Posts Tagged ‘nero di troia’
L’eccellenza della semplicità

https://www.vincenzoreda.it/nero-di-troia-in-purezza-ovvero-nerone-by-la-marchesa/

Certe volte, neanche troppo di rado, mi piace giocare con quel che io chiamo: l’eccellenza della semplicità. Con questa espressione voglio significare quanto a volte può essere complessa e attraente quella che può apparire, a uno sguardo superficiale, una faccenda semplice.

Per un’occasione particolare, ho scelto di cenare con un semplice, in apparenza, piatto di paccheri al sugo. Ma quel sugo era reso particolarmente complesso da una dose appropriata – guai a sbagliarla! – di colatura di alici di Cetara e dal giusto contorno di peperoncino piccante fresco: una vera bontà…

Il tutto accompagnato da un vino eccellente: Il Nerone della Marchesa 2009, Nero di Troia in purezza da Lucera (Foggia). M’ero tenuto da parte questa bottiglia per un momento particolare e non ho sbagliato. Naso finissimo con sentori erbacei e balsamici, ma il meglio lo regala al palato con sapori pungenti di caffè e cacao, facendo bene attenzione a permettergli a lungo di respirare (meglio assai il giorno dopo). L’ho bevuto nel mio unico bicchiere Riedel, sbreccato, firmato Angelo Gaja 2009.

Questa è la mia eccellenza della semplicità

Drink pink: soprattutto Nebbiolo

Fino a non molti anni fa i rosati erano vini estranei ai miei interessi.

Cominciò a cambiare qualcosa quando mi recai sul Garda per una mostra e incontrai il Chiaretto. Non dico che fu amore a prima beva ma qualcosa di assai simile. E cominciò il solito tarlo che mi rode quando scopro qualcosa di nuovo che non conosco e che m’induce a indagare, leggere, chiedere in giro, ecc.: è la mia condanna e, purtroppo, mi succede spesse volte e in settori i più disparati.

Qualche tempo dopo scrissi un articolo per Horeca Magazine incentrato proprio sui vini rosati che avevo bevuti e valutati  nel corso del Vinitaly 2011. Aziende prestigiose, soprattutto pugliesi: Leone de Castris, Botromagno, ecc. Che mi piacquero ma non mi entusiasmarono. Trovai invece davvero eccellente La Rose di Manincor: un rosato che è il risultato di un improbabile uvaggio di Lagrein, Merlot, Cabernet, Pinot Nero, Petit Verdot, Tempranillo, Syrah! Notevole per davvero.

Poi ho apprezzato il Melograno de La Marchesa di Lucera: rosato da Nero di Troia, più secco e complesso dei rosati di Primitivo e Negramaro. Mi è piaciuto e ne ho bevuto non poco.

Tutt’altro che malvagio il rosato di Sangiovese, gustato a Montemaggiore e con la mia etichetta.

E poi mi sono imbattuto nei rosati di Nebbiolo e qui sì è stato amore a prima vista. Soprattutto con il Rosato di Brezza, ma anche quello che sta sviluppando l’amico Vincenzo Munì (di cui ho parlato su questo sito) e infine, ma non certo il meno interessante, quello che ho appena bevuto di Gigi Rosso. Non c’è da discutere, anche per i rosati il Nebbiolo è  un frutto straordinario.

Con il successo che stanno avendo in tutto il mondo sarebbe bene tenerne conto e magari, visto che siamo i principali esportatori (e i francesi ne bevono più di quanto ne producono), proporre il rosato di Nebbiolo proprio a questo mercato di gente con la puzza sotto il naso: il Nebbiolo provvederebbe a levargliela, la puzza!

Lampascioni e patate

Il termine scientifico è Muscari comosum e indica una pianta erbacea della famiglia delle Liliacee che fiorisce in primavera e presenta un tipico fiore con petali filamentosi di colore viola carico. I bulbi di questa pianticella sono i famosi lampascioni, lambascioni, ecc. Noi montanari calabresi li chiamiamo cipulline o cipulluzze. Non è vero che crescono soltanto in meridione (Puglia e Basilicata sono le terre in cui per tradizione meglio si conoscono e si preparano): mi ricordo che con mio padre andavamo a raccoglierle nei prati del quartiere Lingotto, lungo la ferrovia delle periferie torinesi nei primi anni sessanta.

Nella nostra tradizione silana si cucinano fritte con le patate o si mangiano a frittata con soltanto uova. La ricetta per cucinarle fritte (sono una di quelle 5/6 preparazioni che considero coccole personali) è la seguente.

Per 4 persone occorrono circa 1/2 chilo di lampascioni e 1/2 chilo di patate. E’ bene comprare i lampascioni più grossi perché si puliscono meglio: è la pulizia di questi cipollotti ricchi di fastidiosa resina, assai collosa, che è di particolare difficoltà. Dopo averli ben bene ripuliti degli strati esterni zeppi di terra, averne tagliato la sommità e la parte inferiore, si lavano con cura. Vanno poi lasciati almeno un paio d’ore in acqua e aceto (bastano un paio di cucchiai per 2 litri d’acqua. Trascorso questo periodo, che serve per far perdere molto del gusto amarognolo che è loro tipico, si tagliano in quattro pezzi e li si mette a stufare, con un poco della loro acqua e aceto, in una padella. Appena l’acqua è evaporata si aggiungono le patate, tagliate a spicchio, e l’olio (extravergine, mi raccomando). Vanno rimescolate spesso e le patate devono quasi spappolarsi. Occorre circa una mezzoretta a fuoco non troppo vivace per la giusta cottura. Impiattate e salate, il meglio consiste di condirle con una ricca spolverata di peperoncino rosso macinato. Un piatto dal sapore assai particolare, certo non delicato ma pur cui io personalmente impazzisco. Il vero problema è rappresentato dalle conseguenze notturne e del giorno dopo: io la chiamo guerra chimica….Dimenticavo: l’ultima volta ci ho bevuto un delizioso Nero di Troia di Lucera (Nerone La Marchesa 2010, en primeur).

HoReCa n.59, mio articolo su Cantina La Marchesa di Lucera
Nero di Troia in purezza: ovvero Nerone by La Marchesa

Mi è venuta in mente Claudia. Erano gli anni Ottanta, Claudia aveva una ventina d’anni: bellissima, smorfiosetta, donna già complicata come lo sono le napoletane, quelle veraci, borghesi di buona famiglia. A lei debbo il primo assaggio di Cacc’ e Mmitte, Cantine Svevo di Lucera: eravamo nel solito posto sul Gargano, tra Mattinata e Pugnochiuso. Il posto dove sono ancora oggi a trascorrere le mie vacanze che al solito sono tutt’altro che vacanti.

Gegè Mangano anni fa mi aveva fatto bere la prima bottiglia di un’azienda appena nata in Lucera: Nero di Troia in purezza, Nerone 2007 della cantina La Marchesa. Lo avevo trovato davvero ottimo e conoscevo bene Le Cruste di Longo, protagonista del mio racconto La bottiglia del giorno dopo.

Lo stesso Gegè mi ha messo in contatto con Marika Maggi che insieme a Sergio Lucio Grasso conduce la giovane azienda di circa 11 ha, posta nella piatta e fertilissima campagna a pochi chilometri a nord di Lucera.

Avevo pianificato questa visita già lo scorso anno e finalmente riesco a interrompere le mie vacanze per una giornata di piacevole lavoro.

Lucera è un importante centro che dista una ventina di chilometri da Foggia, verso ovest. Ci si trova nel piatto Tavoliere pugliese, ovvero una Terra generosa che da molti millenni ospita olivi, grano, viti, molti ortaggi e frutta; inoltre, da un paio di secoli ha adottato, con risultati straordinari, l’alieno pomodoro.

Lo scirocco oggi soffia sulla piana: sono 39° già intorno alle 11 di mattina!

Mi accoglie Marika e mi consegna nelle mani di Sergio per un giro nelle vigne: qui la memoria mi risveglia il ricordo dell’indimenticabile Gino: le vigne “bisogna camminarle”, anche a 39° in un lunedì di agosto.

E allora le mani appassionate e contadine di un uomo che ama la sua Terra ti mostrano con amore il grappoletto spargolo di uva Nero di Troia che proprio in questi giorni sta compiendo l’invaiatura. E la stessa persona ti descrive le potature corte di una giovane vigna tenuta a spalliera e ti racconta le necessarie e successive operazioni di potatura verde e di diradamento che servono a limitare le quantità di uva che naturalmente queste piante, spinte dai suoli ubertosi e dal clima, producono con una vigoria fuori del comune. Questo furore produttivo va controllato e limitato con rigore: soltanto in questo modo l’uva può raggiungere il giusto livello di qualità che potrà garantire un ottimo vino.

Le rese per ettaro delle uve Bombino, Montepulciano, Falanghina e Nero che vengono usate per i vini bianchi, i rosati e i neri da bere giovani raggiungono, pur con i diradamenti, i 160/180 ql per ettaro! Ovviamente per il Cacc’ e Mmitte e il Nerone le rese, in vigne più vecchie, non possono superare gli 80 ql.

Non c’è nulla di meglio, per conoscere un vino, che girare per le sue vigne, calpestarne il suolo che le ospita ed essere carezzati dalle stesse brezze che le aiutano a maturare.

Mai bisogna dimenticare che il vino è spremuta d’uva fermentata: e l’uva, dunque la vigna, è tutto. La cantina serve soltanto a non rovinare quello che il frutto ha donato: l’attività in cantina può soltanto peggiorare, mai migliorare, la qualità che la Terra ha saputo guadagnare.

Assai accaldati, ritorniamo al sicuro della frescura che i spessi muri di una masseria ristrutturata con gusto sanno conservare.

Ci aspetta Marika che si occupa di tutto ciò che riguarda marketing e commercio.

Se Sergio è il discendente di una vecchia famiglia contadina e ne è espressione dura e pura, Marika è una persona curiosa, dalla grande facilità di rapporto umano. Laureata in Lettere Moderne a Perugia, nella stessa Umbria ha seguito con passione e profitto i corsi AIS e dalla grande tradizione di quella regione ha mutuato le conoscenze riguardo alla comunicazione, all’immagine e al commercio del vino. Inoltre, è un’ottima cuoca, curiosa e sperimentatrice di gusti e tradizioni, anche esotiche.

Comincio a bere il rosato. Il Melograno, Nero e Montepulciano (80-20%), è un vino di 12,5% vol, colore rosa scarico, naso delicato. In bocca è un vino in cui si sente la struttura del Nero di Troia, buona acidità, secco, persistente e armonico: uno di quei rosati non modaioli, lontanissimo dalle vinificazioni in bianco, spesse volte stucchevoli, del Negramaro. Ne producono circa 15.000 bottiglie.

Il Quadrello è il bianco da uve Bombino bianco e Falanghina (80-20%), per 12,5% vol., di colore giallo paglierino, profumi delicati di frutta bianca e palato che esalta la banana, con sfumature di miele. Un bianco quasi importante, assai lungo e di gradevole equilibrio. Tenuto a macerare sulle bucce per soltanto 5 ore (alla faccia della moda!), rappresenta un risultato eccellente per un vino che a scaffale non supera i 7 €, come il rosato, del resto. Ne producono circa 15/20.000 bottiglie.

Il rosso Donna Cecilia, uve Nero e Montepulciano (60-40%), soltanto acciaio, è tenuto a gradazione alcolica non eccessiva (12,5% vol.). Colore rubino intenso, sentori delicati di frutti rossi, in bocca è pulito, armonico e di buona persistenza: un vino non impegnativo da consumare giovane e con una grande facilità di abbinamento a differenti cibi. 20.000 bottiglie per un vino da 6/6,5 € a scaffale.

La Doc Cacc’ e Mmitte  risale al 1975, precisamente il 13 dicembre, Santa Lucia. Per molti anni prodotto dalla Cantina Cooperativa Svevo di Lucera, oggi viene presentato da numerose aziende. Questo de La Marchesa, 2009 è assemblato con il classico uvaggio Nero, Montepulciano e Bombino bianco (70-20-10%), riposa 15 mesi in tonneau prima di continuare l’evoluzione in bottiglia. 13% vol. con colore rubino intenso e riflessi granata, al naso sentori di frutta di bosco. In bocca è un vino grasso, di buona acidità, ancora con qualche squilibrio dovuto alla giovane età. Molto persistente: questo è un vino importante che ha bisogno di ancora un paio d’anni per dare il meglio.6.000 bottiglie per 15 € a scaffale.

Il Nerone 2009 l’ho bevuto per ultimo. Questo è un vino importante, direi un grande vino che sta nelle ancora poco esplorate possibilità del Nero di Troia vinificato in purezza e spremuto da uve di vigne vecchie con rese sotto gli 80 ql/ha. Un vino a cui 12 mesi di barrique di secondo passaggio fanno bene. Soltanto 13% vol., colore rubino intenso con riflessi aranciati, al naso sentori complessi che dai frutti di bosco cominciano a migrare verso profumi di  cuoio e pellami vari. La bocca è piena, grassa, già equilibrato e maturo ma che promette almeno altri 8/10 anni di evoluzione.

Non vi sono dubbi, lo dicevo quando lo si conosceva in pochi (oggi il Nero di Troia sta cominciando a insidiare Primitivo e Negramaro): questo vitigno si deve considerare appartenente di diritto alla famiglia dei grandissimi a bacca rossa del nostro Sud. La fortuna è che queste uve le abbiamo soltanto noi: non ci possono far concorrenza francesi, spagnoli, cileni, sudafricani, americani et caetera! Ne sapessimo approfittare per una volta…

Chiudo con la considerazione che le persone che mi hanno ospitato in maniera semplice e calorosa, Marika e Sergio, hanno bisogno di lavorare con serenità e con l’appoggio, anche soltanto morale, di chi ama la Terra e il Vino. La loro passione, la loro tenacia, la loro applicazione – pur in un contesto che sconta una certa sudditanza periferica (almeno rispetto al modaiolo Salento) – saranno premiate dal tempo, che è sempre galantuomo. Forse e non per nulla, sono giunto qui dal ristorante Li Jalantuumene, di quel simpaticone – nonché grande chef – di Gegè Mangano.

Salute.

Cantina La Marchesa

Via Ciaburri, 101 – 71036 Lucera (Foggia)

+39 337 838702  +39 329 0946868

maggi_26@libero.it

La bottiglia del giorno dopo: Le Cruste 2004 di Longo

Questo racconto – pubblicato per la prima volta nel settembre del 2006 su Barolo & Co e scritto in quel periodo – fa parte del mio libro Più o meno di vino, pubblicato lo scorso anno per i tipi delle Edizioni del Capricorno. E’ uno dei miei racconti preferiti, uno di quelli che piace di più e che spesso leggo durante le presentazioni del libro.

Quella benedetta bottiglia era l’eccellente Le Cruste, di Alberto Longo: è giusto, oggi, precisarlo. Nella foto accanto sono con l’amico Gegè, addossato al secentesco muro dell’antico convento di  Monte S. Angelo.

LA BOTTIGLIA DEL GIORNO DOPO

UNA STORIA DI VINO

La linea piatta, regolare e noiosa che da Trieste fino al Salento contiene a ovest l’Adriatico è interrotta tre volte da promontori che crescono scendendo verso sud.

Monte San Bartolo è il primo sperone addossato a Pesaro; poco oltre, il Conero si erge su Ancona ben più imponente e importante; molto più a sud-est il Gargano riempie la vista e nasconde il mare.

Sono tanti anni ormai che tra la fine di luglio e agosto ripercorro la faticosa A14 per trovare le mie vacanze, letteralmente i miei vuoti ( da vacare, vacuo, ecc…), sotto un uliveto millenario che riempie un piccolo piano creato dai riporti alluvionali di epoca pleistocenica e abitato dall’uomo fin dal paleolitico antico.

Situato a nord-est di Mattinata ( la romana Matinum, fondata a baciare il sole nascente), questo è il mio ritiro estivo.

Da qualche anno, non molti in verità, consumo un rito:  un giorno della prima settimana di agosto, di solito in tarda mattinata, abbandono la mia amàca messicana, tesa tra due ulivi che in questo periodo sono già ben carichi di frantoiane piccine e prossime alla maturità, e parto verso Monte Sant’Angelo.

Si tratta di un percorso di circa 30 chilometri e di una quarantina di minuti che mi porta, attraverso gli odori fortissimi della macchia mediterranea ben esposta al sole torrido della tarda mattinata, a oltre settecento metri di quota, in prossimità del cuore del promontorio.

Vado a trovare il mio amico Gegè, grande chef che mi ospita dentro i mille bianchi abbacinanti di Monte Sant’Angelo, in una piazzetta secentesca, alla quale si accede solo percorrendo scaloni di lucido tufo. Intorno, il quartiere medievale Junno, con le casette bianche, tutte uguali, disposte come denti di una sega; poco lontano, la grotta dove apparve l’Arcangelo Michele e che unisce questo magnifico paese alla nostra Sacra in Val Susa e a Mont Saint Michel in Normandia.

Il mio posto, sempre il solito, è all’aperto tra un bagolaro e un        muraglione  di pietra, avanzo di un antico convento di suore.

Gegè è un burlone autentico che, a testimonianza del suo grande affetto nei miei confronti, in genere mi accoglie con insulti e male parole sputate a bocca larga, sorridendo a modo suo tra pizzetto e folti capelli arruffati che caratterizzano una faccia da schiaffi e due occhietti scuri che pungono.

Che ti preparo, fai tu, sai che di te mi fido, va bene ci penso io e parte verso la cucina che si trova qualche scalone giù in basso.

E’ cucina di territorio, semplice e sublime.

E da bere cosa mi fai provare, guarda oggi  ti faccio assaggiare un vino che so che ti piace. Aspetta e vedrai.

E’ un nero di Troia in purezza, 2004, prodotto a Lucera da uno che ha deciso di fare le cose per bene, con grande enologo del nord e tutto il resto ( sì, lui non dice: e quant’altro).

Assaggio, godendo di tutti quei bianchi e grigi che sono i colori di calce e tufo che delimitano la piazza in vari piani verticali e orizzontali e sono bruscamente interrotti dall’azzurro schietto e chiaro del cielo del Gargano alle 13 di un giorno di agosto.

Vitigno autoctono, da poco riscoperto e ritenuto capace di produrre da solo vini importanti, come questo rosso di gran corpo, vigoroso, sincero, un po’ squilibrato, non male ma vorrei avere un po’ di tempo in più.

Non bevo mai più di una mezza bottiglia scarsa – anche perché non voglio mai rinunciare al rum invecchiato o whisky di malto o cognac che Gegè mi propone per accompagnare il mezzo toscano riserva di fine pasto.

Ascolta, portatela giù, la finisci stasera così la puoi sentire meglio, va bene, ciao, ci vediamo ci sentiamo…..

E si torna al sicuro sotto gli ulivi che il piccolo, vecchio e storpio Matteo tratta come figli. Gli ulivi, altro che i turisti!

La sera non ho voglia di bere quel vino troppo importante per il pesce di scoglio che mangiamo. E neanche il giorno successivo e quello dopo.

Il terzo giorno finalmente mettiamo sulla brace un bel coscio di agnello: è la volta buona per quella mezza bottiglia di nero di Troia. Ma son passati tre giorni, non saranno troppi?

Altro che troppi: una meraviglia, una sfera di velluto che carezza il palato, equilibrato, ampio con un alito penetrante e poi, quello che più conta, lungo lungo ché ci vuole tempo per lasciarti bocca e gola pulite.

Ho pensato, godendo come un’aquila, alle verticali, ai giapponesi, ai corsi per aspiranti sommelier, agli stand del Vinitaly,  ai bicchieri grappoli pallozzi voti delle guide……Una mezza bottiglia di tre giorni….L’ho bevuta come aperitivo,  con l’agnello, con i fichi e l’ultimo sorso me lo sono tenuto per introdurre il primo tiro di mezzo toscano riserva.

Dondolando sulla mia amàca messicana, tesa tra due ulivi secolari, sul Gargano, Italia, un pomeriggio di agosto di quest’anno del Signore. Perché gli anni sono tutti del Signore.

http://www.albertolongo.it/

Radisson Hotel: i manifesti per la mostra di Vincenzo Reda

Per curiosità: la foto che hanno scelto (la scelta è stata degli indiani, credo di Sudipto, F&B manager) è uno scatto della scorsa estate al ristorante Li Jalantuumene del mio grande amico Gegè Mangano, sto bevendo un portentoso Nero di Troia (La Marchesa di Lucera)…..

Nerone della Marchesa 2007

Quest’anno Gegè non è particolarmente in forma: La Crisi ci sta facendo del male un po’ a tutti e io stesso non mi sento euforico e ricettivo tanto quanto in altre stagioni meno diroccate. Ma piazza de Galganis e Li Jalantuumene a Monte S. Angelo contribuiscono pur sempre a farmi sentire meglio: il mio amico Gegè poi sa sempre come pigliarmi per la gola. Ma non vuole che lo descriva come una “faccia da schiaffi”: devo inventare per lui un’altra espressione…

Ha preparato per mia moglie e per me un piatto di semplici gnocchi conditi con un passato di cime di rape e farciti con pomodori secchi: che dire? Quando la semplicità diventa sublime significa che si sta dalle parti dell’Arte. E poi un filetto di vacca podolica accompagnato con una deliziosa patata al cartoccio (e spolverato con un pizzico di cioccolata fondente) per sottolineare, una volta ancora, che da queste parti anche la carne rossa può essere ottima.

Ma la sorpresa è il vino: una bevuta in anteprima di una bottiglia fuori commercio, ancora senza etichetta. E’ il Nerone della Marchesa 2007, un Nero di Troia in purezza della Cantina Contrada Marchesa di Lucera, città del vino (famoso il complesso uvaggio Cacc’e Mitte) del sub-appennino Dauno in provincia di Foggia. E’ un vino forte, giovane, di già contento d’essere bevuto ma desideroso ancora di percorrere anni di strada; il naso è come dev’essere, con i frutti sensuali e conturbanti tenuti dentro la giusta misura che ha soltanto il compito di esaltare la lingua: il vino si deve assaporare più che annusare e osservare. E quando ti assedia la lingua, se è un vino come si conviene, deve innescarti altri sensi, per i fortunati come me che li possiedono.

Gran vino: giudizio non obiettivo perché io amo il Nero di Troia e non devo niente a nessuno se non alla mia presunzione di dire quel che mi piace. L’assaggio è durato poco: soltanto un paio d’ore, vorrei avere il tempo di gustarlo meglio e di saggiare gli altri vini di questa impresa giovane, abbastanza piccola (circa 12 ettari) e assai promettente. Gegè mi ha fatto parlare con Marika, sommelier e addetta alle pubbliche relazioni, e spero che ella ricordi la promessa.

Cantina Contrada Marchesa

Via Ciaburri,101

71036 Lucera (FG)

Tel. +39 0881 524000

grassogiuseppe7@tin.it

Personaggi

In questa galleria di immagini sono presenti alcuni tra i più significativi personaggi che hanno accompagnato molti decenni di estati trascorse sul Gargano.

C’è Giovanni detto “Tinghe-tanghe” (per via della zoppia del padre), orfano dell’ultimo dei suoi muli (si chiama Antonio e ha preso il posto di molti muli chiamati Matteo); Giovanni abita una masseria a mezza costa che funziona ancora come un secolo fa: senza corrente elettrica e con l’acqua di pozzo. Giovanni racconta una storia incredibile secondo la quale egli sarebbe il fratellastro di Lucio Dalla: la vicenda è verosimile… C’è il piccolo Matteo, il braccio armato di Antonio Vaira, oggi quasi ottantenne, che si occupa degli olivi e li cura e li conosce come pochi altri, forse, al mondo. C’è il vecchio e saggio Antonio che si ostina a guidare una Fiat Uno che, molti anni fa, probabilmente somigliava a un’auto.

E c’è Tonino: una storia. Pescatore che vendeva quarant’anni fa bibite sulla spiaggia, ha creato il piccolo mito del ristorante “Da Tonino”: a due metri dal mare, la moglie cucinava le orecchiette, le cozze e i cefali come nessuno nel raggio di decine di chilometri. Oggi non lavora quasi più: si occupa dei numerosi nipoti, tutti incredibilmente somiglianti, e sorveglia il lavoro di figli, figlie generi, nuore e nipoti. Si mangia ancora come nella tradizione di famiglia, a due passi dal mare. E si beve un ottimo vino sfuso, nero di Troia che viene da Cerignola. Da Tonino vengono a mangiare, arrivando dal mare, da tutto il Gargano. Con Tonino da sempre parliamo di polipi e cefali e spigole e saraghi e seppie e ombrine: s’informa sempre su come sono andate le mie battute di pesca.