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Sotto il sole giaguaro

E’ stato il primo libro postumo di Italo Calvino, pubblicato nel 1986, pochi mesi dopo la sua morte prematura. L’introduzione, sul risvolto di copertina, è di Giorgio Manganelli. La mia è la prima edizione, Garzanti del maggio del 1986. Il librino è composto da tre racconti dedicati ai sensi dell’odorato, del gusto e dell’udito.

Sotto il sole giaguaro è il secondo racconto, dedicato al gusto. E’ quasi il resoconto di un viaggio in Messico e, allo stesso tempo, un viaggio negli intricati e affascinanti percorsi dei sapori, di certi sapori…fino al sapore estremo: la carne umana.

Questo racconto è fra i capolavori di Italo Calvino, come pure gli altri due che fanno parte di questo piccolo libro dimenticato,  pur tra i tanti memorabili suoi.

Ne cito alcuni passi che trovo straordinari.

“Ecco, ero insipido, pensai, e la cucina messicana con tutta la sua audacia e fantasia era necessaria perché Olivia potesse cibarsi di me con soddisfazione, i sapori più accesi erano il complemento, anzi il mezzo di comunicazione indispensabile come un altoparlante che amplifica i suoni perché Olivia potesse nutrirsi della mia sostanza. «Può darsi che io ti sembri insipido», protestai,«ma ci sono gamme di sapori più discrete e contenute di quelle dei peperoncini, ci sono aromi sottili che bisogna saper cogliere!». «L cucina è l’arte di dar rilievo ai sapori con altri sapori». replicò Olivia, «ma se la materia prima è scipita, nessun condimento può rialzare un sapore che non c’è».[…] Discesi, risalii alla luce del sole-giaguaro, nel mare di linfa verde delle foglie. Il mondo vorticò, precipitavo sgozzato dal coltello del re-sacerdote giù dagli alti gradini sulla selva di turisti con le cineprese e gli usurpati sombreros a larghe tese, l’energia solare scorreva per reti fittissime di sangue e clorofilla, io vivevo e morivo in tutte le fibre di ciò che viene masticato e digerito e in tutte le fibre che s’appropriano del sole mangiando e digerendo. Sotto la pergola di paglia di un ristorante in riva a un fiume, dove Olivia m’aveva atteso, i nostri denti presero a  muoversi lentamente con pari ritmo e i nostri sguardi si fissarono l’uno nell’altro con un’intensità di serpenti. Serpenti immedesimati nello spasmo d’inghiottirci a vicenda, coscienti d’essere a nostra volta inghiottiti dal serpente che tutti ci digerisce e assimila incessantemente nel processo d’ingestione e digestione del cannibalismo universale che impronta di sé ogni rapporto amoroso e annulla i confini tra i nostri corpi e la sopa de frijoles, lo huacinango a la veracruzana, le enchiladas….”.

Senza parole!

Gian Luigi Beccaria: Misticanze

Appena pubblicato, questo interessante e utile lavoro di Gian Luigi Beccaria – piemontese, storico della lingua e critico letterario – pare scritto a misura di gente come me. L’editore è Garzanti, il libro costa 15 € per poco più di 200 pagine assai dense e bene documentate.

Parole del gusto, linguaggi del cibo” è il sottotitolo adeguato per un volume di lettura impegnativa che ha il merito di suggerire una massa straordinaria di rimandi: le fonti delle citazioni sono in note a piè pagina e forse un lavoro come questo avrebbe richiesto una bibliografia più dettagliata e inserita nelle pagine a fine volume insieme con gli indici analitici e dei nomi.

Senza entrare nell’universo sconfinato delle varietà dei pani tipici con i rispettivi nomi, evitando – anche il Beccaria sfiora appena questo argomento assai complesso – di inoltrarci nelle paludi delle centinaia di vitigni autoctoni e delle variazioni regionali e locali delle loro denominazioni (pesci, funghi, frutti, erbe, alberi hanno anch’essi una sterminata casistica di differenti denominazioni locali), mi limito a citare un brano del lavoro del linguista piemontese, rimandano ai volonterosi e interessati lettori il piacere di frequentare questo bel libro: frequentare più che leggere!

“Il dolce tipico di carnevale, difficilmente commerciabile su larga scala, perché andrebbe tutto in briciole, quella pasta dolce friabile fritta nell’olio, ha ancora nomi diversi a seconda dei luoghi: bugie, risole, galani, crostoli o grostoli, rafiòi, i carafòi ampezzani, lattughe, rosoni, intrigoni, cenci, donzelle, donzelline, fiocchi, chiacchiere (chiacchiere di suore a Parma), castagnole, cresciole, cioffe, frappe, sfrappe, sfrappole, nuvole, ‘nguanti, pampuglie…”.

Non bisogna mai dimenticare che si tratta del lavoro di un linguista e non di un esperto di cibo o di vino, né del lavoro di un antropologo: qui si tratta comunque, e è un bel trattare, di lingua.

Alfabeti di Claudio Magris

Claudio Magris“Le antologie, come le enciclopedie, sono state fra le mie prime passioni di lettore, sin da quando ero un ragazzo – e come tutte le passioni, per me mai archiviabili – lo sono ancora. In quelle pagine trovavo le cose, i volti, le voci, i sentimenti, i colori, le storie del mondo e mi pareva che il loro autore fosse la realtà stessa, il coro di chi la vive, la costruisce, la patisce o la ama. Non sapevo che comporre un’antologia potesse essere una creazione letteraria e intellettuale non meno originale e personale di un romanzo o di un saggio; ignoravo per esempio che Americana, l’antologia di Vittorini, era stata più importante, per la cultura italiana, di tanti testi d’invenzione. Anche a scuola ho amato le antologie – alcune, perché ce n’erano pure di cattive, banali e abborracciate – che mi hanno dischiuso dei mondi e fatto capire l’importanza culturale, critica e fantastica di questo vero e proprio genere letterario, che può contribuire fortemente alla formazione di un individuo, di una generazione e dunque della società in cui quest’ultima vive e opera.       Aldo Giudice, morto esattamente tre anni fa nella nostra Torino, è autore di grandi antologie, anche se non lo ricordiamo soltanto per questo…..” (Da “L’antologia dimenticata” – Corriere della Sera 3/2/2005).

Claudio Magris, triestino del 1939, mi ha dato con questa straordinaria raccolta di scritti (circa dieci anni di articoli sul Corriere della Sera, tra la fine del ‘900 e il 2008) non un viaggio nella letteratura ma un’immersione totale nelle gore invischianti delle letterature; un’immersione sempre lucida, sempre appassionata, sempre di prospettive sorprendenti e dialettiche. Pur se le sue pagine grondano cultura mitteleuropea come poche altre, da ogni pozza letteraria in cui egli si tuffa riesce a trarre parole che stimolano il pensiero. Alfabeti (Edizioni Garzanti) è un libro importante, ingombrante: uno di quei libri che si tornano a leggere più volte. Ci ho messo più tempo del solito a completarne la prima lettura, ma ho scoperto un testo che mi sarà compagno a lungo. E un autore, poco frequentato – un altro dei tanti, ahimé – di cui almeno Danubio e Microcosmi dovrò nel prossimo futuro affrontare.

“E’ uno scrittore classico che racconta la dissoluzione di ogni classicità e di ogni lineare nettezza in un labirinto in cui tutto si aggroviglia; un maestro che ha creato strutture narrative tortuose e complesse come la vita che raccontano, riscattando così una certa retorica, una certa lutulenta enfasi linguistica  o altri limiti della sua scrittura – per esempio impappinata dinanzi al sesso, come altri grandi scrittori «coloniali», forse intimoriti dalle mescolanze e dai meticciati d’ogni genere che eros scatena.                    Il mare, per Conrad, è come la vita; incanto e orrore, abbandono e naufragio, consunzione, immortalità, distruzione. Nascere, dice Stein in Lord Jim, è come cadere in mare e bisogna farsi sostenere dal mare senza fondo. Non c’è un fondamento saldo su cui poggiare; non ci sono feudi o filosofie precise che garantiscano la scelta e le bontà delle azioni . Come Conrad, forse noi non sappiamo perché sia giusto essere fedeli e leali, combattere piuttosto che disertare, ma, come lui, in qualche modo sappiamo che è giusto.” (Da “Conrad: nascere è cadere in mare” – Corriere della Sera, 12/8/2003)