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Il grande bevitore, Vincenzo Reda

 

«Quel vino faceva schifo: una vera ciofeca.

Aveva lo stesso colore, lo stesso naso, la stessa lingua di quello del nonno, quando riuscivo a berne ancora qualche gotto che egli non era stato capace, per chissà quale miracolo, di finire: a agosto, quando ragazzo scendevo in Sila, il vino della nostra grande vigna di Pietrafitta era già stato tutto bevuto dal nonno prodigioso.

Lo beveva fuori pasto, a bicchieroni come fosse tè o caffé alla francese: nonno poco mangiava e per quel poco non occorreva vino. Il vino egli lo tracannava come una bevanda qualsiasi.

Erano uve gaglioppo, malvasia, greco cresciute a 600 metri sui colli presilani sopra Cosenza, vendemmiate alla come viene e malamente messe a fermentare ai 1400 metri di Rovale, in Sila, a temperature che non permettevano ai lieviti di fare completamente il loro dovere.

E quel vino “aveva lo spunto”: una sorta di punta acidula, non proprio acetosa ma qualcosa di assai vicino, per la verità assai sgradevole.

Tornavo in Sila dopo anni, il nonno non c’era più: zio Vittorio aveva fatto apparecchiare sull’aia antica il tavolo solo per noi.

Avevo in bocca e dentro il naso i vini di Francia che Renzo mi faceva conoscere quando ci si trovava a Parigi per lavoro: i Bordeaux, i Bourgogne prodigiosi che mi insegnava sulle rare note di Monk; ricordo una meraviglia ventenne di Meursault goduta una sera davanti alla Tour….

Vittorio mi riempiva quei gotti fino all’orlo e bisognava mandarli giù alla brutta, cosa che almeno in principio non era proprio negativa, non da gustare perché c’era poco da gustare, per la verità.

Eppure, col passare delle ore, rompendo ogni tanto il ritmo dei gotti rubino chiaro con intermezzi di grappa, quel vinaccio cominciava a piacermi: coi funghi silani – i rusiti, i vavusi, i silli, i gallinazzi – col prosciutto saporoso, quasi allappante, dei maiali macellati in inverno, con le patate di montagna, con la selvaggina quel vino cominciava a essere gradevole.

Finimmo alle due, forse le tre di notte: avevamo cominciato verso le tredici e sette o otto litri di vino prima, con un paio di litri di grappa per rompere il ritmo ossessivo dei gotti rubini riempiti all’orlo.

Due giorni impiegai a ritornare normale.

E capii il nonno, e zu Pasquale, e zu Giuvanni u fallitu: quelli erano bevitori, bevitori veri, autentici, portentosi.

Sono tutti capaci di bere i vini buoni, i grandi vini, le grandi etichette: il vero bevitore beve tutto, tutto e tanto.

Un po’ come le donne, se mi è concessa la similitudine: sono tutti capaci di far l’amore con le giovani e fresche bellone, le veline, le attrici, le modelle; il grande amatore apprezza le impiegate, le casalinghe, le signore già avanti con gli anni, quelle apparentemente insignificanti, qualche cellulite qui e là.

E lo fa con amore, con dedizione, con trasporto.

Per il vino è uguale: oggi i veri grandi bevitori sono una razza in via d’estinzione. Anche perché non sono politicamente corretti e poco si curano di leggere le etichette. Sono uomini che non apprezzano le etichette: uomini, direi, senza alcuna etichetta.

Anni dopo, in Toscana, mi facevo riservare dai ragazzi macedoni addetti alla cantina un Montepulciano d’Abruzzo che si usava come vino da taglio per rinvigorire annate di Chianti scadenti: era un vinaccio color della pece, spesso e allappante che mi lasciava la bocca impastata, una meraviglia indicibile. Come certi Colorino o Rossissimo che non bisogna confessare e che pochi o punti sanno di cosa si tratta.

Certo che ogni tanto mi piacciono i Barbaresco e i Barolo e i Brunello di amici come Angelo, Vittorio e altri insigni costruttori di vino: ma il vino che sa di succo d’uva, pieno di difetti, mi esalta.

Lo so, non faccio testo e non voglio aver ragione e ogni tanto mi consolo rileggendo Soldati e ricordando mio nonno e quel suo vino fuori moda e zu Giuvanni che si faceva bagiare dalla boccuccia ditonda della botticella da quindici litri».

Da “Più o meno di vino”.