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Cirò Du Cropio Damis 2005

L1100112Stasera festeggio una faccenda mia, tutta mia. E la festeggio, la onoro bevendo un paio di bicchieri di un Cirò sensazionale: il Damis 2005 di Ducropio (l’amico Giuseppe Ippolito). Vino strepitoso, vino della mia vita: il Gaglioppo elegante spremuto da uve maturate su viti piantate in coppia su terreni collinari e che sono carezzate dalle brezze salmastre dello Ionio antico. Qui si parlano linguaggi dimenticati dai più, di qui una parte di me proviene; anche da queste parti c’è una parte di me che mi si rivendica e che, certe volte, mi sussurra: ricorda, non dimenticartene mai!

Certo, certo che mi ricordo, ci mancherebbe!

E poi mi domando: ma perché ancora oggi il Cirò è un vino periferico, un vino considerato poco? Perché la sua eleganza, la sua finezza non trovano i consensi, gli apprezzamenti che dovrebbero competergli per censo, tradizione, struttura…

Sarebbe ora che la Calabria Felix si destasse. Enotria, cazzo, svegliati e urla al mondo le tue bellezze!!

Penso a mio nonno Vincenzo, penso a mio zio Stefano, penso alle storie di mio padre Giuseppe.

Penso alle mie radici.

Penso ai miei miti, ai riti dell’infanzia.

Penso ai baci delle botticelle e a quelle sbronze epocali di cui soltanto mi sono giunti echi lontani.

Mannaggia: mi tocca il ruolo nobile ma, tutto sommato, periferico di aedo. Meglio, meglio assai averle vissute che raccontarle, quelle Storie; oltretutto per interposta persona.

Bacco, Dioniso (o chi per loro) mi guardino con occhi benevoli.

Quando il Primitivo decide di essere grande

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Vito era un grande amico di papà, bonario e pacioccone: arrivava, emigrato come noi, da Manduria. Per tanti anni anni, a cavallo tra i ’60 e  i ’70, abbiamo bevuto un nero di Sava buonissimo che Vito faceva arrivare da conoscenti suoi compaesani.

In quegli anni visitai per la prima volta il Salento, era il ’73 a Mesagne, e conobbi sul posto quelli che erano già grandi vini, ma tenuti da bere per le famiglie contadine che invece i soldi per vivere li facevano con le uve e i mosti da taglio per piemontesi, toscani, francesi e chissà chi altri.

Ero, meno che ventenne, con il mio grande maestro dauno Nicola Silvano. Oggi non c’è più, e non c’è più neanche Gino, un altro dei miei maestri: oggi sono rimasto da solo. Dopo la presentazione, al Teatro Puccini di Merano – per la bella manifestazione legata al vino che si lì tiene ogni anno – della Guida dei Vini Buoni d’Italia del Touring Club che quest’anno, grazie a Mario Busso, ha voluto i miei bicchieri come illustrazioni, salendo le scale dell’edificio per andare a partecipare al rinfresco, vengo fermato da un bel signore con i baffi.

IMG_8142Mi dice che con il Primitivo io non sarei capace di dipingere! Gli rispondo che con diversi Primitivo ho già dipinto e che, anzi, vini di grandi antociani sono molto più semplici da usare come colore. Allora mi dice che devo bere il suo e gli devo dire cosa ne penso. Tra le tante bottiglie, una a fianco all’altra, che tramite le etichette cercano di attrarre l’attenzione, ne prende una:”Tretarante”.

Che bel nome, mi vien fatto di pensare, e che bell’etichetta classica, senza tanti fronzoli. Bevo. Mi viene in bocca un colpo di schioppo, di marmellata, di ambrosia, di opulenza che mai, giuro mai, ho sentito.

Dario Cavallo mi guarda con gli occhi furbi sopra i suoi bei baffi e mi dice che di quel vino ne fa soltanto 900 bottiglie: è una vigna di viti a alberello di 70 (!) anni con una resa di non più di 15 ql. per ettaro. E’ una vigna che respira a due passi l’alito fresco e umido dello Ionio, in provincia di Taranto. Passo il giorno dopo al suo stand, nello stipato Kurhaus, e completo gli assaggi con gli altri suoi Primitivo: vigne di 50 anni, bocca piena di opulenze meridionali, lunghissime. Alcol di 15° di cui nemmeno ti accorgi. E mi vengono in mente quei mari, quelle vigne, quegli olivi, quel Sud… L’azienda si chiama Milleuna e sta a Lizzano, in provincia di Taranto: cercatela e bevete dei suoi vini. Sarete contenti voi e farete contento Dario Cavallo.

www.milleuna.it