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Volvér

“Volver… con la frente marchita, 
Las nieves del tiempo platearon mi sien…
Sentir… que es un soplo la vida,
 Que veinte anos no es nada,
 Que febril la mirada, errante en las sombras,
 Te busca y te nombra.
 Vivir… con el alma aferrada
 A un dulce recuerdo
 Que lloro otra vez…”

(Ritornare…con la fronte appassita,
 le nevi del tempo che argentarono la mia tempia…
Sentire…che è un attimo la vita,
 che 20 anni non sono niente
che febbrile lo sguardo,  errante nelle ombre,
 ti cerca e ti nomina
 Vivere…con l’anima aggrappata
a un dolce ricordo
che piango un’altra volta…).

Carlos Gardel – El morocho del Abasto – è uno dei grandi Miti dell’Argentina: gli altri sono Evita, El Pibe, El Che.

Volver – che significa ritornare, ma anche ricordare, rincasare, ecc. – è un tango che Gardel scrisse nel 1934, un anno prima di morire in Colombia causa un assurdo incidente aereo; era nato nel 1887, o forse nel ’90 in Francia, o forse in Uruguay: in fondo, per la costruzione di un mito, concorrono anche le origini incerte. Certo Gardel era un vero porteño del quartiere di Abasto, Buenos Aires.

Penso a Gardel quando entro nel ristorante argentino Volver in via Botero angolo via Barbaroux – pieno Quadrilatero, così viene definita la zona del castro romano da cui ebbe origine Torino. Penso a Gardel, ma mi torna in mente la voce straordinaria di Mercedes Sosa e ritorno con la memoria al film Sur di Fernando Ezequiel Solanas (1988, vincitore a Cannes) con il bandoneon magico di Astor Piazzolla…

Siamo fatti così, noi sognatori: corsari di suggestioni, bucanieri di sensazioni, pirati di emozioni. Argentina è un posto che amo da prima delle Patagonie di Bruce Chatwin e Paul Theroux; ancor prima delle meravigliose storie sconclusionate del mio grande Soriano; prima della scoperta di Cortàzar. Leggevo da adolescente le poesie giovanili di Borges (Fervor de Buenos Aires) e scoprivo da giovane la Patagonia di Darwin in uno dei più importanti libri della mia vita: Viaggio di un naturalista intorno al mondo.

Con in testa tutte le mie brave suggestioni, mi siedo con mia moglie a un tavolino – angusto, di quelli che si trovano in tanti ristoranti francesi – per due: avevo promesso allo chef, Martin Alejandro Lopez da Bariloche, giovane trentenne argentino, che sarei venuto a mangiare la carne dei manzi argentini che mi piace pensare allevati, bradi, a brucare erbe patagoniche sferzate dai venti australi.

Il locale è ampio, arredato per dare al cliente, in maniera anche dozzinale, l’idea del grande paese: dalle pareti lo sguardo utopico dell’Ernesto mi tiene compagnia, insieme a pelli di vacca e finimenti non so quanto originali.

Scelgo un Malbec San Felipe del 2007 (Mendoza, 13° di volume alcolico, passato al 50% in barrique nuove per 7 mesi): è un ottimo compagno, grasso, sensuale, non troppo acido e con tannini equilibrati. Mia moglie è astemia, le viene portata dell’acqua naturale filtrata, come finalmente oggi in molti ristoranti usa.

Partiamo dall’Empanada di carne, che è una semplice sfoglia fritta ripiena di carne e di spezie, saporita e leggera.

Poi, ecco la carne: filetto e controfiletto di manzo alla griglia. Il controfiletto è lardellato con pancetta, si chiama Lomo bridado, il filetto viene definito semplicemente Bife. Le aspettative sono pienamente soddisfatte: la carne è per davvero ottima, pur se risente delle tipiche caratteristiche di surgelazione (non oso pensare a come devono essere i sapori ). Sono un appassionato di carnazza: ho nei ricordi giornate di assaggi dedicate alle carni chianine, stracotti e bolliti delle nostre razze piemontesi, spezzatini di sottopancia dei vitelloni bianchi marchigiani….

Si sta bene, si mangia bene, serviti da efficienti camerieri tutti argentini; il locale è tranquillo e anche ben frequentato.

Panqueque con dulce è il dessert che viene servito a mia moglie: un gigantesco involtino, che è poi una crêpe ripiena di cioccolata non troppo leggera, a fine pasto.

Finisco con un bicchiere di Legui, liquore abbastanza delicato di erbe.

Il prezzo è giusto per una cena soddisfacente. Posso prendermi la responsabilità di consigliarlo.

Martin Alejandro Lopez è soddisfatto della mia visita: sta partendo per  Volver al suo paese dopo quasi quattro anni di Torino. Nel frattempo ha sposato una fanciulla napoletana che sedici mesi fa gli ha regalato Giulia. Che iddio, o chi per lui, li protegga.

Omaggio a Mercedes Sosa: Vuelvo al Sur e Gracias a la vida

Ripubblico uno scritto di qualche tempo fa. Oggi Mercedes non è più tra noi con la sua voce irripetibile. Sono tristissimo. E’ scomparso un pezzo del mio corpo. Ma resta la sua anima grande e le registrazioni della sua voce straordinaria. Straordinaria fuori, e ancor più straordinaria dentro. C’è una teca nel mio cuore, una teca speciale dove ci stanno soltanto Alcuni: da oggi, una in più.

HAYDÉE MERCEDES SOSA, di umili origini, nacque a San Miguel de Tucumán, Argentina, il 9 luglio 1935. La sua apparizione sulla scena del folclore argentino non fu comune. Radicata a Mendoza a metà degli anni ’60, assieme a suo marito, il musicista Manuel Oscar Matus e al poeta Armando Tejada Gómez, fu parte fondamentale del movimento del Nuovo Canzoniere che rinnovò le espressioni artistiche di radice popolare. Nell’autunno del 1966 uscì Io non canto per cantare, album con il quale iniziò la sua collaborazione con la Polygram – attualmente Universal – che ancora oggi, 43 anni dopo, continua. Il suo è un eccezionale caso di fedeltà alla sua casa editrice. Mercedes Sosa fu arrestata nel 1979 e dovette andare in esilio l’anno dopo, a Parigi. Ritornò a cantare in Argentina dopo la guerra, persa, delle Malvinas che decretò la fine della dittatura militare.Il 4 ottobre 1996, nella città di Aix-la-Chapelle, ricevette il Premio CIM-UNESCO 1996 del Conseil International de la Musique – UNESCO. La motivazione recitava: “La giuria ha deciso di concedere questo Premio non solo per la sua brillante carriera ma anche in riconoscimento ai suoi grandi valori etici e morali dei quali ha dato prova durante i tristi anni che conobbe l’Argentina, per la preoccupazione che ha avuto nell’opera di promuovere costantemente la difesa dei diritti umani”. Preoccupata sempre dalle condizioni dell’uomo, nel marzo 1997 partecipò alla riunione di Rio come Vicepresidente del Comitato di Redazione della Carta della Terra,  rappresentante di America Latina e i Caraibi.Era in tournèe in Italia a luglio del 2008, la mia amica Lisomar, giornalista brasiliana e sua grande amica, mi aveva invitato a conoscerla: questioni logistiche mi hanno impedito questo incontro. Mercedes ha molti problemi di salute e speriamo e preghiamo dio o chi per lui che ci permetta ancora a lungo di ascoltare la sua voce profonda. Mi piace di riportare tra i testi dei miei poeti queste canzoni che ella canta in maniera straordinaria. Meno conosciuta la prima; di Violeta del Carmen Parra Sandoval, poetessa e pittrice cilena, morta suicida nel 1967, la seconda celeberrima. La traduzione dallo spagnolo è opera mia.

Vuelvo al Sur

Vuelvo al Sur, como se vuelve siempre al amor,

vuelvo a vos, con mi deseo, con mi temor.

Llevo el Sur, como un destino del corazon.

Soy del Sur, como los aires del bandoneon.

Sueño el Sur, inmensa luna, cielo al reves.

Busco el Sur, el tiempo abierto, y su despues.

Quiero al Sur, su buena gente, su dignidad.

Siento el Sur, como tu cuerpo en la intimidad.

Te quiero Sur,

Sur, te quiero.

Vuelvo al Sur, como se vuelve siempre al amor.

Vuelvo a vos, con mi deseo, con mi temor.

Quiero al Sur, su buena gente, su dignidad.

Siento el Sur, como tu cuerpo en la intimidad.

Vuelvo al Sur,

llevo el Sur,

te quiero Sur,

te quiero Sur…

Fernando E. Solanas (testo) – Astor Piazzola (musica)

(Torno al Sud come sempre si torna all’amore; torno a voi con il mio desiderio e le mie paure. Come un destino porto il Sud nel mio cuore. Appartengo al Sud come il suono del bandoneon. Sogno il Sud con l’immensa luna del suo cielo capovolto. Cerco il Sud, il suo clima pulito, i suoi futuri. Amo la dignità del Sud e la sua gente perbene. Ascolto il Sud come il tuo corpo più nascosto.Torno al Sud, lo porto dentro, lo amo, lo voglio……)

Gracias a la vida

Gracias a la vida que me ha dado tanto

me dio dos luceros que cuando los abro

perfecto distingo lo negro del blanco

y en el alto cielo su fondo estrellado

y en las multitudes el hombre que yo amo

Gracias a la vida que me ha dado tanto

me ha dado el oído que en todo su ancho

graba noche y día grillos y canarios

martirios, turbinas, ladridos, chubascos

y la voz tan tierna de mi bien amado

Gracias a la vida que me ha dado tanto

me ha dado el sonido y el abecedario

con él, las palabras que pienso y declaro

madre, amigo, hermano

y luz alumbrando la ruta del alma del que estoy amando

Gracias a la vida que me ha dado tanto

me ha dado la marcha de mis pies cansados

con ellos anduve ciudades y charcos

playas y desiertos, montañas y llanos

y la casa tuya, tu calle y tu patio

Gracias a la vida que me ha dado tanto

me dio el corazón que agita su marco

cuando miro el fruto del cerebro humano

cuando miro el bueno tan lejos del malo

cuando miro el fondo de tus ojos claros

Gracias a la vida que me ha dado tanto

me ha dado la risa y me ha dado el llanto

así yo distingo dicha de quebranto

los dos materiales que forman mi canto

y el canto de ustedes que es el mismo canto

y el canto de todos que es mi propio canto

Gracias a la vida, gracias a la vida

(Grazie alla vita che mi ha dato tanto: mi ha dato due occhi e quando li apro mi fanno vedere chiaramente il nero e il bianco e le stelle nel cielo profondo e l’uomo che amo tra la folla sterminata.

Grazie alla vita che mi ha dato tanto: mi ha dato l’udito capace di registrare i suoni della notte e del giorno, di grilli e canarini, di martelli, turbine, latrati, acquazzoni e la voce tenerissima dell’amore mio.

Grazie alla vita che mi ha dato tanto: mi ha dato il suono e l’alfabeto e con questo le parole che penso e dico forte: madre, amico, fratello e luce che illumina il cammino dell’anima che oggi amo.

Grazie alla vita che mi ha dato tanto: mi ha dato il passo dei miei piedi stanchi per aver camminato città e gore fangose, spiagge e deserti, montagne e pianure e poi la tua casa, la tua strada, il tuo cortile.

Grazie alla vita che mi ha dato tanto: mi ha dato il cuore che freme dentro la sua gabbia, quando considero i frutti della mente umana, quando vedo il bene tanto distante dal male, quando osservo il fondo dei tuoi chiari occhi.

Grazie alla vita che mi ha dato tanto: mi ha dato il sorriso e mi ha dato il pianto, sicché io distinguo la buona sorte dalla disgrazia che sono l’essenza del mio canto, che è il vostro stesso canto e il canto di tutti e quel che io canto.

Grazie alla vita…Grazie alla vita).