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Le parole lucide di Attilio Scienza

Riporto assai volentieri uno scritto di Attilio Scienza, tratto dal settimanale economico del Gamberorosso on-line del 26 marzo 2015 (anno 6, numero 13). L’intervento del Prof. Scienza è quanto mai lucido e opportuno; soprattutto, come al solito, indica una via: la sola perseguibile, fuori da mode illusorie e disinformazione mediatica.

vini&scienza.

SOSTENIBILITÀ, BENE COMUNE?

Attilio-Scienza-RiccagioiaL’Italia è in preda ad un incantesimo ideologico che esalta un passato dal quale siamo fortunatamente usciti grazie alla sofferenza ed al lavoro delle generazioni precedenti: si vuol far credere che i “contadini” possano costruire sulla nostalgia, la prospettiva economica del terzo millennio. Il cibo “narrato e naturale”, del quale non abbiamo nessuna prova sia migliore dell’altro, ci costa però molto di più. Mentre noi narriamo il cibo, il resto del mondo sta incrementando le rese per ettaro e ci fornisce le commodity necessarie per il nostro made in Italy. Serve innovazione, ricerca e sperimentazione per migliorare la qualità e la quantità delle nostre produzioni. Mentre i Paesi nordeuropei si aspettano per le grandi problematiche quali cambiamenti climatici, protezione ambientale e produzione di energia, che le innovazioni scientifiche e tecnologiche avranno un impatto positivo, l’Italia assieme all’Austria è il Paese dove ci si aspettano meno ricadute positive. Si ascoltano più le sirene nostalgiche che il parere dei ricercatori. Dall’ultimo dopoguerra ad oggi le persone a rischio della vita per fame è sceso di tre volte. Il cambiamento è avvenuto per le innovazioni portate nelle campagne: meccanizzazione, selezione dei semi, la chimica fine che ha aiutato a combattere funghi, insetti, etc. La nuova religione è la gastrolatria: meglio degustare che mangiare, meglio assaggiare che bere. Se oggi l’Italia marca un ritardo economico ed una stanchezza progettuale è perché ha smarrito le capacità organizzative del sistema. Resilienza non significa decrescita, piuttosto maggiore comprensione dei processi produttivi per individuarne i punti deboli ed introdurre innovazioni che consentono un migliore utilizzo delle risorse naturali. I progetti di sostenibilità non possono essere ricondotti ad un travaso passivo di norme dall’ente certificatore al viticoltore, come da un bicchiere pieno ad uno vuoto, nel nostro caso le teste dei viticoltori entro le quali versare il sacro liquido del sapere, ma quello di aprire in loro il vuoto. Nella pedagogia di un progetto di sostenibilità, la cosa più importante è creare nel viticoltore il vuoto, un luogo (in senso aristotelico) dove coltivare la curiosità e la voglia di imparare e capire.

Attilio Scienza Ordinario di Viticoltura Università degli Studi di Milano

 

Gamberorosso

La vicenda è questa: mi spedisce un e-mail l’amico Piero Arditi delle Cantine Valpane (superba Barbera del Monferrato che da anni bevo e con cui dipingo sempre volentieri), c’è un articolo del Gamberorosso on line, a firma Loredana Sottile, in cui una pittrice fiorentina, tal Elisabetta Rogai, sostiene di aver inventato or ora quella che viene definita “Enopittura”.

Mando un messaggio in cui, in maniera semplice, dichiaro che è dal 1993 che dipingo col vino. Mi chiama la suddetta Loredana Sottile, molto gentile, e mi dice: “Dunque è lei che ha inventato la “Enopittura”!”.

Rispondo: “Guardi, io non ho inventato un bel nulla. Certo non ho copiato da nessuno, essendo stato il mio percorso una scoperta e una ricerca nata da una sera particolare (su questo sito è riportato il biglietto da visita di Aldo Novarese con le gocce di vino di quella sera lontana). Non so se a quei tempi, a parte i vinarelli (acquerelli stemperati con vino bianco anziché con acqua), qualcuno usasse il vino per dipingere. E poi per me il vino non è un colore e dipingere col vino non è folklore: il vino è materia, è ossessione, è Storia, è racconto di uomini. Io dipingo soltanto bicchieri, di notte. E non ci campo con i miei quadri, ne vendo pochi e soltanto a chi mi è simpatico…”.

Il risultato di quella chiacchierata telefonica è questo piccolo articolo in cui mi si attribuisce l’invenzione della “Enopittura”! Oltretutto, è questo un neologismo orrendo che mai mi azzarderei a usare. Ma che ci possiamo fare? così pare vada il mondo, oggidì.