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Gian Luigi Beccaria: Misticanze

Appena pubblicato, questo interessante e utile lavoro di Gian Luigi Beccaria – piemontese, storico della lingua e critico letterario – pare scritto a misura di gente come me. L’editore è Garzanti, il libro costa 15 € per poco più di 200 pagine assai dense e bene documentate.

Parole del gusto, linguaggi del cibo” è il sottotitolo adeguato per un volume di lettura impegnativa che ha il merito di suggerire una massa straordinaria di rimandi: le fonti delle citazioni sono in note a piè pagina e forse un lavoro come questo avrebbe richiesto una bibliografia più dettagliata e inserita nelle pagine a fine volume insieme con gli indici analitici e dei nomi.

Senza entrare nell’universo sconfinato delle varietà dei pani tipici con i rispettivi nomi, evitando – anche il Beccaria sfiora appena questo argomento assai complesso – di inoltrarci nelle paludi delle centinaia di vitigni autoctoni e delle variazioni regionali e locali delle loro denominazioni (pesci, funghi, frutti, erbe, alberi hanno anch’essi una sterminata casistica di differenti denominazioni locali), mi limito a citare un brano del lavoro del linguista piemontese, rimandano ai volonterosi e interessati lettori il piacere di frequentare questo bel libro: frequentare più che leggere!

“Il dolce tipico di carnevale, difficilmente commerciabile su larga scala, perché andrebbe tutto in briciole, quella pasta dolce friabile fritta nell’olio, ha ancora nomi diversi a seconda dei luoghi: bugie, risole, galani, crostoli o grostoli, rafiòi, i carafòi ampezzani, lattughe, rosoni, intrigoni, cenci, donzelle, donzelline, fiocchi, chiacchiere (chiacchiere di suore a Parma), castagnole, cresciole, cioffe, frappe, sfrappe, sfrappole, nuvole, ‘nguanti, pampuglie…”.

Non bisogna mai dimenticare che si tratta del lavoro di un linguista e non di un esperto di cibo o di vino, né del lavoro di un antropologo: qui si tratta comunque, e è un bel trattare, di lingua.