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A PROPOSITO DEI FUTURISTI

(Mussolini) detestava l’italico culto degli spaghetti, l’idolatria delle fettuccine. Proclamò la «battaglia del grano» per farne pagnotte militari per un popolo che voleva magro e asciutto, pronto a balzare contro le demoplutocrazie. Di rincalzo Filippo Tommaso Marinetti pubblicò il «Manifesto della cucina futurista», scagliandosi contro la pastasciutta «simbolo passatista di pesantezza, ponderatezza, tronfiezza panciuta». È un piatto che gli italiani «portano come palla o rudere nello stomaco, come ergastolani o archeologi». E ancora: « Noi lottiamo contro il peso, il pancismo, l’obesità» perciò bisogna eliminare questo cibo debosciante «per gente imbelle e ciondolona». Il futurista che aveva maledetto le gondole e il chiaro di luna voleva «impedire che l’italiano diventi cubico massiccio impiombato da una compattezza opaca e cieca  […] prepariamo una agilità di corpi italiani ai leggerissimi treni di alluminio che sostituiranno gli attuali pesanti di ferro legno acciaio». Secondo lui, i popoli pugnaci non devono mangiare cose mollicce. Sarà. Ma i fachiri che si cibano di chiodi hanno un’aria così triste! Senza contare che Napoleone, cui nessuno vorrà negare un certo amore per la guerra, andava matto per i maccheroni al parmigiano.”. 

La citazione è presa da Quando siamo a tavola di Cesare Marchi, un volume pubblicato da Rizzoli nel 1990. L’autore, nato e morto a Villafranca di Verona (1922-1992), celebre per le trasmissioni televisive e per il best seller Impariamo l’italiano, va ricordato per il suo umorismo, per il pervicace attaccamento alla sua Provincia (non volle mai, anche quando gli fecero offerte straordinarie, trasferirsi a Milano: le trasmissioni televisive le registrava dalla sua casa di Villafranca), per la fraterna amicizia che lo legava a Indro Montanelli e Enzo Biagi, per l’amore verso la mitica Olivetti Lettera 22.

Se lo portò via un infarto, il 7 gennaio del 1992.