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I bianchi impossibili

I bianchi  mi lasciano sgomento.

Colori infiniti.

Nei bianchi

in quelle impossibili sfumature

sfuma ogni mia possibile libertà

e l’ineludibile  mi fa prigione.

Crudeli infieriscono i bianchi 

e  come ebbro farmi sanno 

di  fatalità australe.

Le mie prime mostre (My first art shows)

Questi sono i depliant originali di alcune delle mie prime mostre, tra il 1998 e il 2001. Dalla prima, a Capoliveri (Isola d’Elba), dove conobbi Vittorio Fiore (mio primo collezionista), a quella di Monte S. Angelo, voluta dal mio grande amico chef Gegé Mangano, a quella di Camigliano con molti artisti provenienti da mezza Europa. Certo, il depliant che mi è più caro è quello che riguarda la mostra al ristorante La Marianna di Mirco Panattoni a Bergamo alta. Ne fu promotore Luigi Veronelli che intervenne: lo scritto, il primo in assoluto a me dedicato, è di Gigi Brozzoni. Indimenticabile.

Da Gegè
Monte S. Angelo, scorci medievali per uno dei più bei paesi d’Italia

Nelle fotografie qui sopra non ho deliberatamente inserito didascalie: spero che qualcuno vada a scovare i preziosi particolari medievali nelle numerose chiese di Monte S. Angelo. Il paese è posto a quasi 900 m slm e sorveglia come una sentinella la sottostante piana di Foggia e il golfo di Manfredonia. Famoso per la grotta, qui riprodotta (pur se è vietato scattare fotografie, io non ho resistito alla tentazione), dove è apparso l’arcangelo Michele e che lega questo paese alla Sacra di S. Michele, in Val di Susa (Piemonte), e a Mont Saint Michel, in Normandia. Secondo la mia opinione Monte S. Angelo è per certo uno dei più belli tra i paesi del nostro Sud, e dunque d’Italia, e dunque d’Europa, e dunque….

La bottiglia del giorno dopo: Le Cruste 2004 di Longo

Questo racconto – pubblicato per la prima volta nel settembre del 2006 su Barolo & Co e scritto in quel periodo – fa parte del mio libro Più o meno di vino, pubblicato lo scorso anno per i tipi delle Edizioni del Capricorno. E’ uno dei miei racconti preferiti, uno di quelli che piace di più e che spesso leggo durante le presentazioni del libro.

Quella benedetta bottiglia era l’eccellente Le Cruste, di Alberto Longo: è giusto, oggi, precisarlo. Nella foto accanto sono con l’amico Gegè, addossato al secentesco muro dell’antico convento di  Monte S. Angelo.

LA BOTTIGLIA DEL GIORNO DOPO

UNA STORIA DI VINO

La linea piatta, regolare e noiosa che da Trieste fino al Salento contiene a ovest l’Adriatico è interrotta tre volte da promontori che crescono scendendo verso sud.

Monte San Bartolo è il primo sperone addossato a Pesaro; poco oltre, il Conero si erge su Ancona ben più imponente e importante; molto più a sud-est il Gargano riempie la vista e nasconde il mare.

Sono tanti anni ormai che tra la fine di luglio e agosto ripercorro la faticosa A14 per trovare le mie vacanze, letteralmente i miei vuoti ( da vacare, vacuo, ecc…), sotto un uliveto millenario che riempie un piccolo piano creato dai riporti alluvionali di epoca pleistocenica e abitato dall’uomo fin dal paleolitico antico.

Situato a nord-est di Mattinata ( la romana Matinum, fondata a baciare il sole nascente), questo è il mio ritiro estivo.

Da qualche anno, non molti in verità, consumo un rito:  un giorno della prima settimana di agosto, di solito in tarda mattinata, abbandono la mia amàca messicana, tesa tra due ulivi che in questo periodo sono già ben carichi di frantoiane piccine e prossime alla maturità, e parto verso Monte Sant’Angelo.

Si tratta di un percorso di circa 30 chilometri e di una quarantina di minuti che mi porta, attraverso gli odori fortissimi della macchia mediterranea ben esposta al sole torrido della tarda mattinata, a oltre settecento metri di quota, in prossimità del cuore del promontorio.

Vado a trovare il mio amico Gegè, grande chef che mi ospita dentro i mille bianchi abbacinanti di Monte Sant’Angelo, in una piazzetta secentesca, alla quale si accede solo percorrendo scaloni di lucido tufo. Intorno, il quartiere medievale Junno, con le casette bianche, tutte uguali, disposte come denti di una sega; poco lontano, la grotta dove apparve l’Arcangelo Michele e che unisce questo magnifico paese alla nostra Sacra in Val Susa e a Mont Saint Michel in Normandia.

Il mio posto, sempre il solito, è all’aperto tra un bagolaro e un        muraglione  di pietra, avanzo di un antico convento di suore.

Gegè è un burlone autentico che, a testimonianza del suo grande affetto nei miei confronti, in genere mi accoglie con insulti e male parole sputate a bocca larga, sorridendo a modo suo tra pizzetto e folti capelli arruffati che caratterizzano una faccia da schiaffi e due occhietti scuri che pungono.

Che ti preparo, fai tu, sai che di te mi fido, va bene ci penso io e parte verso la cucina che si trova qualche scalone giù in basso.

E’ cucina di territorio, semplice e sublime.

E da bere cosa mi fai provare, guarda oggi  ti faccio assaggiare un vino che so che ti piace. Aspetta e vedrai.

E’ un nero di Troia in purezza, 2004, prodotto a Lucera da uno che ha deciso di fare le cose per bene, con grande enologo del nord e tutto il resto ( sì, lui non dice: e quant’altro).

Assaggio, godendo di tutti quei bianchi e grigi che sono i colori di calce e tufo che delimitano la piazza in vari piani verticali e orizzontali e sono bruscamente interrotti dall’azzurro schietto e chiaro del cielo del Gargano alle 13 di un giorno di agosto.

Vitigno autoctono, da poco riscoperto e ritenuto capace di produrre da solo vini importanti, come questo rosso di gran corpo, vigoroso, sincero, un po’ squilibrato, non male ma vorrei avere un po’ di tempo in più.

Non bevo mai più di una mezza bottiglia scarsa – anche perché non voglio mai rinunciare al rum invecchiato o whisky di malto o cognac che Gegè mi propone per accompagnare il mezzo toscano riserva di fine pasto.

Ascolta, portatela giù, la finisci stasera così la puoi sentire meglio, va bene, ciao, ci vediamo ci sentiamo…..

E si torna al sicuro sotto gli ulivi che il piccolo, vecchio e storpio Matteo tratta come figli. Gli ulivi, altro che i turisti!

La sera non ho voglia di bere quel vino troppo importante per il pesce di scoglio che mangiamo. E neanche il giorno successivo e quello dopo.

Il terzo giorno finalmente mettiamo sulla brace un bel coscio di agnello: è la volta buona per quella mezza bottiglia di nero di Troia. Ma son passati tre giorni, non saranno troppi?

Altro che troppi: una meraviglia, una sfera di velluto che carezza il palato, equilibrato, ampio con un alito penetrante e poi, quello che più conta, lungo lungo ché ci vuole tempo per lasciarti bocca e gola pulite.

Ho pensato, godendo come un’aquila, alle verticali, ai giapponesi, ai corsi per aspiranti sommelier, agli stand del Vinitaly,  ai bicchieri grappoli pallozzi voti delle guide……Una mezza bottiglia di tre giorni….L’ho bevuta come aperitivo,  con l’agnello, con i fichi e l’ultimo sorso me lo sono tenuto per introdurre il primo tiro di mezzo toscano riserva.

Dondolando sulla mia amàca messicana, tesa tra due ulivi secolari, sul Gargano, Italia, un pomeriggio di agosto di quest’anno del Signore. Perché gli anni sono tutti del Signore.

http://www.albertolongo.it/