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Religione e mito di Hermann Hesse

«Colui per il quale Dio non è un idolo, che non usa la preghiera come una formula magica, ma la vive come massima concentrazione delle forze interiori, come volontà tesa al bene, al risveglio, a ciò che è unico e necessario, costui trarrà forza per tutta la vita dalle preghiere di oggi, poiché l’hanno costretto ad esaminare il suo cuore, a combattere la pigrizia, a rafforzare la sua ispirazione verso l’alto, a dimenticare i propri piccoli interessi per quelli superiori e comuni».

E’ questo un librino (nenche 170 pp.) che comprai una ventina d’anni fa: costava 8.000 lire, Saggi Oscar Mondadori (oggi costa 8 euro). E’ la prima edizione del 1989. Lo rileggo ogni tanto con piacere estremo: le parole di Hesse sono sempre un balsamo. Consiglio di cercarlo, acquistarlo e consumarlo. Come fosse una medicina, oltremodo gradevole e tanto utile.

«Non condivido nessuno degli ideali del nostro tempo. Ciò non significa che non abbia fede. Credo nelle millenarie leggi dell’umanità, credo che sopravviveranno alla confusione odierna. Non so indicare la via per mantenere fede a quegli ideali, che ho sempre reputato eterni, e contemporaneamente credere ai nuovi, alle mete e alle consolazioni della nostra epoca. Del resto non ne ho neppure voglia. Nella mia vita ho sperimentato molte vie per superare il tempo e vivere senza di esso (questi cammini li ho rappresentati in parte per gioco, in parte seriamente). Quando incontro dei giovani che hanno letto Il lupo della steppa, mi rendo conto che prendono sul serio tutto ciò che vien detto sulla follia del nostro tempo; non colgono invece ciò che per me è mille volte più importante, o in ogni caso non vi prestano fede. Non basta biasimare la guerra, la tecnica, l’ebrezza del denaro, il nazionalismo, ecc. Bisogna sostituire gli idoli della nostra epoca con una fede».

Hermann Hesse (1877/1962), Premio Nobel per la Letteratura 1946.

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