Posts Tagged ‘Feltrinelli’
Umberto Galimberti: Fede e Verità

«Se la fede è una “certezza” che, come abbiamo visto attestato da Tommaso d’Aquino a Kierkegaard, ha il suo fondamento nella “volontà di credere”, mentre la verità è una certezza che ha il suo fondamento nella capacità di togliere tutte le  sue negazioni, non si può identificare la fede con la verità. La fede, infatti, “crede” proprio perché “non sa”. Io non “credo” che due più due faccia quattro perché lo “so”, mentre se “credo” nell’immortalità dell’anima è proprio perché “non lo so”. Identificare la fede con il sapere, o addirittura con la verità, fare questa confusione, come fanno tutte le religioni quando pretendono di possedere la verità assoluta, significa appropriarsi di una prerogativa, l’intolleranza, che non spetta alla fede, ma alla verità.

Se infatti la verità consiste nella negazione della sua negazione, la verità non può essere tollerante, perché se non assumesse nei confronti della propria negazione una posizione escludente, sarebbe annientata dalla compresenza dei contraddittori. Se ciò che la verità dice può essere tenuto fermo solo se il suo porsi è un togliere la totalità delle sue negazioni, alla verità compete, come dice Eraclito, la lotta (pòlemos) che, se non conduce alla vittoria, depotenzia la verità a opinione.».

Da “CRISTIANESIMO – La religione dal cielo vuoto”, Umberto Galimberti – Feltrinelli, Serie Bianca (Novembre 2012)

Alejandro Jodorowsky, Il maestro e le maghe

https://www.vincenzoreda.it/alejandro-jodorowsky-la-danza-della-realta-e-altri-libri/

Il link qui sopra rimanda all’ampio articolo che ho dedicato al Maestro e relativo ai libri che ho letto e recensito in precedenza. E’ necessario specificarlo perché quest’ulimo suo libro – appena pubblicato in Italia da Feltrinelli, ma uscito in Francia nel 2005 – non lo si può leggere e comprendere appieno se non si conosce, e molto bene, Alejandro Jodorowsky: il suo cinema, il suo teatro, i suoi libri, i suoi tarocchi, la SUA MAGIA.

È un libro autobiografico che racconta il rapporto complesso, mutevole, intermittente dell’autore con il maestro giapponese zen Ejo Takata. Racconta soprattutto il rapporto con la complessità della formulazione e della risoluzione dei Koan, sorta di enigmi, aforismi, indovinelli assurdi che richiedono risposte legate alla filosofia zen.

In questo percorso s’inseriscono le vicende legate a figure femminili straordinarie: la pittrice Leonora Carrington, doña Magdalena, l’attrice messicana chiamata Tigressa e, la più incredibile, Reyna D’Assia, figlia nientemeno che del grande esoterico Gurdjieff.

Il volume, complesso se non si conosce Jodorowsky, termina con una trentina di pagine dedicate a aneddoti che riguardano personaggi noti come Neruda, Dalì, Fellini e, quello che riporto qui sotto, Orson Welles.

“…Per il ruolo del barone Harkonnen in Dune, un grassone gigantesco e cattivissimo, avevo pensato a Orson Welles. Sapevo che era in Francia ma, amareggiato dai produttori che non gli offrivano lavoro, non voleva sentir parlare di cinema. Dove trovarlo? Nessuno sapeva dirmelo. Avevo sentito dire che al maestro piaceva tantissimo mangiare e bere. Chiesi a un mio assistente di telefonare a tutti i ristoranti di Parigi chiedendo se Orson Welles fosse loro cliente. Dopo innumerevoli telefonate, un ristorantino, Chez le Loup, ci confermò che una volta alla settimana, ma non in un giorno prestabilito, l’attore cenava lì da loro. Decisi di andare a mangiare in quel locale ogni giorno. Cominciai il lunedì. Il locale aveva un’eleganza discreta, con un memu raffinato e una carta dei vini eccellente. Se ne occupava il proprietario in persona. Tutte le pareti, tranne una, erano decorate con riproduzioni di quadri di Auguste Renoir. Contro un muro privo do quadri, in una vetrina, c’era una sedia sfondata. Chiesi al proprietario la ragione di quello strano arredamento. Mi disse:«Sono resti che ci colmano di orgoglio: una sera Orson Welles ha mangiato così tanto che ha sfondato la sedi a su cui stava seduto». Tornai il martedì, il mercoledì, il giovedì…Immenso, avvolto in un grande mantello nero, arrivò l’attore. Lo osservai affascinato, come un bambino al giardino zoologico. La sua fame e sete erano leggendarie. Lo vidi divorare nove piatti diversi e bere sei bottiglie di vino. Al momento del dessert, gli feci pervenire una bottiglia di cognac che il proprietario mi aveva assicurato fosse la preferita dal suo voluminoso cliente. Orson Welles, quando l’ebbe ricevuta, mi invitò gentilmente al suo tavolo. Rimasi a sentirlo monologare su sé stesso per mezz’ora, prima di trovare il coraggio di proporgli il mio ruolo. Subito mi disse: «Non mi interessa recitare. Odio il cinema di oggi. Non è arte, è un’industria schifosa, un enorme miraggio figlio della prostituzione». Deglutii, il mondo del cinema l’aveva davvero deluso. Come potevo invogliarlo a lavorare con me?

Ero tesissimo, credevo di avere dimenticato tutte le parole, ma a un tratto sentii la mia voce che gli diceva:«Signor Welles, per tutto il mese che dureranno le riprese della sua parte, le prometto di assumere il capocuoco di questo ristorante: ogni sera le preparerà tutti i piatti che lei desidera, accompagnati da vini e altri alcolici della qualità e nella quantità che lei voglia». Con un largo sorriso accettò di firmare il contratto.”

José Saramago, Caino

“Circa tre giorni prima, non più tardi, il signore aveva detto ad abramo, padre del ragazzino che trasporta sulle spalle il fascio di legna, Porta con te il tuo unico figlio, isacco, al quale vuoi tanto bene, recati nella regione del momte moria e offrimelo in sacrificio su uno dei monti che ti indicherò. Il lettore ha letto bene, il signore ha ordinato ad abramo di sacrificargli proprio il figlio, e tutto con la massima semplicità, come chi chiede un bicchiere d’acqua quando ha sete, il che significa che era una sua abitudine e ben radicata. La cosa logica, la cosa naturale, la cosa semplicemente umana sarebbe stata che abramo avesse mandato il signore a cagare, ma non è andata così…..Vale a dire che, oltre che figlio di puttana quanto il signore, abramo era decisamente un bugiardo, pronto a ingannare chiunque con la sua lingua biforcuta che, in questo caso, secondo il dizionario privato del narratore di questa storia, significa traditrice, perfida, fraudolenta, sleale e altre meraviglie del genere.”

“La storia degli uomini è la storia dei loro fraintendimenti con dio, né lui capisce noi, né noi capiamo lui.”

“Ora, il signore si nasconde in colonne di fumo, come se non volesse farsi vedere. Nella nostra opinione di semplici osservatori degli avvenimenti si vergognerà di qualche figuraccia che ha fatto, come nel caso dei bambini innocenti di sodomia che il fuoco divino arrostì”.

145 pagine di ironia a toccare, stravolgendole (ma mica poi così tanto), le storie della Bibbia: l’ultimo scritto di Josè Saramago prima della sua dipartita da questo mondo è un regalo prezioso che costa soltanto 15 € da Feltrinelli. Curiosità: chi scrive i testi dei risvolti di copertina non legge quello di cui scrive. “…il destino di Caino è quello di un picaro che viaggia a cavallo di una mula attraverso lo spazio e il tempo, in una landa desolata agli albori dell’umanità”: Saramago invece ci racconta che fu la prodigiosa amante Lilith a regalare a Caino il migliore asino delle sue scuderie.

Saramago mi ha permesso di ricordare, tra l’altro, il massacro di Bèzier del 1219: il legato pontificio Arnaud Amaury, non potendo distinguere gli eretici dai buoni ortodossi disse la frase famosa: “Caedite eos! Novit enim Dominus qui sunt eius (Ammazzateli tutti! Il Signore riconoscerà i suoi)”….Le religioni – tutte – sono fatte dagli uomini e sono come gli uomini: a volte buone, a volte cattive, a volte né buone né cattive.

Umberto Galimberti: I miti del nostro tempo

“La categoria dell’utilitarismo, rigorosamente regolamentato dalla ragione strumentale che sa solo far di conto e non oltrepassa quell’ambito ristretto che prevede il massimo conseguimento degli scopi con l’impiego minimo dei mezzi è, a parere di Pier Luigi Celli, il limite culturale dei manager italiani, pronti a fare del bilancio una religione, ma spesso incapaci di comprendere la realtà che li circonda, perché assumono come massimo orizzonte di riferimento l’efficienza e la specializzazione e, a partire da questo scenario così angusto, pretendono di proclamare che «ciò che è bene per l’azienda è bene per il paese».

“Questa persuasione non è solo degli uomini d’azienda, ma anche dei politici che, a partire dal basso livello a cui hanno ridotto la loro funzione, non esitano a parlare ad esempio dell’«azienda Italia», e in subordine di «azienda sanitaria», «azienda scolastica», non rendendosi minimamente conto che dire «azienda» significa risolvere l’agire politico nel fare tecnico, e ridurre larte di governare i conflitti, che nelle società complesse si fanno sempre più sofisticati e troppo sottili per sguardi opachi, all’uso dei due soli strumenti di cui il «fare tecnico» dispone: l’efficienza e la competenza specifica.”

E’ un saggio imperdibile, ancorché non per tutti: 400 pagine impegnative per 19 € spesi al meglio per leggere prospettive differenti e occhi acuti su giovinezza, maternità, felicità, potere, mercato, nuove tecnologie…Umberto Galimberti è oggi uno dei pochi intellettuali che necessita seguire con attenzione.