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Stupinigi

La mia sterminata Biblioteca custodisce il più bel libro, forse, mai pubblicato sulla Palazzina di caccia di Stupinigi. Me lo regalò Sergio Maranini negli anni Novanta, egli era allora Direttore Generale o Amministratore Delegato della Tipografia Torinese che il volume, curato da Luigi Mallè, aveva pubblicato nel 1981.

E’ un bel cartonato in 4° con sopracopertina e interni in carta patinata opaca di almeno 135 gr. e di oltre 516 pagine; è introdotto da un saggio bellissimo di Luigi Firpo – oggi troppo trascurato -che traccia un profilo indimenticabile di Re Vittorio Amedeo II, uno dei pochi Savoia di grande statura politica. Ne cito le prime righe.

“L’11 aprile 1729 l’assenso regio pose in esecuzione il progetto elaborato da Filippo Juvarra per l’erezione di un padiglione di caccia nella piana di Supinigi. L’opera d’arte vagheggiata dall’artista poteva così tradursi, nel fervore del cantiere sonante, in maniera corposa destinata a durare nel tempo, accampata nello spazio coi suoi volumi mossi, le superfici scandite dalla luce e dall’ombra, i ritmi delle partiture, la concretezza viva della realtà.

Ma la genialità felice dell’artista cinquantenne, che da tre lustri ormai, con inventiva e operosità prodigiose, stava mutando il volto della capitale sabauda, appare ancora una volta come lo strumento duttile di una volontà che, nell’esaltarla, la impiega con determinazione metodica per scopi di cui l’arte è puro mezzo, quasi le tocchi esprimere col suo linguaggio affascinante non soltanto le intuizioni della bellezza, ma i sillogismi della ragion di Stato.

Per questo, prima di entrare nell’atmosfera sottile e incantata della Palazzina, prima di decifrare ogni sua suggestione e allusione, credo si debba fermare un momento il pensiero su chi la volle, cioè sulla ragione profonda del suo esistere, là e così deliberatamente, quale proiezione di una decisione personale, meditata e assoluta. Quando ne approvò l’esecuzione, Vittorio Amedeo II, primo re della sua Casa, aveva sessantatré anni e da cinquantaquattro cingeva la corona, ricco ancora di indomite energie morali, ma prostrato nel fisico, stanco, disamorato. Era nato a Torino il 14 maggio 1666, da Carlo Emanuele II e da Maria Giovanna Battista di Nemours; di complessione gracilissima, più volte dato per spacciato dei medici, che lo assistevano con premure oppressive e sottili pozioni, si irrobustì poi con la vita semplice, l’esercizio fisico e le cure sode di un tal Pecchio, medico di Lanzo, che prescrisse l’abbandono di tutte le medicine e una dieta intensiva di pan grissino. Fanciullo indocile, testardo, capriccioso, fu allevato dal padre a suon di frusta e crebbe con modi ruvidi, spinto da una innata violenza di impulsi, che presto ebbe a dissimulare e a  reprimere in interno furore. A nove anni la morte prematura del duca lo fece erede della corona, ma sotto la pesante tutela della madre ambiziosa e frivola. Unico suo interesse genuino la vita militare, le parate, le ordinanze, gli esercizi; ha già un suo reggimento e ne è orgogliosissimo; l’incisione di Antonio De Pienne del 1675 lo ritrae appunto fanciullo esile, in vesti pompose, in sella al gran cavallo da parata impennato, di fronte alla mole dell’Accademia militare che suo padre aveva istituito e sulla quale egli avrebbe vegliato con vigili cure.

[…] Il 10 aprile 1732 il vecchio sovrano, per suo desiderio, venne trasferito in lettiga a Moncalieri: percorrendo le placide strade alberate fra Dora e Sangone avrà forse scorto in lontananza le strutture ormai delineate della Palazzina, nella quale non avrebbe mai messo piede. Era ridotto a una larva, che si trastullava con giochi puerili, bamboleggiando, senza più lasciare il letto.

Morì la sera del 31 ottobre…”.

Un bicchiere di Cari e Fragolino per Stupinigi

Questo è il lavoro, assai complicato dal punto di vista tecnico, che ho creato apposta per il convegno e la mostra alla palazzina di caccia di Stupinigi che si inaugura il 25 settembre 2010.

Con la mia ossessione per i valori della filologia, ho scelto un vino del torinese: un vino che vanta una bella storia anche se oggi dimenticato. E’ un vino dolce, a bassa gradazione alcolica che le coppiette usavano bere prima di andare a infrattarsi, protette dai boschi lenoni della collina torinese, per consumare ritualità di baci e carezze e sospiri.

Cavour, amante oltremodo delle grazie femminili, lo chiamava «vino ciularino»: e se ne intendeva parecchio, pare.

Ho detto sopra tecnicamente difficile: il Cari è un vino di colore scarico, dunque poco tannico e con pochi antociani e molti zuccheri che danno scarso colore e fanno fatica a penetrare le fibre della carta e a asciugare. Un lavoro del genere richiede molto tempo e tanta pazienza. Ho usato un Cari delle Cantine di Castelnuovo Don Bosco del 2008 che sono riuscito a trovare in quel magnifico negozio di Porta Palazzo che si chiama “Da Marco”: un ottimo indirizzo se si cerca un vino o un distillato difficile da reperire altrove.

Per il contorno del bicchiere ho invece usato una vecchia spremuta di uva fragola, del 2001, che coltivava mio padre nel suo piccolo terreno di Beinasco: rappresenta una sorta di retaggio ereditario, essendo l’ultima uva della sua vita onorevole. Non avevo mai usato questo liquido prezioso e a modo suo simbolico. Mi auguro che sia di buon auspicio per una mostra che mi onoro di realizzare nel contesto di uno degli edifici più significativi della storia di Torino e d’Italia: l’opera sontuosa di un artista siciliano, migrante come me dal Sud, che in terra sabauda ha dato il meglio di sé, l’abate messinese Filippo Juvarra (e mi si perdoni, per una volta, l’enfasi colpevolmente – ma consapevolmente – retorica).