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Enoteca (piola) Brosio, dal 1922 in via Del Carmine

Luigi Brosio, Gino per gli amici, classe 1938, ha gestito la Piòla di famiglia dal 1952 al 2001, in quell’anno il vecchio locale ha chiuso i battenti per trasferirsi esattamente dall’altro lato della strada (via Del Carmine angolo via Piave) e diventare “Enoteca Brosio”.

La storia della Piòla Brosio comincia nel 1922, quando i nonni di Gino si trasferirono da Montegrosso, poco lontano da Asti, a Torino.

Erano commercianti di commestibili, con un allevamento di un centinaio di maiali (allora chi faceva e chi vendeva assai spesso era la stessa figura, eliminando gli oneri dei passaggi successivi che fanno crescere a dismisura il prezzo finale al consumatore); l’afta gli sterminò le bestie in un amen e si videro così costretti a tentare, in un dopoguerra pieno di problemi e di incertezze, l’avventura nella Grande Città, costituendo, in buona sostanza, la prima avanguardia di immigrazione verso Torino (astigiani e cuneesi precedettero semplicemente le ondate successive, e non ancora concluse, di veneti, meridionali, magrebini, albanesi, nigeriani, romeni….).

Avrebbero voluto un negozio in via Barbaroux, allora il cuore commerciale della città, ma  lì gli affitti erano troppo onerosi, ripiegarono così per quel locale del Convivio Umbertino, in via Del Carmine, 7 angolo via Piave.

Non era il meglio ma si trovavano nel regno delle piòle, alimentate dal vicino distretto militare di corso Valdocco, dove i giovani venivano “a tiré ël numer “, cioè a passare la visita di leva con qualche soldo in tasca che le famiglie provvedevano a fornir loro per i tre giorni da trascorrere a Torino.

Quel locale aveva una caratteristica unica: le cantine, immense, erano state attrezzate con grandi vasconi per la vinificazione. I Brosio compravano le uve, sempre e solo Barbera, e vinificavano in via Del Carmine tre o quattrocento ettolitri di vino che poi alimentavano la mescita in piòla.

Mi racconta Gino che questa attività è proseguita fino ai primi anni settanta, quando venne sospesa perché non più conveniente.

Servivano quasi esclusivamente vino sfuso e soltanto Barbera, girava qualche “bota stopa” o “1/2 stopa”, ma solo per le grandi occasioni; i fiaschi non esistevano e si cercava di riciclare le fiaschette di Chianti, già famose allora.

Naturalmente si serviva da mangiare la classica cucina piemontese e naturalmente si cantava e , soprattutto, si giocava a Tarocchi e a Tressette.

La Piòla restava aperta fino a mezzanotte o l’una.

Gino mi racconta di un certo Fioretta, artigiano vetraio, che abitava in via Piave al numero 9: smetteva di lavorare nel primo pomeriggio (come quasi tutti gli artigiani di quei tempi) e si piazzava in piòla verso le 16; “soa fomna” gli portava da mangiare all’ora di cena e, continuando a rimanere in piòla a bere e giocare a Tarocchi, tirava mezzanotte.

Tutti i santi giorni.

Trecentosessantacinque giorni all’anno!!

Oggi all’Enoteca Brosio è cambiato tutto, però si respira ancora un’aria diversa da quella che si percepisce nei moderni locali che, da metà anni novanta, hanno infestato i dintorni nel cosidetto “Quadrilatero romano”.

Enoteche e Wine-bar tra via Bellezia, via Sant’Agostino, via San Domenico e piazza Emanuele Filiberto attirano la movida nelle sere e nelle notti specialmente dei fine settimana: si beve molto, anche molto vino insieme a bevande assai più esotiche (sarebbe più appropriato “globali”, ma questo neologismo mi fa venire l’acetone – parola che letta al contrario suona: enoteca(!).

Nelle vecchie piòle la bevanda più strana era il vino chinato (antenato di vermouth e martini), che veniva prodotto soltanto dalla Riccadonna e consegnato in damigiane.

Da Brosio, ancora oggi, trovi qualche strano figuro dalle guance rubizze che inaugura la giornata con un bel bicchiere di Barbera.

LA CANSON DËL VIN

Da’n téra an pianta

òh che bela pianta

pianta, pianton, piantin,

col ciribiribin ch’am pianta ‘l vin

òh che bon vin dë pianta.

 

Da’n pianta an rapa

òh che bela rapa

rapa, rapon, rapin,

col ciribiribin ch’am pianta ‘lvin

òh che bon vin dë rapa.

 

Da’n rapa an bote

òh  che bela bota

bota, boton, botin,

col ciribiribin ch’am pianta’l vin

òh che bon vin dë bota.

 

Da’n bota an boca

òh che bela boca

boca, bocon, bochin

col ciribiribin ch’am pianta’l vin

òh bon vin dë boca.

 

Da’n boca an pansa

òh che bela pansa

pansa, panson, pansin,

col ciribiribin ch’am pianta’l vin

òh che bon vin dë pansa.

 

Da’n pansa an tèra

òh che bela tèra

tèra, teron, terin,

col ciribiribin ch’am pianta’l vin

òh che bon vin dë tèra.

 

LA CANZONE DEL VINO

Dalla terra alla pianta/oh che bella pianta, /pianta, piantona, piantina,/quel ciribiribin che mi pianta il vino, /oh che buon vino di pianta! /Dalla pianta al grappolo,/ oh che bel grappolo,/ grappolo, grappolone, grappolino,/ quel ciribiribin che mi pianta il vino,/oh buon vino di grappolo! /Dal grappolo alla bottiglia,/ oh che bella bottiglia,/ bottiglia, bottiglione, botticino,/ quel ciribiribin  ce mi pianta il vino,/ oh che buon vino di bottiglia!/Dalla bottiglia alla bocca,/ oh che bella bocca,/ bocca, boccone, bocconcino,/ quel ciribiribin mi pianta il vino,/ oh che buon vino di bocca!/Dalla bocca alla pancia,/oh che bella pancia, pancia, pancione, pancino,/ quel ciribiribin mi pianta il vino,/oh che buon vino di pancia!/Dalla pancia alla terra,/ oh che bella terra,/ terra, terrone, terrino,/ quel ciribiribin mi piantail vino,/ oh che buon vino di terra!

 

Voglio concludere questo piccolo contributo alla tradizione della piòla con l’aiuto, ancora una volta di Piergiorgio e Roberto Balocco.

Nel loro ultimo lavoro, un CD come al solito prodotto da Mùsica Nòsta (Libreria Piemontese Editrice – Via S. Secondo, 11 – Torino), “Cheur giojos ël ciel l’agiuta – Omaggio a Ignazio Isler”, si trova una canzone straordinaria, “Il testamento di Giaco Tross”.

Due parole per dire che l’Abate Ignazio Isler, di origine svizzera ma nato a Torino nel 1702 e ivi morto nel 1778 (seppellito tra le mura della chiesa della Crocetta), è considerato il padre della canzone della piòla, pur essendo un prelato ci ha lasciato dei veri capolavori di arguzia e poesia popolare (già pubblicato dall’amica Giovanna Viglongo nel 1968).

La canzone è del 1748 e ne riporto le ultime strofe:

 

Cogeme drinta a un arbi

Ch’am servirà për cassia,

ma fàit con bon-a grassia,

e ch’a sia bin vinà.

E për cussin im lasso

mè car barlat ëd frasso

Ch’a l’è tant nominà.

         Ch’a l’è tant nominà.

I veuj, për compagneme,

dosent drindor an gala

con la soa brinda an spala

e so pongon an man,

e sent bronson për banda

ma tuti bin d’Olanda

E cioch tant ch’a podran.

         E cioch tant ch’a podran.

Për strà mi i veuj ch’am canto

A tuta gran ganassa,

massimament an piassa,

cola bela canson.

Cola che noi cantavo

Ant ël mentre s’anciocavo

Veuidand bote e pinton.

         Veuidand bote e pinton.

Buteme su la tampa

Cost’iscrission bin scrita:

a l’ha perdù la vita

col pòver Giaco Tross,

përchè na sola vòta,

anvece d’andé an cròta

L’é andàit a bèive al poss.

L’è andàit a bèive al poss

 

Povero Giacomo, morto stecchito perché una volta, una sola volta invece di bere vino in piòla, bevve acqua dal pozzo……..