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Il dilemma dell’onnivoro di Michael Pollan

“Il dilemma dell’onnivoro”

Di Michael Pollan

La collana dei casi – Adelphi

pp. 487 – € 28,00

Prima di cominciare a parlare di questa lettura davvero straordinaria, mi preme di segnalare alcuni tra gli ultimi libri che ho avuto modo di leggere in questo scorcio d’estate morente.

Erano anni che dovevo farlo, e finalmente sono riuscito a trovare il tempo di leggere “Le memorie di Adriano” di Marguerite Yourcenar: che dire se non constatare il fatto che di capolavoro si tratta, con le prime venti o trenta pagine per certo memorabili!

Altre due segnalazioni sono: “Lettere da Torino” di F. Nietzsche, appena pubblicato da Adelphi e librino sorprendente che rivela alcuni aspetti tenerissimi e quotidiani di un filosofo che sta precipitando in modo irreversibile verso la pazzia. E un amore grande per Torino.

La seconda segnalazione riguarda un libro che consiglio a tutti di leggere: “Il segreto della domanda” di Umberto Galimberti, edito da Apogeo (Feltrinelli). E’ una raccolta di risposte che il professore Galimberti ha tratto dalla rubrica che tiene settimanalmente su “D la Repubblica delle Donne”. Scritti mai banali, sempre lucidi e con prospettive che presentano certe importanti questioni in modo davvero unico. Ho avuto modo di assistere a una lezione pubblica di Galimberti sulla concezione della vita di greci e romani contrapposta alla nostra giudaico-cristiana a Rimini, sono un paio di anni: sempre chiaro e sempre di sorprendente lucida intelligenza.

E arriviamo al nostro libro.

“In questo libro esaminerò le tre principali catene alimentari che nutrono oggi gli esseri umani: quella industriale, quella biologica (o organica) e quella tradizionale che fa capo alla caccia e alla raccolta. Tre sistemi profondamente diversi, che però servono più o meno allo stesso scopo: metterci in contatto, attraverso ciò che mangiamo, con la fertilità della terra e con l’energia solare……

“In una società sana nessuno si stupirebbe del fatto che esistono nazioni, come l’Italia e la Francia, dove si sceglie cosa mangiare sulla base di criteri bizzarri e poco scientifici come il gusto, il piacere, la tradizione, anche se ciò comporta nutrirsi di cibi «poco salutari»; e pensate un po’: alla fine i cittadini di queste nazioni sono in media più sani e felici di noi, perlomeno a tavola. La cosa ci stupisce a tal punto che parliamo di «paradosso francese»: come è possibile che un intero popolo dedito a consumare sostanze notoriamente tossiche come il foie gras e il roquefort sia alla fine più magro e sano di noi? Mi chiedo se non abbia senso parlare di un paradosso americano: come è possibile che una nazione ossessionata dal mangiar sano sia così palesemente malata?……..Il «dilemma dell’onnivoro» si ritrova già negli scritti di autori come Rousseau o Brillat-Savarin, anche se è stato battezzato ufficialmente una trentina di anni fa da Paul Rozin, psicologo sperimentale dell’Università di Pennsylvania. Ho preso in prestito questa espressione per il titolo del mio libro perché ho scoperto che il dilemma in questione è una lente molto rivelatrice sotto cui osservare i tormenti alimentari del nostro tempo.”.

Di lettura chiara e semplice si tratta, di enorme interesse per l’importanza e la vastità dei temi trattati, sempre con estremo buon senso e senza prendere particolari posizioni. Testo molto documentato e assai approfondito. Conoscere cosa significa «catena del mais», cosa implicano termini come «biologico», «naturale», «prodotto a chilometri zero» è, oggi, di grande importanza e interesse: addirittura necessario, alla luce degli scandali quotidiani che scoppiano attorno a cibi e sostanze più o meno adulterate.

Di straordinario interesse è l’ultima parte: l’autore, dopo aver esaminato il cibo industriale e quello biologico, o presunto tale, racconta di come è possibile realizzare un pasto di cui tutti gli ingredienti sono stati trovati, allo stato di materia prima, da colui che ne sarà il consumatore finale. Una grande lezione, anche etica, forse soprattutto per animalisti e vegetariani o vegani. Uccidere una preda per cibarsene è un fatto oggi lontano dalla nostra cultura: eppure fino a pochissimi anni fa, e ancora oggi per centinaia di milioni di individui, questa faccenda è cosa pressoché quotidiana. Personalmente sono un appassionato di pesca subacquea: i pesci mi piace di ucciderli per mangiarli; passo ogni anno un mese a pescare e a nutrirmi di ciò che pesco e so cosa significa uccidere, so cosa significa dare la morte a un essere vivente, anche se è solo un pesce; ma anche la lattuga è un essere vivente. Mangiare significa sempre dare la morte a qualcosa di vivo, comunque la si guardi e con implicazioni spesso assai più complicate di quanto certe mode culturali descrivono e prescrivono.

“Ma proviamo a pensare per un momento cosa accadrebbe se tutti noi ritornassimo a conoscere, come dato di fatto, queste banalità: cosa stiamo mangiando; da dove viene; come è arrivato sul nostro piatto; quanto costa davvero, in termini reali. Allora sì che potremmo variare la conversazione a cena, perché non avremmo bisogno di ricordare a noi stessi che, in  qualunque modo decidiamo di nutrirci, lo facciamo per grazia della natura, non dell’industria, e che ciò che mangiamo non è né più né meno che il corpo del mondo.”

Non solo un libro interessante da leggere: un libro utile da leggere. E piacevole.

Vincenzo Reda

25 settembre 2008