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Incontro con Maria Teresa e i vini di Bartolo Mascarello

Era questo un incontro che avrei desiderato si realizzasse qualche anno fa: ancora in vita Bartolo Mascarello, “l’ultimo dei Mohicani”, come amava definirsi. Purtroppo, per una serie di motivi di ordine logistico, quell’incontro non avvenne e io persi l’occasione di conoscere il grande Bartolo. Con lui mi manca la conoscenza di un altro grande uomo del vino: Giacomo Bologna, che incrociai un paio di volte ma che non ebbi la possibilità di conoscere in maniera diretta.

Finalmente, in un caldo giorno di metà aprile – mentre le viti germogliano e piangono di commozione, credo a causa del sopraggiungere del risveglio della primavera – incontro Maria Teresa sulle cui spalle, esili dal punto di vista fisico ma smisurate per capacità e passione, pesa l’incombenza di continuare con gloria il sentiero luminoso tracciato dal padre. E tra poco andrà a festeggiare il secolo di vita della cantina ( 2019, auguri!).

Verso la seconda metà degli anni Novanta si scatenò una stupida guerra tra “modernisti” e “tradizionalisti” del Barolo: i primi  erano dell’idea che l’uso delle barrique poteva rendere un buon servizio al grande vino; per i secondi questa tecnica era da ritenersi esecrabile.

A capo delle due fazioni vennero simbolicamente eletti (non so con quanta soddisfazione) due galantuomini: Bartolo Mascarello e Angelo Gaja. Fu una di quelle vicende – si veda oggi la guerra altrettanto stupida tra vini “normali” e vini “naturali” – cui il mondo della comunicazione e del giornalismo di bassa qualità prestò tanta attenzione e fece di tutto per esasperare. Oggi, a distanza di oltre un decennio, tutto quel rumore pare ridicolo: come al solito, ciò che conta è che i vini siano di qualità.

Buoni, semplicemente!

30.000 bottiglie prodotte in 5 ettari di proprietà tra Barolo e La Morra costituiscono il patrimonio che Maria Teresa ha ereditato da Bartolo. Di queste, 15.000 sono del loro classico Barolo che è un uvaggio di quattro cru da circa tre ettari (Cannubi, S. Lorenzo, Ruè e Rocche).

Ho bevuto il 2008: un Barolo dal colore abbastanza carico (per la tipologia), dal naso complesso in cui la tipica spezie non è così evidente come in altri Barolo. Al palato questo vino risulta poco tannico ma di corpo vigoroso, grande armonia e doverosamente lungo sia in bocca sia in gola. Certo, un Barolo di personalità unica che delle valutazioni delle guide ha ormai poco o punto bisogno.

Ho assai gradito il Dolcetto (5.000 bottiglie prodotte in una vigna nella zona di Bussia, ma ancora nel territorio del comune di Barolo): un vino di austera eleganza, ma fresco e fruttato come dev’essere e con uno spiccato retrogusto di mandorla amara. Mi ha ricordato il Dolcetto di Roddolo. Buona assai la tipica Freisa mossa “nebbiolata”. Corretta, ma senza particolare personalità (pure se tutti questi vini sono assai riconoscibili e organoletticamente apparentati) la Barbera d’Alba.

Eccellente il Nebiolo (scritto, alla Cappellano, con una sola “b”): ai vertici di questa tipologia, per complessità, franchezza, personalità, persistenza.

Maria Teresa è una persona colta, sensibile con la quale ci si intrattiene volentieri anche perché si possono intessere discorsi franchi, ci si possono scambiare pareri magari discordanti ma sempre con grande sincerità e semplicità.

E’ stato un bell’incontro: per la persona e per i suoi vini.

Il mio brodo primordiale: di dove mi venne l’idea di dipingere col vino

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Recto e verso del biglietto da visita di Aldo Novarese, che quella sera d’autunno del 1993, al ristorante Da Gigi, vicino a Alpignano, mi ha fatto venire l’idea di dipingere col vino.

Aldo Novarese, scomparso nel 1995, è considerato il più grande ideatore e disegnatore di caratteri da stampa del mondo nel secolo scorso: ideare e disegnare un tipo di carattere significa disegnare tutte le lettere dell’alfabeto e i segni in normale e in corsivo, maiuscole e minuscole. Aldo nella sua vita ideò e disegnò circa 300 tipi di caratteri diversi (mi confessò che ogni carattere era stato ispirato da una donna diversa…). Aldo lavorò per tanti anni al reparto caratteri della gloriosa Nebiolo, macchine da stampa, di Torino e fu il maestro di Gianni Parlacino e Bruno Garavoglia, grafico e fotografo presso cui lavorai a cavallo tra gli anni settanta e gli ottanta: m’insegnarono la semplicità dell’eleganza nella grafica e nella fotografia. Di questo sarò loro grato per sempre.

Sul retro del biglietto ci sono, oltre le macchie di vino, anche gli schizzi di un maestro di scrittura parigino che mi spiegava l’origine di alcune lettere dell’alfabeto. Alla fine della cena eravamo tutti ubriachi e finimmo a parlare di calcio e donne e vino, dimenticando Garamond, Manuzio, Jenson, Caslon, Bodoni e tutti gli altri discorsi coltissimi e raffinatissimi dell’inizio della cena…..