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Quanto Basta, per star bene, in via S. Domenico, 12/B

Sono due ragazzi giovani, coetanei di 23 anni: si sono conosciuti frequentando l’Istituto Alberghiero N. Bobbio di Carignano (ci insegna il mio amico Stefano Fanti, chef del ristorante del Circolo dei Lettori), Alessandro – in sala – e Stefano in cucina.

Sono bravi e coraggiosi, perché ci vuol coraggio, e fiducia nei propri mezzi, per mettersi in proprio a 23 anni e aprire un ristorantino – che è un piccolo bijoux – di una ventina di coperti, in via San Domenico – pieno quadrilatero romano – a Torino. Coraggio perché la zona ha un ….sesto d’impianto in fatto di ristoranti, pizzerie, wine-bar e via dicendo che definire fittissimo è dir poco. E’ pur vero che una percentuale elevatissima di questa offerta doviziosa è quantomeno scadente e anche poco conveniente. Ma ciò non toglie che la concorrenza è per davvero tanta e aggressiva.

Hanno aperto a ottobre 2010: e stanno avendo ragione. Perché sono seri, preparati, umili ma coscienti dei propri mezzi. Il minuscolo locale è arredato con semplicità e buon gusto, colori rilassanti e poco riferibili a certi stucchevoli standard dovuti a architetti soltanto uterini e poco talentuosi. Grigio perla e arancione con tavoli semplici e sedie, grigie, un poco più ricercate. Ho mangiato e bevuto ascoltando Frank Sinatra, a volume giusto(!).

Un piattino di coppa, affettata sottile, da mangiare con le mani è servita da entrée, accompagnata da un ottimo Grillo in purezza di Feudo Maccari (siamo a Noto, in Sicilia), Tenuta Setteponti 2009. Poi, Stefano mi ha preparato una deliziosa lingua brasata con impanatura di grissini rubatà,  guarnita da un delicato pesto di prezzemolo lievemente insaporito con aceto e aglio. Una Barbera Vegia Rampana 2007 di La Colombera (Colli Tortonesi, Azienda di cui già mi sono occupato per Suciaja e Timorasso) aveva dato il cambio  rosso piemontese al bianco siculo.

Eccellenti i ravioli ripieni di barbabietola con guarnitura di fonduta e gorgonzola (qui il mio giudizio è da tenere in conto relativo, avendo io problemi irrisolvibili con i formaggi…). E poi un piatto che mi è stato assai  gradito, per la semplicità raffinata e per il coraggio di proporlo. Due semplici filetti di sgombro (di pezzatura piccola) cucinati al forno e accompagnati  da una crema di cavolfiore: un accostamento fuori del comune e di risultato eccellente. E’ un pregio particolare proporre piatti con pesce azzurro che si ritiene poco nobile: lasciamo a chi non sa mangiare branzini e orate allevate chissà dove con farine di mais e razioni bibliche di antibiotici.

Non son tipo da dolci, ma una mousse di ananas – ottima e senza alcoli vari, alla francese – ha chiuso il mio pranzo, che voleva essere soltanto una sequenza di assaggi e invece s’è trasformato in una mangiata di gusto (odio il sostantivo degustazione e il verbo degustare). Alessandro, non conoscendo il mio scarso apprezzamento per il Passito di Caluso, mi ha proposto  quello di Cieck, Alladium 2003: un poco meno stucchevole di tutti gli altri, sono tanti e mai uno accettabile, vini di questo tipo.

Alessandro mi ha poi fatto assaggiare la birra che produce personalmente e che propone come aperitivo: ottima, leggera, amara.

Mi sono trovato bene: Alessandro Gioda e Stefano Malvardi sono per davvero bravi. Consiglio il localino, soprattutto per incontri intimi o fra persone di buon gusto e sensibilità adeguata.

Per finire, alcuni dati tecnici. I prezzi sono nella media (25/40 € a seconda di come si beve), la cantina offre un centinaio di etichette con un 70% di proposte piemontesi. Apertura a pranzo e a cena con i consueti orari torinesi (la sera fino alle 23.00). Giorno di riposo il lunedì.

www.quantobastaristorante.it

Cantine Nicosia, Trecastagni (Etna)

Imperversava il 2005, Luciano Signorello (sostiene essere diretto discendente di Federico II e di questo io certo sono) mi invitò a mettere in mostra alcuni miei lavori a Trecastagni, in occasione dell’inaugurazione del locale nuovo museo dedicato all’arte moderna: se non ricordo male era un convento francescano (non giuro sull’Ordine religioso di apparteneza) secentesco, di bellezza etnea, appena restaurato.

Luciano lo conoscevo da anni, conoscenza legata al mondo dell’ambientalismo e dei Parchi: già nel 2001 avevo avuto l’onore di esporre i miei lavori a Belpasso e con grande soddisfazione, come sempre succede quando ho la buona ventura di mettere i miei piedi contadini sul sacro suolo benedetto della Sicilia.

Quell’anno, però, era un anno particolare: la mostra si inaugurava intorno al 12 o 13 agosto e mi avevano squartato in maggio: le mie condizioni erano ancora appena decorose e il futuro appariva assai assai problematico, ammesso che ci potesse essere un futuro. Ma quella mostra mi avrebbe aiutato a sopravvivere, a non temere il futuro, ad aggrapparmi a qualcosa di buono e di bello.

Ero in vacanza nel solito posto, sotto i miei fidati olivi di Mattinatella: partii da solo in mezzo a quell’agosto con la mia ormai esausta Bmw; oltre settecento chilometri con quel pezzo di Calabria devastante e che mai sembra avere fine. Passare lo Stretto e riconoscere il Gran Padre, come sempre fumigante, fu l’avverarsi del sogno.

La fotografia qui sopra testimonia della notte, lunghissima, seguita all’inaugurazione – i fuochi curati da Luciano un must imprescindibile – della struttura e della mostra; rimanemmo quelli lì – e si riconosce il celebre critico d’arte Amnon Barzel con Luciano, al solito immenso, e un me neanche troppo malandato sul fondo – a bere quantità pantagrueliche di uno spumante (il nome non lo ricordo) locale di eccezionale bontà: le chiacchiere furono adeguate alle bevute e gli sproloqui sui massimi sistemi impossibili da riproporre, oltremodo protetti dai portici di quel delizioso chiostro eravamo per davvero una bella tavolata. Indimenticabile.

Tutta la faccenda qui sopra, sono fatto così, per introdurre alla mia maniera le bevute (degustazioni è un termine che mi piace sempre di meno) che sto facendo in questo periodo dei vini di Nicosia, azienda suggerita appunto da Luciano Signorello. Cercavo per le mie questioni indiane un produttore di quelli non arcinoti, ma comunque non piccolo, che potesse rappresentare i vini siciliani in maniera adeguata. E l’ho trovato.

Ho cominciato col Grillo in purezza: un vitigno famoso per essere la base del Marsala, Sicilia occidentale; vinificato in purezza a me piace da morire: con naso non invadente e un palato che viene rivestito di banana e albicocca che ti rimangono a lungo a carezzare la bocca e la gola. Conoscevo quello di Cummo, ma questo è notevole. Ho bevuto anche il Cerasuolo di Vittoria Docg Classico del 2007: che dire, se davanti avete una caponata o una parmigiana, nulla v’ha di meglio al mondo; uve Nero d’Avola e Frappato, bella acidità e tannini non troppo invadenti per un vino che racconta in modo schietto terre e climi che l’hanno messo al mondo.

Ho anche bevuto Malvasia e Zibibbo: il secondo, corretto, senza particolari emozioni; la Malvasia un portento di moscato passito, con fichi secchi e miele che fanno desiderare quelle paste di mandorle che soltanto la Sicilia può offrire. Mi restano ancora l’Etna bianco e quello rosso: si parla di Carricante e Catarratto per il primo e di Nerello Mascalese e Cappuccio per il secondo. Dirò di seguito e dovrò ringraziare Giuseppe Monaco.

E adesso posso dire e dire un gran bene. Le vigne di questi due vini sono etnee, Trecastagni, poste tra i 650 e gli 800 metri sul mare e sono raccontate alla perfezione da questi ottimi succhi d’uva fermentati. Acidità elevata e tannini soffici, alta densità d’impianto, controspalliera a cordone speronato, vendemmie non prima di ottobre. Il bianco, 13°, emana mela e fiori e in bocca è bello lungo con deliziosa acidità; il rosso, 13,5°, restituisce al naso i frutti di bosco e in bocca è franco, pulito e persistente quanto si deve, vorrei berlo più vecchio di un paio d’anni. Il bianco è del 2009 e il rosso del 2008: entrambi hanno vita lunga e miglioreranno.

E adesso ringrazio ufficialmente Giuseppe Monaco e Luciano Signorello: a quando, mi chiedo, la prossima volta in Sicilia per rendere omaggio al Gran Padre e chiedere ancora le Sue attenzioni?

Vinitaly: incontri
I miei vini di Natale (e dintorni) 2009

Quest’anno ho scelto vini diversi dal solito per le mie coccole natalizie.

Per il bianco sono andato nella adorata Sicilia e ho bevuto il Grillo in purezza delle Cantine Cummo, Idillìaco 2008: 12,5°% di volume alcolico per un autoctono celebre come materia fondamentale per il Marsala. Un vino per davvero eccellente con un’unica pecca: una delle più brutte etichette in commercio. Ma questa faccenda ai Cummo l’ho già detta.

Sempre di Cummo (mi hanno onorato con una loro selezione) ho bevuto l’eccellente Nero Cappuccio Carbuscìa 1908 del 2005: un altro rosso autoctono in purezza con 14° affinato, purtoppo – ma con perizia – in legno piccolo. Carbuscìa è la località delle vigne migliori, in Canicattì (Ag), dove il nonno Diego cominciò la storia di questa ottima cantina. Ancora di Cummo, il Principe Stephan 2005, una cuvée di autoctoni e di classici internazionali – una sorta di Supersicilian – anche questo affinato per poco tempo in legno piccolo, dopo un anno di acciaio e due in botti grandi per un risultato di grande equilibrio e corpo.

Il pranzo di Natale però è stato accompagnato con la mia immancabile Barbera del Monferrato Valpane 2000 del mio amico Piero Arditi: Barbera di classe eccelsa da 14,5° e senza legno. Come damigella d’onore ho scelto la Freisa Canone Inverso 2005 sempre di Piero: un vino vinoso, antico, asciutto, diretto (detto tra le righe, ma a Piero l’ho detto più di una volta, anche le sue etichette non brillano per risultati estetici…).

Nei dintorni di questi giorni non mi sono fatto mancare il Rùbico 2008, Lacrima di Morro d’Aba di Marotti Campi: sempre eccellente. Non c’è nell’immagine, ma qualche sorso di Cambrugiano Riserva 2006 di Belisario, Verdicchio di Matelica, non è mai mancato.

Senza dubbio un Gaja, non so ancora quale, aprirà il 2010.

Salute e auguri.