scrisse a mio padre una breve lettera che diceva: “Caro Mariuccio, ho visto ieri a teatro lo spettacolo di Carletto. Penso che se la cavi molto bene. Speriamo che abbia fortuna perché quel ragazzo ha molto talento.».

E’ il 1977 e Carlo Verdone esordisce al Teatro Alberichino con i suoi monologhi Tali e quali e Rimanga fra noi. A Roma si sparge la voce e vanno in tanti a vederlo: Paolo Poli, Franco Zeffirelli, Steno, Enrico Lucherini, Enzo Trapani, Sergio Leone. Questi ultimi due saranno fondamentali per Verdone: il primo lo chiamerà in televisione nel 1978 per il programma Non Stop (archetipo nobile di Zelig e Colorado); un paio di anni dopo, Sergio Leone lo convincerà, e lo aiuterà, a girare i suoi primi film Un sacco bello e Bianco, rosso e Verdone.

Non sono un appassionato del cinema di Verdone, pur se trovo i suoi film divertenti, freschi e ben fatti: non amo in maniera particolare il genere, ecco tutto. Ma ho avuto la possibilità di conoscere, pur fugacemente, Carlo Verdone di persona nel luglio del 2012, in occasione di Collisioni, a Barolo: era il 16 luglio e cantava Bob Dylan, eravamo ospiti di Anna e Ernesto Abbona. Me lo presentò Andrea Scanzi: ebbi immediata l’impressione di una persona vera, umile, che non deve sostenere il proprio ruolo a ogni costo. Fu una bella impressione.

La medesima mi viene confermata dalla lettura della sua biografia. Carlo Verdone, si vede si sente si capisce, non è uno scrittore: la lingua è semplice, corretta pur se non raffinata per uno scritto che è sceneggiatura più che romanzo. Ma il libro è vero e trabocca di umanità. Mi è piaciuto. E io non sono solito leggere roba del genere.

«[…] Finalmente soddisfatto e incurante delle urla che arrivavano dalla fila di auto bloccate, il Tizio esplose in una risata. “Nun c’è niente da fà…Sei er mejo!”. Poi s’infilò il casco, ingranò la marcia e, affrontando una curva a gomito, mi urlò da lontano: “A Carlè! Grazie pe’ avemme dato er sorriso a n’adolescenza de merda!”. Nonostante l’avessi odiato per tutto il tempo, quella frase mi colipì profondamente. Perché dentro di essa era forse racchiuso il potere comunicativo di tanti dei miei lavori, ma anche la constatazione che il “mito” oggi non può pretendere alcuna distanza, seppure minima, dal suo ammiratore.».

Basterebbe la citazione qui sopra a dare valore allo scritto di Carlo Verdone; da ricordare ogni volta  ai verimportant che spesso, quando fa loro comodo, se ne dimenticano….

Ma il libro vale la spesa, e anche di più, per le dieci paginette scarse del capitolo che si intitola: “L’Underground a casa Verdone“. La storia del regista d’avanguardia Gregory Markopoulos: una specie di sceneggiatura semplicemente esilarante; un piccolo capolavoro.

Il libro l’ho letto per caso, lo aveva acquistato mia moglie. E mi ha fatto tanto piacere leggere di una storia di famiglia di quelle pregnanti, pulite, importanti. Che mi ha confermato una precisa impressione avuta conoscendo, in maniera pur superficiale, una bella persona: ancor prima che un verimportant; ancor prima che un uomo di successo mediatico. Tutto sommato, invece, un uomo di vero successo: quello della vita nel suo fluire quotidiano.

Ed è quel che conta.

Dimenticavo: Carlo Verdone è completamente astemio. Anche mia moglie, se per questo….

Alejandro Jodorowsky, Il maestro e le maghe

https://www.vincenzoreda.it/alejandro-jodorowsky-la-danza-della-realta-e-altri-libri/

Il link qui sopra rimanda all’ampio articolo che ho dedicato al Maestro e relativo ai libri che ho letto e recensito in precedenza. E’ necessario specificarlo perché quest’ulimo suo libro – appena pubblicato in Italia da Feltrinelli, ma uscito in Francia nel 2005 – non lo si può leggere e comprendere appieno se non si conosce, e molto bene, Alejandro Jodorowsky: il suo cinema, il suo teatro, i suoi libri, i suoi tarocchi, la SUA MAGIA.

È un libro autobiografico che racconta il rapporto complesso, mutevole, intermittente dell’autore con il maestro giapponese zen Ejo Takata. Racconta soprattutto il rapporto con la complessità della formulazione e della risoluzione dei Koan, sorta di enigmi, aforismi, indovinelli assurdi che richiedono risposte legate alla filosofia zen.

In questo percorso s’inseriscono le vicende legate a figure femminili straordinarie: la pittrice Leonora Carrington, doña Magdalena, l’attrice messicana chiamata Tigressa e, la più incredibile, Reyna D’Assia, figlia nientemeno che del grande esoterico Gurdjieff.

Il volume, complesso se non si conosce Jodorowsky, termina con una trentina di pagine dedicate a aneddoti che riguardano personaggi noti come Neruda, Dalì, Fellini e, quello che riporto qui sotto, Orson Welles.

“…Per il ruolo del barone Harkonnen in Dune, un grassone gigantesco e cattivissimo, avevo pensato a Orson Welles. Sapevo che era in Francia ma, amareggiato dai produttori che non gli offrivano lavoro, non voleva sentir parlare di cinema. Dove trovarlo? Nessuno sapeva dirmelo. Avevo sentito dire che al maestro piaceva tantissimo mangiare e bere. Chiesi a un mio assistente di telefonare a tutti i ristoranti di Parigi chiedendo se Orson Welles fosse loro cliente. Dopo innumerevoli telefonate, un ristorantino, Chez le Loup, ci confermò che una volta alla settimana, ma non in un giorno prestabilito, l’attore cenava lì da loro. Decisi di andare a mangiare in quel locale ogni giorno. Cominciai il lunedì. Il locale aveva un’eleganza discreta, con un memu raffinato e una carta dei vini eccellente. Se ne occupava il proprietario in persona. Tutte le pareti, tranne una, erano decorate con riproduzioni di quadri di Auguste Renoir. Contro un muro privo do quadri, in una vetrina, c’era una sedia sfondata. Chiesi al proprietario la ragione di quello strano arredamento. Mi disse:«Sono resti che ci colmano di orgoglio: una sera Orson Welles ha mangiato così tanto che ha sfondato la sedi a su cui stava seduto». Tornai il martedì, il mercoledì, il giovedì…Immenso, avvolto in un grande mantello nero, arrivò l’attore. Lo osservai affascinato, come un bambino al giardino zoologico. La sua fame e sete erano leggendarie. Lo vidi divorare nove piatti diversi e bere sei bottiglie di vino. Al momento del dessert, gli feci pervenire una bottiglia di cognac che il proprietario mi aveva assicurato fosse la preferita dal suo voluminoso cliente. Orson Welles, quando l’ebbe ricevuta, mi invitò gentilmente al suo tavolo. Rimasi a sentirlo monologare su sé stesso per mezz’ora, prima di trovare il coraggio di proporgli il mio ruolo. Subito mi disse: «Non mi interessa recitare. Odio il cinema di oggi. Non è arte, è un’industria schifosa, un enorme miraggio figlio della prostituzione». Deglutii, il mondo del cinema l’aveva davvero deluso. Come potevo invogliarlo a lavorare con me?

Ero tesissimo, credevo di avere dimenticato tutte le parole, ma a un tratto sentii la mia voce che gli diceva:«Signor Welles, per tutto il mese che dureranno le riprese della sua parte, le prometto di assumere il capocuoco di questo ristorante: ogni sera le preparerà tutti i piatti che lei desidera, accompagnati da vini e altri alcolici della qualità e nella quantità che lei voglia». Con un largo sorriso accettò di firmare il contratto.”