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La Credenza, i vini

Di rado mi è successo che un sommelier (mica soltanto un sommelier…) mi supplicasse di non essere nominato. Parlo della compagna di Giovanni Grasso, ristorante La Credenza. Donna di raro pudore, di grande passione, di commovente dedizione.

Era un’impiegata quando spinse il marito, chef, a mettersi in proprio e investire nei primi anni Novanta in un ristorante a San Maurizio Canavese. A Giovanni piacque il nome “La Credenza”: in antico era quel mobile (o stanza) in cui venivano conservati i cibi assaggiati dal credenziere e dunque ritenuti sicuri e disponibili per i pasti, privi di insidie, del nobile padrone di casa.

Poi lasciò il suo lavoro d’impiegata e divenne sommelier per dare un prezioso contributo al marito. E con l’intuito che soltanto certe donne posseggono, per accompagnare i piatti raffinati di Igor Macchia mi ha sorpreso e strabiliato con una scelta di vini assai particolari di cui uno commovente, memorabile.

L’esordio è stato delegato a un sorprende spumante brut  metodo classico, millesimo 2005, nientemeno che di Batasiolo: è possibile che una grande azienda di la Morra produca una cuvèe classica (75% chardonnay, 25% pinot noir) di eccellente livello a un prezzo congruo. Questa è una delle tante dimostrazioni che, anche nel mondo del vino, non bisogna lasciarsi condizionare dai pregiudizi (letteralmente, il giudizio dato prima, a prescindere dall’esperienza).

Il vino per le entrèe è stato un Vermentino Terre Rosse 2008 dell’azienda omonima posta in Finale Ligure: eccellente, per una cantina che produce meno di 30.000 bottiglie di ottima qualità. Il titolare è Vladimiro Galluzzo.

I rossi sono stati inaugurati da un autoctono trentino che non conoscevo prima (nello sterminato universo vitivinicolo del nostro paese la presunzione di sapere tutto è il più grave dei peccati): vitigno Casetta, vino Majere 2005. E’ un vino grasso, largo, assai tipico (simile al Lagrein, per intendersi), di non grandissimo corpo ma dotato di una rotondità e armonia che conquistano il palato facilmente. L’azienda è La Cadalora di Santa Margherita di Ala dei fratelli Rodolfo e Tiziano Tomasi.

Più che discreta la Barbera d’Alba 2008 di Cordero di Montezemolo.

La prima vera sorpresa è stato il Merlot 2005 Merenda con corvi dell’Azienda Agricola Bea di Maria Beatrice Romano in Pinerolo: in vini come questi si comprende quanto la vite sappia legarsi al territorio e quasi scordare il DNA originario. Mi pareva un nebbiolo, era invece un improbabilissimo merlot delle terre del Doux D’Henry. Comunque eccellente.

E poi, poi lo sbalordimento di un bianco italiano del 1993! Avevo bevuto lo scorso anno il primo chardonnay di Gaja: una magnum del 1985. Era ancora un vino discreto ma ormai palesemente affaticato, stanco. Questo uvaggio friulano (65% Ribolla di Cialla, 30% Piccolit di Cialla, 5% Verduzzo di Cialla) è semplicemente strepitoso: ancora fruttato, quasi fresco e di armonia indescrivibile, lunghissimo con naso e palato a cui le parole non possono rendere giustizia. Mi ha fatto pensare a come potrebbe diventare il Vilet di Spertino fra vent’anni. Senza parole, per un vino che non dovrebbe avere alcun abbinamento se non la propria esclusività e il bisogno di un momento di ispirata solitudine… L’azienda si chiama Ronchi di Cialla, fondata del 1970 da Paolo e Dina Rapuzzi, oggi condotta dai figli Pierpaolo e Ivan. Stanno in località Cialla, comune di  Prepotto. Gente da ricordare, nel 1976 ebbero un premio speciale per aver conseguito il merito di salvare un vitigno friulano: era lo Schioppettino! E come non ricordare quello Schioppettino bevuto a Roma che fu il protagonista del mio racconto: “Il topino di via del babuino”?.

Grazie tante, signora Grasso.