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Una cena etrusca

Invitato a Chianciano Terme, siamo nel magnifico basso territorio senese, per un convegno importante sulla donna etrusca, vengo a conoscenza di una bella storia, e le storie – è cosa risaputa – a me piacciono assai.

I fatti sono questi: nella Tarquinia del VII secolo a.C., Tanaquilla era una principessa che sapeva leggere i segni attraverso i quali si manifestavano gli dei e aveva il dono di interpretarli. Sposò Lucumone, figlio di una etrusca e del greco Demarato, artigiano ceramista di Corinto. Ma a Lucumone, figlio di uno straniero, non era permesso dalle tradizioni etrusche di seguire la carriera politica fino ai massimi livelli.

Tanaquilla, donna ambiziosa e influente, convinse il suo uomo a lasciare Tarquinia per Roma, città ancora giovane e in ascesa: come l’America di oggi, dispensatrice di opportunità per i più intraprendenti, ricchi e intellettualmente dotati.
 Da orgogliosa e impavida donna etrusca, capace di guidare il carro pilentum
a quattro ruote, carico di preziosi  vasi dipinti, lasciò Tarquinia insieme al suo compagno e andò incontro a un destino che avrebbe mutato la Storia. Sul Gianicolo, il primo colle di Roma che si incontra giungendo dall’Etruria, accadde un evento prodigioso: un’aquila, piombando dal cielo a ali spiegate, rubò il copricapo di Lucumone e, dopo aver volteggiato nel cielo, stranamente glielo rimise a posto, quasi fosse venuta solo per questo, svanendo poi nel cielo come era apparsa. Lucumone ritenne infausto il presagio e ne rimase sconvolto. Tanaquilla, invece, abbracciò il marito e predisse la gloria che entrambi aspettava: l’aquila scesa da cielo era il messaggero degli dei e aveva tolto e rimesso il copricapo etrusco sulla sua testa per dare il segno che con lui stava arrivando in città un grande capo che avrebbe reso Roma più importante e più potente. Infatti, Lucumone divenne re con il nome di Lucio (Lucumone) Tarquinio (proveniente da Tarquinia) Prisco, il primo dei tre re etruschi.

Tarquinio trasformò Roma in una vera città, da disordinata accozzaglia di case qual era a quel tempo: drenò e prosciugò il terreno per trasformarlo in mercato, futuro Foro Romano, e di qui fece partire un reticolo di strade lastricate (sono gli Etruschi, non i Romani, a aver inventato le strade) tra le quali la Via Sacra. Poi costruì gli edifici che avrebbero costituito il nucleo monumentale dell’Urbe e gettò le fondamenta del tempio di Giove Capitolino. Infine, trasmise ai romani tutti i cerimoniali e i simboli  etruschi del potere: fasci littori, porpore ricamate, corone d’oro, scettri sormontati dall’aquila. Alla morte di Tarquinio, caduto per mano dei figli di Anco Marcio, un altro etrusco salì sul trono che fu di Romolo: Servio Tullio. Questi fu allevato alla corte di Tarquinio sotto la protezione della regina Tanaquilla, e ebbe la sorte di avere in moglie la figlia stessa del re. La regina Tanaquilla nascose a lungo la morte di Tarquinio per preparare la successione a Servio Tullio (578-535 a. C.) e solo quando riuscì nel suo intento fece sapere a tutti che il re era morto. Ecco dunque un secondo re di nazionalità etrusca che sale sul trono di Roma per le astuzie di Tanaquilla. Anche per lui, come già per Tarquinio, Tanaquilla aveva fatto dei presagi fin dal giorno in cui fu visto ardere un fuoco misterioso intorno alla testa di Servio bambino che dormiva in una culla. La regina prese in disparte il marito e, secondo quanto afferma Tito Livio, gli disse:“Vedi questo fanciullo che noi alleviamo? Sappi che un giorno sarà la luce dei nostri momenti bui e sarà il salvatore della nostra casa regale in difficoltà. Cresciamo con amore questo giovinetto che sarà fonte di fortuna per la nostra casa e per lo stato“. La figura di Tanaquilla, donna forte e decisa, enigmatica maga-regina ma anche raffinata tessitrice, aleggerà con la sua presenza eterea su Etruschi e  Romani tra storia e leggenda.Tanaquilla, donna emancipata come tutte le donne etrusche, sarà venerata a Roma per secoli.Tarquinio Prisco è altrimenti noto per aver importato dalla Grecia la coltivazione dell’olivo, prima sconosciuto ai popoli italici.

Un evento per me memorabile, di cui voglio mettere a parte i lettori di Barolo & Co, fu dato dalla partecipazione a una cena etrusca, filologicamente corretta, impostata con la consulenza di autorevoli archeologici, e ospitata dal locale istituto alberghiero “P. Artusi” con i giovani allievi, entusiasti e partecipi, all’opera in cucina e in sala.

Tutti più o meno sanno che l’anno zero della nostra cucina è simbolicamente rappresentato dalla data della scoperta del continente americano: pomodori, mais, patate, zucche e zucchine, fagioli, peperoncino, fichi d’india e tacchino erano esclusi dalle tavole delle popolazioni eurasiatiche. Ma non molti sanno che le fragole furono domesticate in epoca medievale, che arance, mandarini, limoni, cachi e molte spezie arrivarono per tramite prima dell’espansione romana in Asia e poi per tramite degli arabi. Per il vino, invece, recentissimi studi di paleobotanici e archeologi – Progetto Vinum, Università di Siena e Milano, vedi Archeo n. 259 e National Geografic 9/2006 – rilevano il fatto che la domesticazione della vite avvenne in modo probabilmente spontaneo: gli Etruschi, così come i popoli nuragici della Sardegna, conoscevano la coltivazione dell’uva prima che arrivassero Fenici e Greci. I nostri bravi antenati toscani, però, coltivavano le viti a “tutore vivo”, ovvero sostenute dai fusti di pioppi, aceri e olmi, non potavano e per raccogliere i grappoli dovevano salire a volte fino a 15/20 metri dal suolo (coltivazione definita “Lambruscaia”). E il vino era cattivo. I coloni greci insegnarono loro la potatura, la coltura a “tutore secco” e la coltura a alberello; bisognerà attendere ancora  qualche secolo per l’invenzione, romana, del filare.

E veniamo dunque alla cena.

ANTIPASTO

Piatto Tirrenico

Olive in salamoia, ravaggiolo, menta, tonno , focaccine.

PRIMO

Puls chiusina

Farro, maiale, fave, pane di avena.

SECONDO

Tuscus aper

Cinghiale, lenticchie, piselli.

DESSERT

Il dono di Arrunte

Focaccine di farro, nocciole, fichi , formaggio, miele, mosto cotto.

Cena emozionante dai sapori antichi, innaffiata con un buon Chianti, vino per certo non etrusco ma spremuto da un antico vitigno autoctono (Sangiovese o Sangioveto), derivato dal Ciliegiolo con innesti in epoca romana di uve “Calabrese”.

Occorre precisare che la prima domesticazione di farro, ceci e frumento avvenne nella cosiddetta Mezzaluna Fertile (oggi tra gli stati di Iran, Iraq, Turchia, Siria, Libano, Giordania e Israele) tra i 9 e gli 8.000 anni prima di Cristo. Associato a questa prima agricoltura, si verificò anche il primo stadio dell’allevamento con pecore e capre, sviluppato per dare soprattutto lana e latte. Lo stesso bue, domesticato per la prima volta nella Valle dell’Indo, servì fino a epoche piuttosto recenti a fornire forza lavoro e latte, non certo carne. L’unica bestia allevata, fin dal VII/VIII millennio prima della nostra era (avvenne in Cina), a scopi esclusivamente alimentari fu il maiale.

Gli etruschi e poi i romani furono famosi per essere dei grandi mangiatori di farro e avena: gli orientali li chiamavano pultiphagi, mangiatori di puls, sorta di pappe e polente che con le farratae, farinate, costituivano il cibo principale dei nostri antenati; erano insaporite con latte e miele, associate a legumi(fornitori di preziose proteine) come piselli, lenticchie, ceci e, soprattutto, fave. L’associazione di coltivazione e consumo  graminacee/legumi fu la chiave di volta dello sviluppo delle grandi civiltà: grano (farro, frumento)/ceci (fave e piselli) per la Mezzaluna Fertile, riso/soia per la Cina, mais/fagioli per le Americhe (con la preziosa patata per le regioni andine).

Gli Etruschi erano poi celebri per le loro erbe medicinali, per la pesca ai tonni che predavano davanti all’Argentario e a Populonia (oggi Baratti), per la caccia al cinghiale. Il pollame arrivò più tardi, sempre dal vicino oriente. Le frutta erano costituite soprattutto dai fichi, da peri e mele e da nocciole. Le ciliegie arrivarono con i greci già in epoca romana. Eppoi si mangiava molta uva. I formaggi erano in gran parte caprini e pecorini (ravaggiolo) consumati freschi.

Per concludere, una bella sintesi culturale sull’evoluzione del cibo negli ultimi tremila anni, con alcune belle sorprese nel gusto e negli odori davvero “antichi”.

Un’ultima riflessione sulle donne etrusche: lo storico Teopompo, greco del IV secolo alla corte di Filippo il Macedone, scrisse parole di fuoco sulle donne etrusche: banchettavano con i loro uomini, e  ben due volte al giorno; avevano liberi costumi; bevevano vino; conoscevano le arti della divinazione; allevavano i figli in grande libertà. Insomma, anche per i romani, un vero scandalo!

Vincenzo Reda