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Rime sghembe, il mio libro perfetto

Il 10 maggio 2012 ( e i numeri non sono casuali, fanno parte integrante del progetto), è uscito dopo 44 anni di lavoro il MIO LIBRO. E’ un librino di 100 pagine che costa 13,60 euri (ne venderò credo non più di un paio di copie). Tutto riporta a 10. Le poesie sono 2×10. Le copie stampate sono 370. Ma le proporzioni del formato sono auree: 13×21 (cfr. Fibonacci). Il carattere è il Garamond classico di  Simoncini e la carta è una splendida Palatina. Le fotografie di copertina e IV sono mie di anni gloriosi, ma con interventi importanti fatti nel presente. Soltanto le pagine dispari sono scritte (tranne una, la 87). Ogni articolo, ogni parola, ogni spazio, le sequenze, i numeri: tutto è stato pensato per anni. Non è un libro, sono io. E non deve vendere o piacere a ogni costo. Semplicemente, dovevo farlo. Per me. Tutto il resto ha meno importanza. Attenzione al senso delle parole: non: “nessuna importanza”, ma: “meno importanza”.

Scaglie di Gianni Gagliardo

Scaglie“…Io sono uno dei tanti uomini cresciuti nel proprio tempo, plasmati in un impasto di rabbia, ambizione, sogni, vergogna, volontà, modellati da una società che premia le condizioni economiche e sociali più di ogni altra risorsa, ma sono molto felice di essere un povero ragazzo di campagna e per sempre voglio essere io, oltre le maschere che a ciascuno di noi tocca indossare.

Mi spio, mi giudico, mi sgrido e mi giustifico come farei con un figlio, mi accade spesso di considerarmi mediocre rispetto alla professione, alla famiglia, alla società. Non m’interessa brillare ma essere gradito.

Mi chiedo perché mi vergogno ad indossare le cose griffate, anche se so che la gente come me ha fatto il gioco delle griffes, dei locali notturni esclusivi, delle vacanze esotiche, delle grandi auto acquistate in leasing e forse anche delle aziende come la nostra: la gente come me, che magari andava a scuola con i vestiti rammendati, che nel ’68 voleva cambiare il mondo e che solo vent’anni dopo si è specchiata nell’oltranza dello yuppismo….”.

Non sono solito interrompere le mie letture “professionali”, pur impegnative come l’ultimo eccellente saggio antropologico di Jared Diamond. Però avevo da dare un’occhiata a questo libro donatomi da Gianni Gagliardo e pensavo di farne una rapidissima lettura redazionale. Il libro, se non altro, si presentava ben fatto dal punto di vista tecnico. Edito da Editrice Artistica Piemontese (Savigliano) nel 2002: 159 pagine di carta patinata opaca da circa 135 gr., bella scelta di carattere tipo Times e corpo 14 con interlinea di buon respiro; sovraccoperta plastificata con grafica elegante e un cartonato con sguardie e capitello come si deve. Formato classico 15×21 per 14,40 € di prezzo.

Ovvio che avevo qualche dubbio sul contenuto: di solito i libri autobiografici scritti da non professionisti non sono quasi mai una lettura stimolante. Ma comunque mi sarei applicato, se non altro per rispetto ai grandi vini che produce Gianni Gagliardo e all’amicizia, oltre alla stima professionale, che mi lega a Stefano, suo primogenito.

E invece ci ho speso una delle mie notti insonni e l’ho letto con interesse tutto d’un fiato. La scrittura è semplice e diretta ma con l’uso di una lingua corretta che non mostra sforzi fuori luogo di tipo letterario o poetico: una bella storia che testimonia di tempi e di luoghi oggi lontani. E racconta una vita di quelle dense, pregnanti: per certo non vissuta con leggerezza, non subita.

“…Gagliardo, giustappunto, appartiene all’ultima generazione che abbia assistito alla transizione neocapitalistica (il 1955 a far da spartiacque) potendo raccontare la sparizione di una vita durata intatta per secoli. E la sua ricostruzione ha proprio questo di buono: la capacità di fissare con occhi asciutti un modello al tramonto.

Come tutti coloro che sanno andare lontano, è stata la lontananza a dettare il ritorno della memoria, a sollecitare l’urgenza di recuperare le radici che nessuna diaspora potrà mai estirpare (del resto solo chi parte può ritrovarsi). Il Gagliardo commerciante che nelle more dei suoi viaggi d’affari, nella sospensione dei voli da un luogo all’altro del globo, sente il pungolo di un esame di vita, di un bilancio d’esistenza, il desiderio di seminare le sue file di biro o i file del suo pc in andirivieni adulti assai più gioiosi di quelli compiuti da bambino col padre e la vaccherella Cita nel ripido podere di Monticello.”

Le parole qui sopra sono tratte dalla bella introduzione di Giovanni Tesio e mi sembrano esemplari.

Così come mi pare opportuno, invitando i miei lettori a cercare il libro – non so se sia ancora reperibile, ma credo che rivolgendosi alla casa editrice o direttamente all’autore la faccenda possa essere risolta – di riportare la conclusione di un mio scritto pubblicato su Quisquilie & Pinzillacchere (Graphot, Torino 2010). Il pezzo è  leggibile per intero sul mio sito (vedi link): Gianni e io, pur con la differenza di qualche anno a mio favore, apparteniamo alla stessa generazione. Quella che io ho imparato a definire: “La Generazione Fortunata”.

“Ma non ho neanche un dubbio, oggi ancora di più: la mia è stata la generazione più fortunata; non abbiamo subito le guerre, non abbiamo sofferto la fame, abbiamo potuto confrontare il quasi nulla col quasi tutto, il poco e il troppo: ieri col telefono a disco e lucchetto, oggi col palmare anche al cesso. Abbiamo avuto la fortuna di passare dal ciuccio e dalla vacca al motorino e all’auto; e poi dall’auto alla bicicletta…  Abbiamo vissuto il Sogno nell’età più bella: abbiamo potuto apprezzare quanto belli sono i sogni quando i sogni svaniscono e hai l’età giusta per poter capire tutto questo.   Sinceramente: penso che nessun’altra generazione – per certo non i nostri padri e non i nostri figli, purtroppo – nel corso della storia sia stata più fortunata della nostra, comunque vada a finire.”.

https://www.vincenzoreda.it/la-generazione-fortunata/

XXVI Salone del Libro di Torino, 16/20 maggio 2013

Sono passati ormai 26 anni da quel 1988 in cui il Salone del Libro nasceva da un’idea (quanto osteggiata) dell’amico Guido Accornero. Si era ancora a Torino Esposizioni, Parco del Valentino, sul Po con la meravigliosa quinta della collina torinese a risplendere dei colori di maggio, con le narici solleticate dai profumi di primavera. Ero allora, come editore, dentro quel calderone ribollente di idee, buone e meno buone, dell’Unione Industriale: Gruppo Giovani. E gli editori associati alla Confindustria non incoraggiarono certo Accornero, anzi! Già allora era Beniamino Placido, indimenticabile, a ispirare le linee guida culturali del Salone. Seguii, 4 anni più tardi, il trasloco al Lingotto, appena realizzato come sito fieristico. Quanto scontento, quante discussioni: me ne occupai di persona in qualità di Vicepresidente e segretario dell’Aipe (Associazione Italiana Piccoli Editori), ricordo la grinta e la tigna di Milvia Carrà, oggi purtroppo non più fra di noi.

Me le ricordo tutte le edizioni del Salone del Libro, soprattutto quelle seguite come editore, almeno fino al 1997: faticosissime eppure sempre ricolme di soddisfazioni, di conoscenze, di conoscenza…

Quest’anno, malgrado La Crisi, tutto sommato mi pare che il Salone si presenti in buona salute.

Rivedere e salutare, ancora in ottima forma, Giovanna Viglongo mi riempie di grande gioia: che iddio, o chi per lui, ce la conservi a lungo e in buona salute. Giovanna simboleggia la grande valenza dei piccolo editori: è per loro che il Salone deve essere valorizzato. Soltanto qui si possono trovare titoli straordinari che le librerie, per ragioni di spazio ma anche meramente economiche, non possono offrire al pubblico. Non si vada al Salone per acquistare best-seller: quelli è meglio comprarli in libreria, sono tutti più contenti!

Mi fa piacere segnalare alcune faccende che trovo assai interessanti.

Allo stand E37 del Pad. 1 si trova il libro più interessante del Salone: Enciclopedia degli scrittori inesistenti, ed. Homo Scrivens (esilarante operazione che riporta a Borges).

Nel Pad. 3 lo stand dedicato ai 150 anni della nascita del Vate, Gabriele D’Annunzio.

Sempre nel Pad. 3, l’angolo dedicato ai libri di enogastronomia (Casa CookBook).

Da Rubbettino e nello stand della Regione Calabria (Pad. 1) si può trovare lo splendido volume di Vittorio Sgarbi dedicato a Mattia Preti, pittore calabrese mai apprezzato per quanto merita: in queste faccende Sgarbi è unico. Tra l’altro si può ammirare un quadro originale del Preti.

Segnalo infine una iniziativa che mi pare per davvero interessante: Pad. 2, stand M17, Nava Design presenta il progetto My Book: tell your story. Vale la pena visitare lo stand e conoscere questa faccenda (sotto inserisco il link per maggiori approfondimenti).

www.salonelibro.it

www.homoscrivens.it

www.navadesign.com/mybook

www.rubbettino.it

XXIII Salone del libro di Torino, Lingotto Fiere

Qui sotto alcuni scatti dell’ultima edizione, la XXIII (e ricordo il geniale Guido Accornero, col compianto Beniamino Placido, quando si iniziò nei padiglioni di Torino Esposizione, al Valentino, nel 1988): edizione deludente, con il concetto “Salone” ormai fossile inutile, testimone di un’epoca che non è più. Ma nessuno pare accorgersene, in un disagio che i più attenti percepiscono in maniera per davvero fastidiosa. Un’edizione urlata ai media come dedicata all’India in cui lo spazio fisico e culturale dedicato a un paese immenso – e geografico e storico e culturale – appare meno importante e meno interessante di uno di quelli destinati ai nostri editori più grandi o a una soltanto delle nostre regioni.

E in tutto questo enorme caos i piccoli editori sono abbandonati al loro destino. Ho scovato un gioiello e ne parlerò: la mia amica Giovanna Spagarino Viglongo, Viglongo Editore, ha da poco pubblicato un volume che contiene le preziose lettere di Norberto Bobbio indirizzate a Andrea Viglongo prima e successivamente a Giovanna e sua figlia. Un gioiello per davvero.