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Montemaggiore

Sono tornato dopo qualche anno nelle terre di Toscana che mi sono care; di più: che mi sono rimaste nel cuore. Chi mi segue sa che nel 2004 fui chiamato da Emilio Marengo, conosciuto per tramite di Gino Veronelli, a occuparmi della sua grande azienda situata tra le provincie di Arezzo e Siena, in località Le Capraie. Posto di indicibile bellezza.

Ci lavorai quasi un anno e poi, a malincuore, me ne andai raccomandando al mio amico Emilio di vendere quell’Azienda, per il semplice fatto che non stava nelle sue corde di condurla al meglio. Ovviamente, Emilio non fu per niente d’accordo su quel che gli dissi, salvo qualche anno dopo darmi ragione e pentirsi per non aver ascoltato il mio consiglio.

Credo un paio di anni fa, Emilio ascoltò il mio consiglio e finalmente riuscì a vendere la sua azienda: lo avesse fatto prima, con tutta probabilità avrebbe guadagnato qualche soldo in più….

Ad accogliermi ho trovato Francesca Genovese, una giovane manager che si occupa dell’accoglienza per conto della nuova proprietà. Non sapeva, com’è ovvio, chi io fossi ma è stata molto gentile e disponibile: poi le ho raccontato perché ero lì e in sintesi i miei trascorsi in quell’azienda.

Mi ha fatto enorme piacere constatare che le etichette che avevo dipinto per i vini di Marengo sono state riportate sui nuovi vini, sempre – per fortuna – curati da Fabrizio Ciufoli.

Ho avuto in omaggio alcune bottiglie che non ho bevuto perché le tengo intonse per la mia collezione privata, dunque non sono in grado di esprimere valutazioni sia per il Masso (Merlot 90% e Sangiovese 10%) sia per il Campo Alto (Pinot Noir 100%): se, come credo, sono assemblati con le stesse uve che io ben conosco, si tratta di vini di qualità elevata. Mi riservo in futuro di fare delle valutazioni opportune.

Armonia D’Autunno (la mia etichetta più bella) è un muffato di cui ho ampiamente trattato: semplicemente strepitoso e il millennio 2004 l’ho pigiato personalmente al torchio.

Mi ha stupito e colpito il rosato Biricocolo (Sangiovese 100%): complesso, secco, persistente e di piacevolissima beva. Da raccomandare senza indugio.

Tornerò e seguirò l’evoluzione dei vini di Montemaggiore (nuovo nome dell’azienda): è un fatto che va da sé.

Tra le immagini qui sopra, a parte le vecchie e le nuove etichette, ci tengo a mettere attenzione sul meraviglioso borgo di Rapale (il mio Rio Bo…), situato nelle terra dell’azienda e la vigna di Petit Verdot che piantammo con l’amico agronomo Giovanni nel 2004. Mi pare stia in ottima salute.

http://www.montemaggioretuscany.it/countryhouses.asp

https://www.vincenzoreda.it/la-mia-etichetta-piu-bella-il-muffato-armonia-dautunno-di-giacomo-marengo/

https://www.vincenzoreda.it/quando-letichetta-e-orrenda-e-anche-poco-etica/

Quando l’etichetta è orrenda, e anche poco etica

Scrivevo anni fa (Barolo & Co, ripubblicato sul mio Più o meno di vino ):

Il sostantivo “etichetta” compare nella nostra lingua nel 1797, introdotto dal francese: «Etiquette. Marca fissata a un palo, poi cartellino……..»

Ma “etichetta” significa anche complesso delle cerimonie voluto  dall’uso e dalla cortesia di persone di un certo rango ( in origine le corti ): dal francese etiquette ( dicitura ) e dallo spagnolo etiqueta ( cerimoniale ). E’ lampante che l’etimo si rifà direttamente alla parola “etica” ( la scienza della morale, la norma, il costume, ecc….), dal latino ethica che discende dal greco ethike.

Dunque, “etichetta” significa certo: «dicitura, cartellino, marchio, ecc…..», ma nella parola è insito un concetto che in qualche modo riporta alla correttezza, all’onestà, all’etica, appunto.

Ora, su quanto siano etiche molte etichette avrei tanto da dire, ma l’oggetto di questa mia riflessione è prima tecnico e estetico, più che morale e, appunto, etico.

Parto da alcune considerazioni meramente tecniche.

L’etichetta è un mezzo di comunicazione che attiene alla scienza del marketing: formulazione del prezzo, canali di distribuzione, packaging (etichetta, anche), pubblicità, promozioni, ecc. costituiscono il cosiddetto marketing-mix, ovvero tutte quelle decisioni, e dunque caratteristiche commerciali, che un produttore assume per posizionare il proprio prodotto entro una certa fascia di mercato.

Ora, io penso, e a questo proposito dubbi ne ho pochi, che la scienza del marketing sia assai poco frequentata dai produttori di vino; penso altresì che i produttori di vino abbiano anche poco senso estetico e dubbio gusto. Da quanto sopra, si deduce che la mia opinione sulla maggior parte delle etichette appiccicate su bordolesi, borgognotte, alsaziane, tronco-coniche e via dicendo, sono non solo brutte, ma anche tecnicamente malfatte e fanno un pessimo servizio al liquido di cui dovrebbero parlare e al suo produttore.

La prima considerazione è di ordine tecnico: un’etichetta che sta appiccicata sopra una bottiglia di vino ha l’obbligo di raccontare il vino che gli sta dietro. Invece, se alla grande maggioranza di etichette presenti sugli scaffali di enoteche, grande distribuzione e wine-bar sostituite il testo originale con una semplice sequenza di caratteri senza senso e poi chiedete a una qualsiasi persona che tipo di prodotto può rappresentare quell’etichetta, avrete ben poche risposte che riferiscono al vino. Anche per il semplice fatto che poche etichette sono opera di specialisti della comunicazione, perché – mi spiace per chi pensa altrimenti – ognuno dovrebbe fare il proprio mestiere. Vale a dire che un conto è assemblare un ottimo vino, altra faccenda è raccontare la bontà di quel vino sopra uno scaffale in mezzo a tante altre bottiglie. Il primo dovere di una buona etichetta, infatti, oltre al fatto ontologico di sapere di vino, è quello di chiamare il consumatore a voce più alta e con parole più convincenti di quanto facciano le concorrenti vicine.

A tutti i ragionamenti di cui sopra  occorre aggiungere che il messaggio dev’essere semplice, breve, chiaro, forte.

E qui ricasca il povero, proverbiale asino: sulle nostre brave etichette troviamo di tutto e di più.

A cominciare dalla scelta dei caratteri, veri e propri cataloghi di lettering tra i più sofisticati e illeggibili, per continuare con i testi che, spesse volte, sono più lunghi e contorti di un feuilleton; per finire con la parte iconografica su cui è doveroso stendere un velo pietoso ( fotografie di paesaggi, riproduzioni di quadri che niente hanno a che fare con la materia e sono pure brutti, grafismi fuori luogo, marchi che sembrano fatti per prodotti metalmeccanici…..).

Tutto quanto sopra è confermato dalle etichette qui a fianco. Quella “artistica”, commissionata all’artista Luigi Stoisa per vestire (stampata) i magnum che sono andati all’asta del primo vino della Villa della Regina, fa schifo. E’ brutta, sciatta, scontata. L’artista della “materia vino” non sa nulla, magari è anche astemio. Ha dipinto questo orrendo acquarello perché glielo hanno pagato, magari anche bene. Ma la colpa non è sua. La colpa è di quelle persone di formazione profondamente provinciale, prive di gusto e di buon senso che fanno queste scelte. E, per una volta, non c’entrano i produttori, che poi sono gli amici Balbiano. Sotto, invece, le etichette molto sobrie e anche eleganti – nella loro semplicità – che non avevano la necessità di essere artistiche.

Le etichette realizzate da un artista che della materia vino si nutre e ci pasce sono altra cosa. Per esempio queste, le mie, tutte dipinte con i vini di cui devono parlare e alcune dipinte una per una. Ne sono orgoglioso. Mi sarebbe piaciuto dipingere quella per il Vino Della Regina, ma qualcuno ha deciso altrimenti. La mia presunzione m’impedisce di essere invidioso.

 

 

I vini di queste etichette sono Merlot, Pinot Noir, Muffato (Chardonnay) e Sangiovese.

 

La mia etichetta più bella, il muffato “Armonia d’autunno” di Giacomo Marengo

Questa bottiglia di muffato 2004, vino spremuto da uve chardonnay ricche di muffe nobili (Botrytix cinerea) raccolte nei vitigni di dell’Azienda Agricola di Giacomo Marengo nel comune di Monte S. Savino (AR), è il mio capolavoro: l’etichetta fu stampata in oro con passaggio successivo laminato in oro. L’originale fu dipinto col vino della bottiglia in formato 50×70 cm. Io partecipai direttamente alla vendemmia, alla conservazione e alla spremitura al torchio con Refet e Riza, i due addetti macedoni delle cantine Marengo. Fu un inverno bellissimo con nevicate straordinarie. La bottiglia è un equilibrio di colore, grafica e semplice bellezza. Ne sono orgoglioso. La galleria delle foto qui sotto documenta i vari passaggi. Ne sono state prodotte 4.000 bottiglie.