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Lampascioni e patate

Il termine scientifico è Muscari comosum e indica una pianta erbacea della famiglia delle Liliacee che fiorisce in primavera e presenta un tipico fiore con petali filamentosi di colore viola carico. I bulbi di questa pianticella sono i famosi lampascioni, lambascioni, ecc. Noi montanari calabresi li chiamiamo cipulline o cipulluzze. Non è vero che crescono soltanto in meridione (Puglia e Basilicata sono le terre in cui per tradizione meglio si conoscono e si preparano): mi ricordo che con mio padre andavamo a raccoglierle nei prati del quartiere Lingotto, lungo la ferrovia delle periferie torinesi nei primi anni sessanta.

Nella nostra tradizione silana si cucinano fritte con le patate o si mangiano a frittata con soltanto uova. La ricetta per cucinarle fritte (sono una di quelle 5/6 preparazioni che considero coccole personali) è la seguente.

Per 4 persone occorrono circa 1/2 chilo di lampascioni e 1/2 chilo di patate. E’ bene comprare i lampascioni più grossi perché si puliscono meglio: è la pulizia di questi cipollotti ricchi di fastidiosa resina, assai collosa, che è di particolare difficoltà. Dopo averli ben bene ripuliti degli strati esterni zeppi di terra, averne tagliato la sommità e la parte inferiore, si lavano con cura. Vanno poi lasciati almeno un paio d’ore in acqua e aceto (bastano un paio di cucchiai per 2 litri d’acqua. Trascorso questo periodo, che serve per far perdere molto del gusto amarognolo che è loro tipico, si tagliano in quattro pezzi e li si mette a stufare, con un poco della loro acqua e aceto, in una padella. Appena l’acqua è evaporata si aggiungono le patate, tagliate a spicchio, e l’olio (extravergine, mi raccomando). Vanno rimescolate spesso e le patate devono quasi spappolarsi. Occorre circa una mezzoretta a fuoco non troppo vivace per la giusta cottura. Impiattate e salate, il meglio consiste di condirle con una ricca spolverata di peperoncino rosso macinato. Un piatto dal sapore assai particolare, certo non delicato ma pur cui io personalmente impazzisco. Il vero problema è rappresentato dalle conseguenze notturne e del giorno dopo: io la chiamo guerra chimica….Dimenticavo: l’ultima volta ci ho bevuto un delizioso Nero di Troia di Lucera (Nerone La Marchesa 2010, en primeur).