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Uto Ughi al Conservatorio Giuseppe Verdi di Torino

Uto Ughi (Bruto Diodato Emilio Ughi) è nato a Busto Arsizio il 21 gennaio 1944 da padre triestino e madre di Bolzano. Con Nathan Milstein e Yehudi Menhuin è il mio violinista preferito, tra i massimi viventi (e non). Suona uno Stradivari del 1701 e un Guarneri del Gesù (artigiano cremonese reso celebre da Paganini che suonava un suo violino definito “cannone” per la potenza del suono) del 1744.

Ascoltarlo dal vivo è un’esperienza irripetibile e indescrivibile: la perfezione assoluta che accompagna un suono di pulizia e atmosfera straordinaria.

Ieri sera (18 aprile 2013) ci ha donato tre esecuzioni tra le quali il Trillo del Diavolo di Giuseppe Tartini (Istria 1692-Padova 1770) è stata di gran lunga la migliore. Per inciso le altre erano una sonata di Gaetano Pugnani (Torino, 1731-1798) e una fantasia da Carmen di Bizet trascritta da un grande violinista spagnolo.

Però quel che mi ha più emozionato è stato un frammento tratto dal video: Uto Ughi. Una vita per la musica, prodotto dall’Associazione Culturale Arturo Toscanini di Savigliano. Si tratta di due sequenze di un concerto tenuto in un piccolo monastero buddista in cui il Maestro suona la mia Ciaccona, il V movimento della partita per violino solo n. 2, Bwv 1004 in re minore di J. S. Bach.

Sublime, semplicemente sublime. Ho cercato quel filmato su youtube ma non ho trovato nulla. Purtroppo.

Alla proiezione del filmato, assai interessante e esplicativo della vita, del carattere e della carriera del musicista, è seguita la presentazione del libro: Uto Ughi. Quel diavolo di un trillo, appena pubblicato per i tipi dell’Einaudi. In compagnia di Ernesto Ferrero (scrittore e presidente della Fondazione Salone del Libro di Torino) e Giorgio Pestelli (musicologo).

Doveroso ringraziare, per l’irripetibile emozione, la mia amica Francesca Tablino cui devo l’invito. Come potrò mai sdebitarmi?

http://www.youtube.com/watch?v=jhX9G-LcoXo

J. S. Bach Partita per violino n. 2 in re minore BWV 1004

Da adolescente ascoltavo Dylan e Guccini insieme a Vivaldi, Beethoven, Tchajkovskij e Dvorak. A trent’anni scoprii il jazz di Monk e mi stonavo con le polacche, le mazurke e soprattutto la Ballata in sol minore opera 23, sonata da A. B. Michelangeli, di Frederic Chopin (tantissimo Horowitz, secondo me il più grande pianista, con Listz ovvio, di tutti i tempi). Nei primi anni Novanta arrivai finalmente al Mozart del Don Giovanni, del Flauto magico e, infine, del Requiem.

Di Bach ascoltavo ogni tanto le opere più famose: mi piaceva, lo conoscevo ma non avevo ancora capito un bel niente. Fino a quando, ormai quarantenne, non mi misi con passione a ascoltare le variazioni Goldberg di Gould e la Passione di San Matteo: pare ovvio che rimasi estasiato, ma era soltanto l’inizio.

Johan Sebastian Bach – nato a Eisenach il 21 marzo 1685 e morto il 28 luglio 1750 – mi conquistò la pancia  e tutto il resto quando scoprii la Partita per Violino solo sonata dal grandissimo violinista russo Nathan Milstein (1904-1992). Questo straordinario interprete sonava uno Stradivari del 1716 (ex-Goldman, da lui ribattezzato Marie-Thèrése in onore di moglie e figlia).

Lo scoprii grazie a una irripetibile iniziativa editoriale de Lo Specchio, settimanale de La Stampa. Dopo di allora quell’opera mi è stata compagna in innumerevoli serate a parlare con me stesso o con l’Insondabile; a volte, spesso, semplicemente seguendo e inseguendo le singole note che ne compongono le cinque parti (Allemanda, Corrente, Sarabanda, Giga e Ciaccona). Dura in tutto mezz’ora scarsa di cui quasi 14 minuti sono del movimento finale che è senza dubbio uno dei capolavori della musica di ogni tempo.

Ho poi apprezzato anche l’esecuzione di Uto Ughi e della Ciaccona ho una versione per pianoforte eseguita da Michelangeli: ma per me nessuno eguaglia Milstein e il suo Marie- Tèrése. La Giga mi è servita come colonna sonora di un corto animato da Vincenzo Gioanola con i miei bicchieri di vino.

Tra l’altro, questo Cd – oltre a contenere testi preziosi che descrivono le opere, i generi e riportano brevi biografie di compositori e esecutori – contiene alcuni magnifici esempi di Sonate di Arcangelo Corelli (La Follia), di Handel e tre opere di Domenico Scarlatti: tra queste, ascolto sempre volentieri e con grande piacere la Sonata per clavicembalo in mi maggiore K 380, eseguita da Ivo Pogorelich al pianoforte.

Oggi riesco a ascoltare di tutto e ho imparato a  apprezzare Shuman, Musorgskij, Ravel, Rachmaninov, Berlioz e Debussy. Poi ho continuato con il Jazz e tutto il resto: perfino la lirica e le avanguardie, almeno fino a Cage e Nono.