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Alvaro Mutis e Bruno Schulz

Quando qualche anno fa scoprii Alvaro Mutis (Alvaro in spagnolo si pronuncia sdrucciolo), come sempre senza che nessuno me lo suggerisse, ebbi immediatamente la percezione di aver conosciuto Uno dei Miei.

L’ultimo scalo del Tramp Steamer era il libro: folgorante!

Lessi poi tutto quello che trovai tradotto in Italia: La neve dell’ammiraglio, Ilona arriva con la pioggia, Amirbar, Un bel morir, Abdul Bashur sognatore di navi, ecc. fino a quella sorta di genesi – e siamo nel campo magico della poesia – che è costituita dalla raccolta Gli elementi del disastro.

Perché Maqroll il Gabbiere, personaggio chiave delle storie di Mutis, nasce come figura poetica e, successivamente, diventa pian piano protagonista di storie che s’intrecciano nel Tempo: come una sorta di albero misterioso il Tempo di Maqroll genera rami nuovi, gemme primaverili che alimentano storie che si dipanano lungo rami dimenticati del tronco dell’Albero misterioso.

Mutis è ormai un anziano signore (nato a Bogotà in Colombia, nel 1923) che vive in Messico: lo vidi a un Grinzane Cavour di qualche anno fa, un bel signore come i sudamericani sanno essere. Con Josè Saramago uno dei pochissimi ancora vivi che leggo per bisogno (chi mi conosce sa che i miei autori sono quasi tutti morti: preferisco, da sempre e non per scelta, la polvere della Storia ai venticelli freschi della Cronaca).

Questo volume mi mancava: è una raccolta di scritti preziosi per chi conosce Mutis, raccolta curata da Matha L. Canfield, docente di Letteratura Ispanoamericana dell’Università di Firenze. Chi non conoscesse Alvaro Mutis si prenda la briga di cominciare a leggere uno qualsiasi dei titoli che ho indicato qui sopra: se lo merita, scoprirà un autore straordinario che non possiede alcun riferimento diretto con altri.

Sono partito da Mutis soltanto come pretesto: in questi giorni umidi e faticosi di maggio ho scoperto un Altro dei Miei.

Io non amo in maniera particolare la letteratura mitteleuropea, con qualche eccezione (Rilke, Kafka, Schopenhauer, Hesse e pochi altri): ma questa è una folgorazione.

La scrittura di questo piccolo, timido insegnante di disegno ebreo-polacco -morto cinquantenne nel 1942, assassinato pare quasi per gioco da un ufficiale nazista – è sconvolgente.

“A quel tempo la nostra città già stava precipitando nel grigiore cronico del crepuscolo, già si copriva ai margini di un’eruzione d’ombra, muffa pelosa e muschio color ferro. Liberatosi a fatica dai fumi e dalle nebbie brune del mattino, il giorno inclinava subito a un tardo pomeriggio ambrato, diveniva per un attimo trasparente e dorato, come la birra scura, per discendere infine sotto le volte sfaccettate e fantastiche delle vaste notti colorate.”

Questo è l’incipit del racconto “La visitazione”, primo dei dieci giolielli contenuti in questo volumetto Einaudi che David Grossman – che di Bruno Schulz ha fatto personaggio letterario – chiude con un saggio illuminante.

Schulz ha scritto pochissimo, soltanto racconti e qualche saggio; un suo romanzo pare si sia perso nella tragedia polacca della tragedia della seconda guerra mondiale.

“Che fare, invece, degli avenimenti che non hanno il loro posto nel tempo, degli avvenimenti verificatisi troppo tardi, quando ormai l’intero tempo è stato distribuito, suddiviso, ripartito, e che ora sono rimasti in certo modo per aria, non incolonnati, sospesi, vaganti e senza fissa dimora? Che il tempo sia troppo ristretto per tutti gli avvenimenti? Possibile che tutti i posti del tempo siano esauriti? Preoccupati, percorriamo l’intero treno degli avvenimenti, preparandoci ormai al viaggio.”.

Questo brano appartiene all’inizio del capolavoro “L’epoca geniale”. Non dico altro: chi mi segue e desidera scoprire un autore inaudito, vada a cercare Bruno Schulz, sono certo che qualcuno (magari pochissimi o forse nessuno) mi ringrazierà. La traduzione di Alessandra Shomroni è assai buona: in questi tempi va segnalata.