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About Art, about my art

Arte.

Quando si tratta di arte, la faccenda più complicata è senza dubbio alcuno distinguere tra sublime artigianato e arte vera e propria. L’interazione mano/cervello – per intenderci meglio: ciò che ha permesso all’essere umano di evolvere verso quel che oggi è definibile uomo – è il territorio complesso e di confini incerti che complicano e rendono effimeri i giudizi su quanto è possibile definire arte e quanto è semplice, pur affascinante e attraente, artigianato.

L’arte, per quanto mi riguarda, è una sorta di corrente, di flusso magico, la quale attraverso quella che è propriamente l’opera d’arte trasmette emozioni forti tra chi esegue quel manufatto e chi si trova nella condizione di fruirne.

La rivoluzione degli inizi del secolo scorso, a opera soprattutto di Marcel Duchamp, che intese annichilire il concetto di abilità manuale per premiare soprattutto il concetto, dunque l’azione creativa della mente, ha portato ulteriori complicazioni nella definizione di ciò che è arte.

Il Novecento ha esaltato personalità straordinarie in questo senso: Piero Manzoni con le sue Merde d’artista, Gino De Dominicis con le sue incredibili performance alle Biennali di Venezia tra gli anni Sessanta e Settanta, Keith Haring e Jean Michel Basquiat con i loro lavori di graffitismo urbano, ma anche la nostra Arte povera e la Transavanguardia promossa dal critico Achille Bonito Oliva costituiscono esempi di come l’arte si sia trasformata negli ultimi cento anni.

E ho volutamente tralasciato geni come Jackson Pollock, Andy Warhol, Roy Lichtenstein, Cristo…evitando inoltre di toccare cinema, musica, teatro, letteratura, fotografia…

Oggi un artista straordinario è l’indiano Amish Kapoor con le sue strepitose sculture che sono magiche strutture invadenti e inquietanti; oggi ci sono artisti che si rivolgono alle immense risorse del mondo digitale, elettronico, matematico. Addirittura, la frontiera della geometria frattale è un campo di fervide ricerche (in qualche misura, la dinamica delle strutture frattali è parte delle mie esperienze).

Ma siamo nel campo delle forme: perché, in ogni caso, l’arte è una faccenda che attiene alla Forma.

Perché, al di là di ogni scontata e semplicistica contrapposizione forma/contenuto, è l’evoluzione delle forme che permette alla ricerca artistica di spostare i suoi confini sempre un poco più oltre. I Contenuti, quelli sono sempre gli stessi: una poesia d’amore scritta da un dilettante qualunque e un capolavoro di Pablo Neruda, Octavio Paz, Anna Achmatova hanno gli stessi contenuti. E’ la forma che cambia, e questo fa la differenza in termini di emozioni che si trasmettono.

Per quanto mi riguarda, oltre alle mie ossessioni (un artista deve vivere di ossessioni) che riguardano il vino, le macchie e i bicchieri – nel calice ritrovo la forma perfetta dell’albero, con le sue radici, il fusto e la chioma: terra, ascesa, cielo – oggi sono molto attratto da quella forma d’arte ancestrale che è la Land-art, arte che si esprime lavorando sul territorio.

La Piana di Giza, Stonehenge, Nazca, Goebekli Tepe, i Nuraghi: questo è quel che mi attrae e non è urbanistica o architettura. E’ il concetto di territorio che si fa arte: i vigneti della Langa visti dal Belvedere di La Morra, i giardini all’italiana, Stupinigi…. Questa è land-art, arte che attiene all’ecologia, al bello del territorio. Al bello della storia di un territorio. E in quest’arte emozioni violente si trasmettono a chi le sa sentire e non sono soltanto visive.

Perché mai bisogna dimenticare che almeno il 90/95 % dell’estetica dell’arte si riferisce soltanto ai sensi della vista e dell’udito: il tatto, l’olfatto, il gusto sono sensi abbandonati alla fruizione del cibo e dell’amore. Ma anche qui c’è dell’arte, per chi la sa capire o, meglio, la sa fare.

“I miei lavori sono pura forma.

I contenuti sono nel vino che uso,

nelle nebbie della mia mente,

nelle fantasie di chi guarda i miei quadri.”

Vincenzo Reda

Peggy Guggenheim

Poco più di un secolo fa, il 26 agosto 1898, nasceva a New York Peggy – il vero nome era Marguerite – Guggenheim, figlia di Benjamin e di Florette Seligman: due famiglie ricchissime di ebrei tedeschi emigrati nel XIX secolo in America a mettere insieme spropositate fortune con commerci e traffici nel campo delle miniere e della finanza.

Benjamin Guggenheim era il figlio “povero” e ribelle della sua potente e numerosa famiglia, figlio anche sfortunato che perì, pare da eroe, nell’aprile del 1912 vittima della tragedia del Titanic.

Peggy non era particolarmente ricca, né bella oltremodo o di particolare intelligenza e cultura: per quelle vie che in maniera misteriosa dipanano le vite di certe persone si ritrovò a essere vicina a personaggi che le inculcarono l’interesse per l’arte moderna, e che personaggi: Samuel Becket, Marcel Duchamp, Max Ernst – suo secondo marito…

Capitò a Parigi nei primi anni venti e conobbe e frequentò quell’entourage irripetibile di arte e cultura cosmopolita che arredava la capitale francese in quella stagione magica.

Peggy era, pur non bella, una divoratrice di uomini: si narrano storie incredibili a proposito dei suoi appetiti e gusti sessuali che esercitò senza limiti e senza ritegno, ma ebbe sempre la capacità di circondarsi dei consiglieri e degli artisti più talentuosi, conservando in ogni caso l’umiltà di ascoltarne e accettarne i suggerimenti.

Scoprì e protesse Jackson Pollock e Calder, fu tra le prime collezioniste di Brancusi, posò per Man Ray; ebbe l’ardire di innamorarsi di Venezia e portare in quella che era uno dei luoghi deputati dell’arte classica mondiale – con una elite nobile e borghese assai esclusiva e provinciale, oltre che molto conformista – la più importante collezione di arte moderna forse del mondo.

Acquistò nel 1949 un palazzo veneziano nobiliare in rovina in riva al Canal Grande e vi si stabilì, aprendo al pubblico, in maniera gratuita, la sua collezione. A Venezia morì, circondata dai suoi adorati cani, il  24 dicembre del 1979.

Questo volume, scritto da Antonio Gill nel 2001, è stato pubblicato in Italia da Baldini Castoldi Dalai nel 2004: è un bel lavoro di circa 500 pagine assai denso e argomentato. E’ una lettura di assoluta necessità per tutti coloro i quali amano l’arte del secolo scorso, insostituibile e irrinunciabile. Parola mia.