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Rosa Ruske, il Ruché di Pietro Arditi

Di Ruché ne conosco diversi: ho lavorato a lungo con quelli di Montalbera e con il Laccento mi sono sbizzarrito e mi piaceva abbastanza, almeno fino a quando Luca Maroni se n’è impadronito e ha pontificato che il Ruché Laccento è il miglior vino al mondo. E dunque da quel preciso momento il Laccento ha finito di essere un vino interessante.

L1140132Sono tornato ai Ruché quelli più rustici, più ricchi di tannino e colore, magari anche un poco squilibrati.

Il Ruché, come ho già avuto modo di scrivere, è un vino che conosco fin dalla metà degli Ottanta e lo volli come rosso sulle tavole del mio matrimonio, nel 1990.

L’etimologia del nome è incerta, ma il suo successo fu dovuto all’opera instancabile del parroco di Castagnole Monferrato, don Giacomo Cauda, spalleggiato dall’allora sindaco del paese, Lidia Bianco. La DOC fu raggiunta nel 1987 e la DOCG nel 2010.

E’ questo un vitigno abbastanza generoso (il disciplinare regola a 90 ql/Ha la resa) che dona vini di un bel rosso rubino, discreta acidità e abbondanti tannini in un contesto palatale abbastanza abboccato con una nota olfattiva inconfondibile di rosa canina. Il disciplinare prescrive che sia realizzato con almeno il 90% del vitigno e per il restante con altre uve che possono essere Brachetto e/o Barbera: per la verità oggi si preferisce produrlo in purezza.

Il territorio identificato dalla DOCG, oltre a Castagnole Monferrato (pochi chilometri a nord-est di Asti), comprende i comuni limitrofi di Grana, Montemagno, Portacomaro, Viarigi, Scurzolengo e Refrancore.

Ora il mio amico Pietro Arditi mi ha portato un paio di bottiglie di questo Rosa Ruske, ovvero il Ruché che produce in quel di Ozzano da uve che provengono da un vigneto di circa un ettaro, situato credo a Viarigi e di proprietà di un parente che ha finalmente smesso di conferire le proprie uve altrui. E’ chiaro che, essendo prodotto e imbottigliato fuori zona, non può essere chiamato Ruché, ma garantisco che queste circa 4.000 bottiglie delle Cantine Valpane di Ozzano Monferrato raccontano uno di quei bei Ruché un poco rustici, molto colorati, tannici e di buona gradazione (13,5% vol.). Millesimo 20011, abboccato e di gran corpo, con quella rosa che incendia il naso e le gradevoli (per me) astringenze tanniche che permangono a lungo in bocca. Ecco, in gola si spegne presto, come tutti i Ruché.

Vino di accompagnamento difficile: a me piace berlo da solo o, a volte, con frutta come pesche e ciliegie; ma come dico sempre, ognuno può accompagnarlo come meglio crede: non esistono sacrilegi e eresie (e dunque non esistono dogmi) in questo genere di attività.

Salute.

In viaggio a La Tana del Re

«Da 500 anni la famiglia Cecere Clemente coltiva viti all’ombra del massiccio del Taburno, ad ovest di Benevento: da Baselice fino ai confini della piana napoletana. Se non è un record poco ci manca. (altro…)

Ruché Laccento Montalbera: Luca Maroni s’è accorto che è un gran vino!

Murale al Caffè Elena di Piazza Vittorio Veneto a Torino, vino Ruché Laccento di Montalbera 2008

Luca Maroni ha votato 98/100 il Ruché Lacento di Montalbera 2009 e lo ha sistemato tra i migliori vini italiani. Evviva! Io, che sono soltanto Vincenzo Reda (e meno male) quel vino lo conosco e lo apprezzo da anni, tant’è che ci ho dipinto anche il mio ormai celebre murale in piazza Vittorio Veneto, sui muri del Caffè Elena. Non soltanto, il Ruchè fu il vino rosso che scelsi per onorare il mio pranzo nuziale il 27 maggio 1990, Imbarchino Perosino sul Po. Probabilmente Maroni allora quel di vino neanche aveva sentito parlare…Oggi è di moda: lo testimonia Maroni stesso. Bah.

https://www.vincenzoreda.it/ruche-montalbera-martedi-4-maggio-al-caffe-elena/

 https://www.vincenzoreda.it/il-mio-murale-su-lespresso/

https://www.vincenzoreda.it/ulrich-von-hutten/ 

Andrea Scanzi: Il vino degli altri


ANDREA SCANZI

IL VINO DEGLI ALTRI

Mondadori, Strade Blu

Pp. 327 – 18,50 €.

“Le allusioni malmostose a Luca Maroni sono sincere, ma rispettose. Non condivido niente di quello che scrive, ma lui senz’altro ne sa più di me. Spero solo che il futuro non somigli alla sua idea di futuro (e di vino).”.

Anche per frasi come quelle qui sopra riportate mi piace Andrea Scanzi: perché è una persona pulita, franca che sa esprimere idee e concetti chiari senza ricorrere a sotterfugi, perifrasi, eufemismi – se poi sapesse ogni tanto omettere le volèe agricole di Seppi, i riferimenti a Povia e Alessandro Meluzzi (tutta gente più o meno a me inutile, detto sempre con rispetto e senza alcuna acrimonia), mi piacerebbe anche di più.

Io leggo di notte, un po’ perché soffro da sempre di insonnia e mai ho fatto uso di pastiglie; un po’ perché mi distraggo con facilità e, quando leggo – mai leggendo per piacere o per diletto, ma da sempre per conoscenza – questa mia difficoltà alla concentrazione mi reca fastidio (è uno dei motivi per cui non gioco mai tornei di tennis: pur giocando molto bene, riesco a perdere con gente quasi ridicola). E leggo con attenzione, anche rileggendo, ritornando indietro, prendendo appunti: e bevo.

Ho cominciato questo libro con un Grillo in purezza del 2009 e l’ho finito bevendo un ottimo Etna Bianco (Carricante e Catarratto) sempre del 2009 di Nicosia, con vigne poste tra i 650 e gli 800 mt. nella zona di Trecastagni – parlo dell’Etna, perché il Grillo è un vitigno della Sicilia occidentale, meglio noto come base del Marsala.

Preciso tali note perché di questi vini Scanzi parla definendoli «vini outtake», che è un obbrobrio linguistico ma funziona nella sostanza: si vada a leggere il capitolo per saperne di più (mannaggia! quel Verduno di Pelaverga, dove Verduno è il paese e Pelaverga il vino e vitigno: una svista che purtroppo ci può stare, in mezzo a questo oceano mare di materiale).

Il lavoro si articola su dieci capitoli dedicati a importanti aree geografiche vinicole del mondo – Champagne, Bordeaux, Bourgogne, Rodano e Loira (Francia); Renania (Germania); Rioja (Spagna); Ungheria ; California (USA); Argentina – a cui sono accostate, in altrettanti capitoli, in maniera assai soggettiva quindi opinabile, ma dichiarata, dieci zone italiane di eccellenza, come usa dire.

Se Champagne/Franciacorta e Bordeaux/Bolgheri appaiono accostamenti azzeccati, Bourgogne/Etna, Rodano/Cortona (per il Syrah), Argentina/Sardegna (Malbec/Cannonau) lo sono meno assai: ma questo è il gioco e bisogna starci, se no si legge altro e Scanzi non ci piacerebbe.

Invece ci piace, molto condividendo – pur con diversi distinguo e qualche lontananza di vedute inevitabile: ma di Andrea mi piace, oltre la pulizia e la franchezza di cui sopra, il metodo, la serietà, la capacità di attingere alle fonti sicure, meglio se sono uomini con storie importanti che egli racconta con l’occhio del cronista più che del narratore.

Infatti, del cronista possiede la scrittura, chiara, fresca – che a me non piace, ma questo è tutt’altro discorso – zeppa di citazioni, riferimenti (spesse volte eccessivi), rimandi, spruzzi di ironia che sono la delizia dei suoi ormai tanti affezionati lettori.

Andrea Scanzi è comunque un competente, un competente appassionato che ricerca con insistente pervicacia la sua propria strada; in perenne bisogno di trovare qualcuno che gli apra uno spiraglio nuovo, che gli racconti una storia diversa – non importa se con animo integralista o sano buon senso antico: nel libro, senza entrare in dettagli qui inutili, tanti sono i personaggi a cui Andrea lascia la parola, evitando quasi sempre di emettere giudizi o commenti a favore o contro.

Da buon giornalista, poi, inframmezza i capitoli tecnici con altri in cui alleggerisce la lettura: sono ulteriori 14 capitoletti in cui si ritrovano pseudo-test, giochini, ironiche sinossi, ecc.

Un buon lavoro che mi sono spolpato in un paio di notti insonni, accompagnato dalle bottiglie di cui sopra: certo, a me mai verrebbe di bere champagne (che poco conosco, poco mi piace e quando mi piace scopro sempre che costa un mucchio di soldi) ascoltando A Love Supreme di Coltrane; sono diventato (quando potevo permettermelo) un intenditore di Single Malt arando solchi di Monk e Davis e Joan Sebastian; con Guccini e Dylan bevo bianchi (Verdicchio, Kerner, Gold Muscateller non potendo più permettermi certi Meursault, Chassagne-Montrachet o anche soltanto(!) Chablis).

Al di là di certe ignobili polemiche che possono essere generate dal fatto che uno ha la franchezza (coraggio è termine che va usato per ben altri propositi) di scrivere quello che succede; al di là di pareri che possono o meno essere condivisibili e di scelte che, essendo tali, sono soggettive, io spero che questo lavoro di Andrea possa servire a qualcuno per scoprire, a esempio, i prodigi del Rieseling, del Tokaji ungherese, del Malbec argentino, di alcuni vini del Rodano.

Nota finale: quando si vuol parlare di qualcuno che svolge male il proprio lavoro lo si invita a andare a zappare.

Che fesseria: così fa danni anche peggiori alla terra! Questo per introdurre il fatto che molti fra i grafici editoriali io li spedirei in miniera, non a zappare; mi spiego: la copertina del libro di Scanzi è brutta, ma questa è una faccenda più o meno soggettiva. La copertina del libro di Scanzi è graficamente mal impostata e non rende un buon servizio al lavoro di Andrea – non entro in meriti che sono prettamente grafici e di comunicazione; al contrario delle pagine interne che testimoniano di una corretta cultura libraria: carta uso mano avoriata, carattere classico di facile lettura con impostazione di pagina non pesante.

Per finire, il libro me lo sono comperato, ma mi avrebbe fatto piacere se l’autore o l’editore me lo avessero omaggiato: le mie parole non sarebbero state differenti; alla stessa maniera di una bottiglia di vino avuta in omaggio: ci vuol altro che un libro o una bottiglia per ammansire gentaglia come noi, vero Andrea?

http://www.andreascanzi.it/ilvinodeglialtri/?p=398

Il link qui sopra per leggere la mia recensione pubblicata sul sito di Andrea Scanzi con i suoi commenti che assai mi hanno fatto piacere: Andrea, confermo, è una persona pulita e di grandi valori (il talento non si discute).