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Peppo Parolini

11 luglio 1995, mentre ai Murazzi, con Peppo alla mia destra e Gianni Vernetti a sinistra, sto presentando “L’Urlo dei Murazzi” del 1995, di cui ero editore: che storie, ragazzi….

Sotto, l’angolo dell’Urlo con il mio scritto, di quel periodo: sono altri mill’anni e anche Peppo s’è trasformato in croce, insieme a Claudio Cioni,: ma la sua croce non è muta.

L’angolo dell’editore

Dalle Porte Palatine, saranno mill’anni, scendevo via Garibaldi e via Po, dal lato del re, e fuggendo la prigione di lezioni senza ragione andavo a sentire il Fiume. Erano primavere di luce folgorante. E il Fiume mi parlava una lingua di carezze e di sussurri sensuali. Era uno scambio di profonde tenerezze. Ora sono le nebbie che il Fiume respira, le nebbie fredde che mi riscaldano fin dentro le ossa: una notte, poteva essere dicembre, scendo ancora a sentire il Fiume con un po’ di vertigine in corpo e qualche giovane strumento di vita; rovistando tra i vecchi amici, quasi per caso, ecco che dirompe “L’urlo”. E dietro, il vecchio Peppo. Secoli dopo, dopo i cimiteri desolati di croci che sprecano nomi una volta urlanti e ora neanche più capaci di esalare spenti gemiti. E allora, mill’anni dopo, dai! Peppo, facciamolo insieme quest’Urlo, facciamolo coi vecchi amici evaporati: colle nebbie del Fiume; facciamolo coi nuovi disperati – sempre uguali – facciamolo per i sopravvissuti, facciamolo per quelli freschi e pieni di tutto ancora con solamente la voglia di esplodere. Facciamolo per chi non sa sentire il Fiume. Facciamolo per noi. Facciamolo per tutti o per nessuno. Ma facciamolo, il Fiume è con noi: e credo ne sia anche contento, dopotutto.

Vincenzo Reda estate 1995.

Torino Viva, Convegno Ambiente e Salute, 8 ottobre 2011: il testo del mio intervento

Saluto e ringrazio i presenti.

Desidero portare alla vostra attenzione un malcostume che,  soprattutto a partire dalle Olimpiadi Invernali del 2006, sta diventando non soltanto insopportabile ma direi anche controproducente.

Con tutta probabilità in quel periodo moltissimi si accorsero di quanto fosse attraente il centro storico di Torino: quelle strade, quelle piazze, quelle quinte scenografiche di portici e facciate del severo barocco piemontese che tanto affascinarono Giorgio De Chirico e gli ispirarono la sua pittura metafisica.

Ebbene, da allora si assiste alla perniciosa attitudine di permettere che in quelle stesse strade e piazze, che nel frattempo si è lodevolmente provveduto a liberare dal traffico privato, spuntino come funghi invasivi e velenosi gazebo e posticce strutture di ogni genere che ospitano qualunque tipo di attività, giustificata da qualsiasi futile occasione. Ciò con l’apparente intento di animare, tra virgolette, il centro storico.

Concessionari di auto, venditori di magliette, organizzatori di rassegne musicali, fabbriche ambulanti e malodoranti di street-food di pessima qualità: a tutti viene concesso di imbrattare il centro storico per la più inutile delle occasioni.

Le strade e le piazze storiche di Torino, e mi riferisco soprattutto agli assi ortogonali Carlo Felice-Via Roma-Piazza Castello e Via Garibaldi-Via Po-Piazza Vittorio, non sentono la necessità di essere animate: già lo sono dai sempre più numerosi turisti, italiani e stranieri, che si osservano passeggiare ammirati con le loro brave cartine e gli sguardi curiosi e stupefatti dall’austera bellezza che Guarini, Castellamonte, Juvarra hanno saputo donare a Torino. Già sono animate dall’abitudine dei torinesi di riappropriarsi di questi luoghi magnifici semplicemente per passeggiare, per sostare nei numerosi dehors di locali pubblici che sono uno dei nostri vanti.

Il comune può far cassa, come si dice, stimolando Coldiretti, venditori di auto, cicli, motocicli e hot-dog a rendere vivi e animati i bellissimi e numerosi spazi che Torino possiede nelle aree semicentrali e periferiche. Il comune farebbe bene a permettere l’organizzazione di concerti, fiere, rassegne, mostre e sagre varie dove si sono sempre fatte prima di sgombrare il centro storico dal traffico privato, cioè alla Pellerina, al Valentino, nell’area del Vecchio Palazzetto dello Sport, nel parco della Colletta. Le zone periferiche necessitano di essere valorizzate e rese fruibili da chi le abita che in questo modo può riappropriarsene e preservarle da tutte quelle attività di malaffare che l’abbandono aiuta a incentivare.

Va sottolineato che i megaconcerti e comunque tutto ciò che necessita di sovrastrutture ingombranti e posticce lascia danni enormi sulle delicate superfici che si sono provvedute a restaurare in maniera anche esteticamente apprezzabile e con grande impegno economico. Piazza Castello con le sue stupende lose è stata devastata da queste strutture: il punto è che la manutenzione, costosissima, è a carico della circoscrizione, alla quale non spetta però un solo euro per la concessione del suolo pubblico: i denari sono incassati direttamente dal comune.

In coda a questo mio intervento,  desidero ricordare con piacere e un poco di nostalgia un galantuomo, di cui non condividevo le idee politiche ma che stimavo: l’architetto Giuseppe Dondona, scomparso nel dicembre del 2000. Tra l’85 e il ’92 egli fu assessore all’arredo urbano nelle giunte Cardetti, Magnani Noya, Zanone e Cattaneo Incisa. In buona sostanza, egli creò il concetto di arredo urbano e tanto dobbiamo a quest’uomo dell’odierna ritrovata bellezza del nostro centro storico.

Certo, mi rendo conto che altre sono le priorità: ma la capacità di una comunità di riconoscere i propri valori estetici e di permettere ai cittadini di fruirne nei modi più opportuni, misura il grado di civiltà e il livello culturale di quella stessa comunità.

Grazie.

 

http://torinoviva.blogspot.com/2011/10/dibattito-su-ambiente-e-salute-buona-la.html

https://www.vincenzoreda.it/continua-lo-stupro-delle-piazze-storiche-a-torino/