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Il signor Verdicchio (Alberto Mazzoni)

 

Le Marche, non a caso, costituiscono l’unica regione italiana dal nome declinato al plurale: nel concentrato di diversità di campanili che è lo Stato Italiano, questa Regione rappresenta la quintessenza della convivenza di nazioni, in senso etnologico, differenti.

Partendo dal nord vi si incontrano romagnoli, umbri, anconetani, abruzzesi: ciascuna etnia con caratteri, lingue, tradizioni assai differenti.

Rotolando verso Sud, quando in gioventù cercavamo il mare e il caldo in estati che non finivano mai, attraversavamo inconsapevoli questo territorio dolcemente ondulato che bacia spiagge monotone.

Di Marche  cominciai a sentirne parlare dal commilitone intellettuale e rotondetto Gigi Cesetti, già laureato avvocato e poco più vecchio di noi: arrivava da Monte Giorgio, o comunque da un paese dell’ascolano di quelle parti e parlava sempre e solamente di cibo e cavalli, olive ascolane e bai.

Gigi era poco più che una conoscenza periferica: oltretutto al Car di Fossano Cesetti era uno dei “Tigre” e io un “Cobra” e, trasferiti a Torino, in corso Unione Sovietica, io smisi di fare il militare – ero il fotografo ufficiale della brigata e, dunque, usufruivo di privilegi che tutti gli altri neppure sognavano.

Comunque, il Cesetti diventò amico di mia sorella che, ospite di tanto in tanto nelle favolose Marche meridionali, mi narrava meraviglie a proposito di vino e specialità cucinarie esotiche.

Negli anni ottanta mi capitò per lavoro di visitare un mio collaboratore a Civitanova e anch’io cominciai a apprezzare il pesce e i vini di quei posti, ma senza entusiasmi eccessivi.

Qualche anno appresso, fui spedito da Sergio Musumeci a Ancona in occasione della prima edizione di “Parco produce” e fu amore: amore per la vita, come tutti i miei amori.

Arrivammo a ora di pranzo con Elio, un mio collaboratore di quei tempi, e ci gettammo a corpo morto dentro il primo ristorante che trovammo: “Sotto ai archi”, prospiciente il porto e vicino alla sede della fiera.

Ne uscimmo tramortiti e con nessuna voglia di eseguire i compiti per cui eravamo stati inviati in quella città.

Da quel giorno ho cominciato a conoscere e amare il Verdicchio, insieme alle cicale, ai cocktail di conchiglie in umido, alle olive ascolane, al baccalà con le patate e via dicendo.

E il mio primo Verdicchio importante fu un Sartarelli, non ricordo se Tralivio o Balciana: non sapevo che la sorte mi avrebbe consentito di conoscere, anni dopo, Alberto Mazzoni, quel signore pacioso dagli occhi vivaci che sta intorno a baffi importanti e che a me piace di chiamare “Signor Verdicchio”.

Alberto ho avuto modo di conoscerlo in occasione della nona edizione del concorso “Vini da pesce”, manifestazione di cui egli è l’anima e il motore: in cima al Monte Conero, in un albergo che fu un eremo benedettino, l’occasione per incontrare persone interessanti è quanto di meglio possa capitare.

E il mese di maggio senza dubbio predispone l’animo agli incontri importanti.

In quella occasione Alberto mi fece promettere di visitare la sua struttura di agriturismo che aveva da poco inaugurata a Porto San Giorgio.

Non ho perso l’abitudine di rotolare ogni estate verso Sud, oggi con la mia famiglia, incontro al caldo e al mare: fine luglio era proprio l’occasione, passando lì accanto, di fermarci a visitare questo posto benedetto

Siamo arrivati nel tardo pomeriggio, all’imbrunire, salendo uno sterrato che, tra vigne e oliveti, porta in cima a un colle che domina un angolo di Marche tra il mare e le dolci alture dell’entroterra, chiuse là in fondo, a ovest da montagne importanti dell’Appennino.

La Casa avita, il posto degli antenati contadini, posto di anni e di storie, posto che il buonsenso del tempo ha sistemato come meglio non si può.

I figli di Alberto, Paolo e Michela, hanno voluto che il nome della struttura, rinnovata e trasformata in accogliente dimora per turisti illuminati alla ricerca di qualità, in tutti i sensi, significasse un messaggio internazionale: “Marche life”; in apparenza non sembra granché, invece unisce due concetti fondamentali e li comunica in modo quasi universale.

Alberto Mazzoni ha voluto con forza questa piccola oasi di qualità; l’ha ristrutturata con gusto e semplicità, ricavandone non molti posti letto davvero gradevoli e ospitali in un contesto che è unico. Unico, se la cultura e la sensibilità di chi ha la fortuna di essere ospite di questa struttura sono adeguate a quelle di chi l’ha realizzata.

Il casale è un corpo unico, non molto grande, con piano terra e primo piano; la facciata è dipinta con una tonalità di  rosa caldo e intenso che contribuisce a inserire la costruzione in maniera armoniosa nel magnifico paesaggio, di oliveti e vigneti, che la circonda.

In un corpo a parte, più in basso, la struttura di accoglienza espone alcuni prodotti tipici marchigiani (che è possibile acquistare) e, soprattutto, i molti vini di cui Alberto Mazzoni è padre; e qui devo per forza citare il celeberrimo Verdicchio dei Castelli di Jesi Classico Superiore Doc 1997 “Balciana” di Sartarelli che nel 1999 fu eletto miglior vino bianco del mondo.

La serata si è conclusa con una cena luculliana a base di pesce, com’è ovvio, in un ristorante prospiciente il mare a Porto San Giorgio; i vini li ha portati Alberto e non posso non ricordare un altro Verdicchio, davvero eccellente, che è suo figlio: il “Coroncino”, vino prodotto da una famiglia che ha una storia molto interessante che prima o poi, anche questa, dovrò raccontare.

Concordi, moglie e figlia, il mattino successivo nel dirmi di aver riposato bene davvero: a onore dell’amico Alberto Mazzoni, mettere d’accordo mia figlia, mia moglie e chi scrive non è faccenda di tutti i giorni.

Un’ultima, piccola nota: il depliant, molto elegante, che descrive “Marchelife” contiene un inserto traslucido su cui è stampata, in fac-simile con la grafia originale, “L’infinito” di Giacomo Leopardi.

Beh, “quest’ermo colle” del grande recanatese, lo noterete senz’altro, ha molto da spartire col poggio che ospita “Marchelife”, senza tema di smentite.

Mi piace anche la definizione: Centro di vita e di cultura della nostra terra.

Grazie, Alberto: siamo stati bene.

Vincenzo Reda

Settembre 2008

 

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