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Ekanta vada – Anekanta vada, speculazione meramente intellettuale sulle caratteristiche del discernimento

Questo bicchiere di vino fu dipinto nel 2009 con due vini di Marotti Campi, il Rùbico (Lacrima di Morro d'Alba eccellente) e lo Xyris

Ho trovato la risposta a una domanda importante: perché persone di grande intelligenza (dove questo termine è da intendersi come capacità di analisi e poi di sintesi, di memorizzazione dei dati e di capacità di correlazione dei dati stessi, in tempi rapidi e in modo speculativo e opportunistico) sono spesse volte incapaci di applicare questa loro qualità – caratteristica positiva – a fronte di fatti o fenomeni particolari?

La soluzione è la seguente: mancanza di flessibilità;  mancanza di capacità di cambiare punto di vista, prospettiva.

Mahavira – nel VI secolo prima di Cristo (ma forse addirittura secoli prima) con le teorizzazioni della filosofia jaina – era già pervenuto alla soluzione: un fenomeno è analizzabile e sintetizzabile a seconda di infiniti punti di vista; tra questi ve n’è almeno uno più conveniente degli altri in un dato momento, in una data posizione di tempo e di spazio, per il conseguimento di un dato, possibile obiettivo. La filosofia jaina c’era arrivata qualche anno prima di Hegel: la sua formula “tesi, antitesi, sintesi” si può considerare meno evoluta della formula jaina: “apparire, disparire, permanere” o “asti-nasti vada” vale a dire la filosofia che permette di definire un fenomeno o una cosa con  un’affermazione o una negazione. Anche: unità nella molteplicità, identità nella diversità, permanenza nel mutamento. Non bisognerebbe mai dimenticare che Gandhiji attinse dai jaina il concetto dell’Ahimsa (sintetizzato malamente come non-violenza, quando invece è amore universale per ogni essere vivente che non permette di fare del male neanche alle piante) e della Satya (la sincerità che però non deve spingersi a fare del male). Nell’etica jaina il solo pensiero di fare del male è male: ci arriverà il Cristo qualche anno dopo.

Mutare prospettiva è faticoso, scomodo, doloroso spesse volte. Ma è sempre proficuo, sempre speculativo, sempre affascinante, sempre stimolante: non risolve mai il problema ma aiuta a comprenderlo e a stemperarlo nell’oceano infinito del relativo. Fatto salvo poi decidere di affrontarlo scegliendo, appunto, il punto di vista più conveniente. Più conveniente, si badi, non più giusto: bene e male sono faccende assai assai relative, quando si parla di punti di vista flessibili.

CasalFarneto su HoReCa n.62

L’occasione di conoscere una realtà assai interessante nel panorama vitivinicolo marchigiano mi è stata fornita dall’invito a partecipare, nelle vesti di relatore, al convegno “Verdicchio 2.0”. Ideato dalla Cantina CasalFarneto e dall’amico e grande enologo Alberto Mazzoni, il convegno aveva lo scopo di esaminare le nuove prospettive di comunicazione rappresentate dal Web, con le recenti e sorprendenti evoluzioni che vedono uno sviluppo quasi incontrollabile di siti, blog e social network. Il convegno è stato moderato da Giorgio Dell’Orefice (Il Sole 24 ore) e gli altri relatori erano: Luigi Bellucci (Tigullio vino), Franco Ziliani (Vino al vino), Monica Pisciella (Wineup) e Andrea Petrini (Percorsi di vino).  (altro…)

CasalFarneto

Conosciuta in maniera approfondita durante la mia visita nelle Marche, causa il convegno Verdicchio 2.0 ideato e organizzato presso la sede di Serra de’ Conti, questa azienda agricola di circa 60 ettari che produce soprattutto vino è a mio parere una di quelle realtà destinate a crescere, in qualità e in quantità, nei prossimi anni. I suoi 32 ettari vitati sono situati nel cuore dell’Esino, sponda sinistra, a una ventina di chilometri in linea d’aria dalle brezze dell’Adriatico, ma poco distante anche dalle montagne dell’Appenino Umbro-Marchigiano.

Azienda relativamente giovane, fondata nel 1995, è stata rilevata nel 2005 dalla famiglia Togni, già proprietaria di un importante gruppo che opera da tempo nel settore delle acque minerali e di cui fa parte anche la grande azienda spumantistica Serra dei Forti di Serra San Quirico.

Oggi questa realtà produttiva vale circa 650.000 bottiglie su due ben differenti linee di produzione e di commercializzazione: Donna di Bacco è la linea di qualità con destinazione Horeca, Le Colline per la Gdo. Per entrambi i marchi la produzione impiega quasi per intero i vitigni autoctoni marchigiani e questo significa che l’azienda possiede vigneti dislocati nei punti chiave della regione: dal Bianchello del Metauro (Pesarese), a Passerina e Pecorino (Ascolano), passando per il Lacrima di Morro d’Alba, e i rossi Cònero e Piceno.

Se in loco mi avevano colpito i Verdicchio Grancasale 2008 ( DOC Classico Riserva) e, soprattutto, il Crisio 2009 (già DOCG), nelle bevute di valutazione effettuate con molta calma e molto tempo (ritornando sulla stessa bottiglia a distanza anche di uno o due giorni) ho potuto apprezzare il Cimaio 2008 che è un vino da bere solitario che può al massimo accompagnare certi formaggi, certa frutta esotica, certa pasticceria secca. E’ un vino spremuto da uve raccolte surmature e botritizzate, dunque con elevato residuo zuccherino ma che lascia il palato pulito e rimane in gola a lungo con 14.5% vol. di alcol che non si sentono.

In cantina non avevo avuto modo di bere i loro rossi e così, per soddisfare la mia dannata curiosità, mi sono fatto inviare alcune bottiglie del loro Lacrima e del loro Montepulciano in purezza. Parlerò per primo di questo vino che a mio parere racconta in maniera perfetta le caratteristiche dell’azienda, e dei suoi uomini (com’è ovvio), di cui è amorevole figliolo.

Si chiama Mèrago (pronuncia sdrucciola): il 2007 è il primo millesimo di una vigna di due ettari piantata da tre anni con sesto d’impianto moderno e terreni e esposizione di assoluta eccellenza. Il vino presenta il tipico colore rubino intenso del Montepulciano, al naso è pieno e fruttato e in bocca…ecco: al palato racconta della giovane età delle sue vigne e ne racconta insieme anche le potenzialità, che saranno davvero straordinarie con almeno un paio d’anni in più. Il Mèrago è gia un vino di notevole struttura che presenta qualche disarmonia dovuta appunto alla vigna giovane: non ho dubbi che tra due, tre anni berremo un rosso di quelli che lasciano il segno e di quelli che andranno a caccia di bicchieri, grappoli e stelle con ottimi risultati. E’ un vino di 13.5% vol. che ha visto una lunga macerazione dopo una raccolta selettiva effettuata a mano. E’ maturato in legno grande e per 18 mesi ha continuato a evolvere in bottiglia. Certo, ancora qualche difetto di gioventù: ma aspettiamolo e vedremo il suo talento fiorire. Ne producono 6/7.000 bottiglie e il prezzo in azienda (compreso dell’Iva) è intorno ai 10 euro!

Il Lacrima di Morro d’Alba della linea Donna di Bacco si chiama Rosae e, al contrario di tutti gli altri vini di questa selezione di qualità ( la cui produzione media odierna non supera le 7.000 bottiglie), viene prodotto in 26.000 pezzi a un prezzo-cantina (sempre comprensivo di Iva) di circa 5,5 euro! Questo millesimo 2010, con 13% vol. e colore che soltanto i Lacrima possono avere (è un rosso rubino con particolari riflessi violacei dato da antociani davvero importanti), è un Lacrima particolare, come non ne avevo mai bevuti. Conosco Mancinelli dagli anni Novanta, mi sono poi appassionato al Rùbico di Marotti Campi e oggi stimo tra i migliori quelli di Lucchetti: sono tutti vini di una certa struttura, quasi imponenti, con sentori di fiori e frutta rossa che inebriano e palato che viene letteralmente assediato da tannini importanti e pronunciata acidità. Questo è invece un vino beverino, fresco, pulito ma che al naso regala quel tipico profumo di rosa che più intenso e riconoscibile non si può. Il Lacrima è un vino di abbinamento assai difficile e comunque personale: a me piace berlo con certa frutta o, come il mio solito, solitario e in compagnia di me stesso.

Devo citare tra i vini bevuti in loco anche il Primo 2008, metodo classico prodotto con uvaggio Chardonnay/Verdicchio (80-20%): con l’esperienza maturata nell’azienda Serra dei Forti da Paolo Togni, non potevano realizzare un primo (da qui il nome) spumante meno che interessante. Perlage finissimo per uno spumante franco, di semplice eleganza e buona persistenza in cui i sentori tipici di crosta di pane sono ben evidenti: io non amo in maniera particolare spumanti e champagne che non siano vinificati da Pinot Nero in purezza, però questo l’ho trovato più che gradevole. E siamo anche qui con un metodo classico che vien via dalla cantina intorno ai 10 euro (prodotto in circa 7.000 bottiglie).

Chiudo questo mio scritto citando il fatto, importante, che le etichette della linea Donna di Bacco (tutte di elegante semplicità, finalmente) sono state illustrate dal pittore marchigiano (un manierista) Bruno D’Arcevia cui CasalFarneto, dimostrando una certa sensibilità artistica e culturale, aveva commissionato l’incarico.

Degustazioni all’Enoteca Regionale di Jesi sabato 22 ottobre 2011

Sabato 22 ottobre è stata una giornata che definire intensa è per davvero peccare di ottimismo: concluso il convegno Verdicchio 2.0 e consumato un’ottimo buffet – di cui ho ampiamente scritto – presso la sede dell’azienda Casalfarneto, ci siamo spostati nel centro di Jesi, presso l’Enoteca Regionale. Un posto che ben conosco perché, grazie a Giancarlo Rossi dell’Assivip, vi avevo tenuto una personale dei miei quadri nel 2003.

Guidati dal signor Verdicchio – Alberto Mazzoni – che ci ha tenuto un’introduzione assai interessante in cui ha illustrato le caratteristiche dell’Istituto Marchigiano di Tutela Vini che egli dirige, abbiamo avuto il piacere e l’onere di compiere una serie di assaggi di grande interesse di alcuni tra i migliori vini marchigiani e, trattando di bianchi, si può tranquillamente parlare di eccellenza almeno nazionale.

Prima però di addentrarmi nell’ambito meramente tecnico della degustazione, devo spendere due parole sull’Istituto diretto da Mazzoni. Sono rimasto colpito dal fatto che questo Ente, che rappresenta circa un migliaio di aziende vitivinicole , ha saputo coinvolgere oltre a soggetti pubblici come la Provincia e la Camera di Commercio di Ancona anche due realtà particolari, ma di fondamentale importanza per il territorio, come il Consorzio delle Grotte di Frasassi e la Sogenus che gestisce la raccolta e lo smaltimento dei rifiuti di 13 comuni direttamente interessati alle attività vitivinicole: i rappresentanti di queste quattro società siedono nel consiglio di amministrazione dell’IMTV, oggi presieduto dal dr. Gianfranco Garofoli. Mazzoni ci ha illustrato, inoltre, le linee strategiche che porteranno a investire in comunicazione importanti risorse finanziarie nei prossimi anni, con l’obiettivo dichiarato di imporre i brand MARCHE e VERDICCHIO soprattutto sul mercato italiano.

Insieme a Giorgio Dell’Orefice, Luigi Bellucci, Franco Ziliani, Monica Pisciella, Andrea Petrini e Stefania Zolotti, sotto la discreta regia di Alberto abbiamo avuto modo di assaggiare e valutare una ventina di vini delle migliori etichette marchigiane, per la maggior parte Castelli di Jesi Verdicchio DOCG e  Verdicchio dei Castelli di Jesi DOC (è importante la differente denominazione), ma anche 3 etichette di Verdicchio di Matelica DOC, 2 Lacrima di Morro d’Alba DOC e 4 Rosso Conero riserva DOCG.

Premesso che non ho trovato nessuno dei vini bevuti meno che buono, e su questa valutazione posso dire che siamo stati tutti d’accordo, segnalo le mie preferenze, senza stilare una classifica né addentrarmi in particolari.

Tra i Verdicchio DOC, il Santa Maria D’Arco 2009 di Ceci, il Tralivio 2010 di Sartarelli, lo Stefano Antonucci 2009 di Santa Barbara e i due fuoriclasse: Villa Bucci Riserva 2008 e Il Coroncino 2004 di Fattoria Coroncino.

Ovviamente, tra i Verdicchio di Matelica, il mio preferito Cambrugiano 2008 di Belisario.

Straordinario il Guardengo 2010, Lacrima di Morro D’alba di Lucchetti, forse il meglio (con il Rùbico di Marotti Campi) mai bevuto in questa tipologia.

La sorpresa finale l’ha fornita (a tutti) il Grosso Agontano Riserva 2006, Rosso Cònero DOCG di Garofoli: un rosso di classe superiore.

Da sottolineare l’incredibile rapporto prezzo/qualità di questi vini, oltre alla loro propensione all’invecchiamento (soprattutto i bianchi): con 10/15 euro si può bere una bottiglia ai vertici italiani. Semplicemente incredibile.

La giornata si è conclusa con una cena nello splendido Fortino Napoleonico, a Portonovo, ospiti della famiglia Togni. Ho avuto modo di apprezzare almeno un paio di piatti sorprendenti innaffiati dai vini di Casalfarneto.

Giornata piacevolissima ma per davvero faticosa!

I miei vini di Natale (e dintorni) 2009

Quest’anno ho scelto vini diversi dal solito per le mie coccole natalizie.

Per il bianco sono andato nella adorata Sicilia e ho bevuto il Grillo in purezza delle Cantine Cummo, Idillìaco 2008: 12,5°% di volume alcolico per un autoctono celebre come materia fondamentale per il Marsala. Un vino per davvero eccellente con un’unica pecca: una delle più brutte etichette in commercio. Ma questa faccenda ai Cummo l’ho già detta.

Sempre di Cummo (mi hanno onorato con una loro selezione) ho bevuto l’eccellente Nero Cappuccio Carbuscìa 1908 del 2005: un altro rosso autoctono in purezza con 14° affinato, purtoppo – ma con perizia – in legno piccolo. Carbuscìa è la località delle vigne migliori, in Canicattì (Ag), dove il nonno Diego cominciò la storia di questa ottima cantina. Ancora di Cummo, il Principe Stephan 2005, una cuvée di autoctoni e di classici internazionali – una sorta di Supersicilian – anche questo affinato per poco tempo in legno piccolo, dopo un anno di acciaio e due in botti grandi per un risultato di grande equilibrio e corpo.

Il pranzo di Natale però è stato accompagnato con la mia immancabile Barbera del Monferrato Valpane 2000 del mio amico Piero Arditi: Barbera di classe eccelsa da 14,5° e senza legno. Come damigella d’onore ho scelto la Freisa Canone Inverso 2005 sempre di Piero: un vino vinoso, antico, asciutto, diretto (detto tra le righe, ma a Piero l’ho detto più di una volta, anche le sue etichette non brillano per risultati estetici…).

Nei dintorni di questi giorni non mi sono fatto mancare il Rùbico 2008, Lacrima di Morro d’Aba di Marotti Campi: sempre eccellente. Non c’è nell’immagine, ma qualche sorso di Cambrugiano Riserva 2006 di Belisario, Verdicchio di Matelica, non è mai mancato.

Senza dubbio un Gaja, non so ancora quale, aprirà il 2010.

Salute e auguri.

I Lavori per la mostra di Ancona “Colori da bere”

Dopo circa tre settimane di lavoro, ecco i risultati con i vini delle cantine marchigiane Belisario (Verdicchio di Matelica) e Marotti Campi (Lacrima di Morro D’Alba). Sono i lavori preparati per la mostra che si terrà all’enoteca Enopolis: “Colori da bere”, con inaugurazione il 10 di ottobre prossimo. Stefania Zolotti sta curando tutta l’organizzazione, insieme a Peppe (proprietario della splendida enoteca situata nel centro di Ancona in un palazzo storico del XVII secolo). Sono molto soddisfatto del mio lavoro, credo infatti di aver realizzato almeno due pezzi straordinari. Salute.