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Nero di Troia in purezza: ovvero Nerone by La Marchesa

Mi è venuta in mente Claudia. Erano gli anni Ottanta, Claudia aveva una ventina d’anni: bellissima, smorfiosetta, donna già complicata come lo sono le napoletane, quelle veraci, borghesi di buona famiglia. A lei debbo il primo assaggio di Cacc’ e Mmitte, Cantine Svevo di Lucera: eravamo nel solito posto sul Gargano, tra Mattinata e Pugnochiuso. Il posto dove sono ancora oggi a trascorrere le mie vacanze che al solito sono tutt’altro che vacanti.

Gegè Mangano anni fa mi aveva fatto bere la prima bottiglia di un’azienda appena nata in Lucera: Nero di Troia in purezza, Nerone 2007 della cantina La Marchesa. Lo avevo trovato davvero ottimo e conoscevo bene Le Cruste di Longo, protagonista del mio racconto La bottiglia del giorno dopo.

Lo stesso Gegè mi ha messo in contatto con Marika Maggi che insieme a Sergio Lucio Grasso conduce la giovane azienda di circa 11 ha, posta nella piatta e fertilissima campagna a pochi chilometri a nord di Lucera.

Avevo pianificato questa visita già lo scorso anno e finalmente riesco a interrompere le mie vacanze per una giornata di piacevole lavoro.

Lucera è un importante centro che dista una ventina di chilometri da Foggia, verso ovest. Ci si trova nel piatto Tavoliere pugliese, ovvero una Terra generosa che da molti millenni ospita olivi, grano, viti, molti ortaggi e frutta; inoltre, da un paio di secoli ha adottato, con risultati straordinari, l’alieno pomodoro.

Lo scirocco oggi soffia sulla piana: sono 39° già intorno alle 11 di mattina!

Mi accoglie Marika e mi consegna nelle mani di Sergio per un giro nelle vigne: qui la memoria mi risveglia il ricordo dell’indimenticabile Gino: le vigne “bisogna camminarle”, anche a 39° in un lunedì di agosto.

E allora le mani appassionate e contadine di un uomo che ama la sua Terra ti mostrano con amore il grappoletto spargolo di uva Nero di Troia che proprio in questi giorni sta compiendo l’invaiatura. E la stessa persona ti descrive le potature corte di una giovane vigna tenuta a spalliera e ti racconta le necessarie e successive operazioni di potatura verde e di diradamento che servono a limitare le quantità di uva che naturalmente queste piante, spinte dai suoli ubertosi e dal clima, producono con una vigoria fuori del comune. Questo furore produttivo va controllato e limitato con rigore: soltanto in questo modo l’uva può raggiungere il giusto livello di qualità che potrà garantire un ottimo vino.

Le rese per ettaro delle uve Bombino, Montepulciano, Falanghina e Nero che vengono usate per i vini bianchi, i rosati e i neri da bere giovani raggiungono, pur con i diradamenti, i 160/180 ql per ettaro! Ovviamente per il Cacc’ e Mmitte e il Nerone le rese, in vigne più vecchie, non possono superare gli 80 ql.

Non c’è nulla di meglio, per conoscere un vino, che girare per le sue vigne, calpestarne il suolo che le ospita ed essere carezzati dalle stesse brezze che le aiutano a maturare.

Mai bisogna dimenticare che il vino è spremuta d’uva fermentata: e l’uva, dunque la vigna, è tutto. La cantina serve soltanto a non rovinare quello che il frutto ha donato: l’attività in cantina può soltanto peggiorare, mai migliorare, la qualità che la Terra ha saputo guadagnare.

Assai accaldati, ritorniamo al sicuro della frescura che i spessi muri di una masseria ristrutturata con gusto sanno conservare.

Ci aspetta Marika che si occupa di tutto ciò che riguarda marketing e commercio.

Se Sergio è il discendente di una vecchia famiglia contadina e ne è espressione dura e pura, Marika è una persona curiosa, dalla grande facilità di rapporto umano. Laureata in Lettere Moderne a Perugia, nella stessa Umbria ha seguito con passione e profitto i corsi AIS e dalla grande tradizione di quella regione ha mutuato le conoscenze riguardo alla comunicazione, all’immagine e al commercio del vino. Inoltre, è un’ottima cuoca, curiosa e sperimentatrice di gusti e tradizioni, anche esotiche.

Comincio a bere il rosato. Il Melograno, Nero e Montepulciano (80-20%), è un vino di 12,5% vol, colore rosa scarico, naso delicato. In bocca è un vino in cui si sente la struttura del Nero di Troia, buona acidità, secco, persistente e armonico: uno di quei rosati non modaioli, lontanissimo dalle vinificazioni in bianco, spesse volte stucchevoli, del Negramaro. Ne producono circa 15.000 bottiglie.

Il Quadrello è il bianco da uve Bombino bianco e Falanghina (80-20%), per 12,5% vol., di colore giallo paglierino, profumi delicati di frutta bianca e palato che esalta la banana, con sfumature di miele. Un bianco quasi importante, assai lungo e di gradevole equilibrio. Tenuto a macerare sulle bucce per soltanto 5 ore (alla faccia della moda!), rappresenta un risultato eccellente per un vino che a scaffale non supera i 7 €, come il rosato, del resto. Ne producono circa 15/20.000 bottiglie.

Il rosso Donna Cecilia, uve Nero e Montepulciano (60-40%), soltanto acciaio, è tenuto a gradazione alcolica non eccessiva (12,5% vol.). Colore rubino intenso, sentori delicati di frutti rossi, in bocca è pulito, armonico e di buona persistenza: un vino non impegnativo da consumare giovane e con una grande facilità di abbinamento a differenti cibi. 20.000 bottiglie per un vino da 6/6,5 € a scaffale.

La Doc Cacc’ e Mmitte  risale al 1975, precisamente il 13 dicembre, Santa Lucia. Per molti anni prodotto dalla Cantina Cooperativa Svevo di Lucera, oggi viene presentato da numerose aziende. Questo de La Marchesa, 2009 è assemblato con il classico uvaggio Nero, Montepulciano e Bombino bianco (70-20-10%), riposa 15 mesi in tonneau prima di continuare l’evoluzione in bottiglia. 13% vol. con colore rubino intenso e riflessi granata, al naso sentori di frutta di bosco. In bocca è un vino grasso, di buona acidità, ancora con qualche squilibrio dovuto alla giovane età. Molto persistente: questo è un vino importante che ha bisogno di ancora un paio d’anni per dare il meglio.6.000 bottiglie per 15 € a scaffale.

Il Nerone 2009 l’ho bevuto per ultimo. Questo è un vino importante, direi un grande vino che sta nelle ancora poco esplorate possibilità del Nero di Troia vinificato in purezza e spremuto da uve di vigne vecchie con rese sotto gli 80 ql/ha. Un vino a cui 12 mesi di barrique di secondo passaggio fanno bene. Soltanto 13% vol., colore rubino intenso con riflessi aranciati, al naso sentori complessi che dai frutti di bosco cominciano a migrare verso profumi di  cuoio e pellami vari. La bocca è piena, grassa, già equilibrato e maturo ma che promette almeno altri 8/10 anni di evoluzione.

Non vi sono dubbi, lo dicevo quando lo si conosceva in pochi (oggi il Nero di Troia sta cominciando a insidiare Primitivo e Negramaro): questo vitigno si deve considerare appartenente di diritto alla famiglia dei grandissimi a bacca rossa del nostro Sud. La fortuna è che queste uve le abbiamo soltanto noi: non ci possono far concorrenza francesi, spagnoli, cileni, sudafricani, americani et caetera! Ne sapessimo approfittare per una volta…

Chiudo con la considerazione che le persone che mi hanno ospitato in maniera semplice e calorosa, Marika e Sergio, hanno bisogno di lavorare con serenità e con l’appoggio, anche soltanto morale, di chi ama la Terra e il Vino. La loro passione, la loro tenacia, la loro applicazione – pur in un contesto che sconta una certa sudditanza periferica (almeno rispetto al modaiolo Salento) – saranno premiate dal tempo, che è sempre galantuomo. Forse e non per nulla, sono giunto qui dal ristorante Li Jalantuumene, di quel simpaticone – nonché grande chef – di Gegè Mangano.

Salute.

Cantina La Marchesa

Via Ciaburri, 101 – 71036 Lucera (Foggia)

+39 337 838702  +39 329 0946868

maggi_26@libero.it

Marco Valerio Marziale


 “E Fillide fu mia.

Bellissima, stupenda,

con me, in tutti i modi,

per una intera notte,

appassionatamente,

fu prodiga d’amore.

All’alba già pensavo

Che cosa avrei potuto

In dono farle avere.

Profumo da una libbra?

Di Cosmo o di Nicero?

O lane superiori,

di Betica,  in matasse?

Oppure dieci bionde

Monete fior di conio

Del Cesare sovrano?

Quand’ecco, all’improvviso,

al collo mi si avvinghia:

a lungo sulla bocca

m’imprime dolcemente

un bacio che ricorda

l’amplesso colombino.

Infine lei mi chiede

Un’anfora di vino.”

 

Marco Valerio Marziale nasce a Bilbilis (nei pressi dell’odierna Catalayud, in Aragona, a sud-ovest di Saragozza) il 1° marzo di un anno compreso tra il 38 e il 41 d.C.

Di famiglia certamente agiata, potè seguire regolarmente quegli studi a cui un giovane, il quale avesse desiderio di intraprendere la carriera letteraria, doveva necessariamente attendere, pur se grammatica e retorica non erano nelle sue preferenze.

Certamente ebbe una buona educazione dai genitori, che ricorda in un componimento dolcissimo dedicato alla morte di una bimba: Frontone e Flaccilla.

Nel 64 dalla Spagna si trasferisce a Roma: un circolo potentissimo di intellettuali e letterati spagnoli lo accoglie benevolmente: Quintiliano, Seneca, Columella, Lucano dominano la vita colta della Roma imperiale di Nerone.

Al giovane di belle speranze viene vivamente consigliato di dedicarsi all’insegnamento o all’avvocatura, attività proficue e di buon prestigio, ma il Nostro sente forte la vocazione del poeta: fatto si è che esercitare tale attività, allora, significava dover cercare qualche nobile o potente al cui servizio mettere la propria arte declamatoria, dunque comporre versi sostanzialmente adulativi e diventare così “cliente”, onde poter vivere o sopravvivere, a seconda delle fortune o della magnanimità del protettore.

Purtroppo, nel 65 avviene un fatto che sconvolge la cerchia intellettuale spagnola: Nerone scopre la congiura dei Pisoni e agisce reprimendo crudelmente i congiurati. Seneca, Pisone, Lucano e altri vengono eliminati e certamente Marziale non dovette passarsela troppo bene.

Non sappiamo nulla di come visse fino all’80: a Nerone successero Galba, Ottone, Vitellio e Vespasiano per arrivare, appunto a Tito.

Certo il Poeta zonzolava tra perenni ristrettezze economiche e umilianti incombenze poetiche ( la salutatio che fruttava la misera sportula, oggi meglio nota come “pagnotta”), per i quartieri popolani di Roma: la Clivus Suburana, la Suburra ( via malfamata posta tra il Quirinale, dov’egli aveva una misera casa, e il Viminale), doveva essere la sua meta preferita: ladri, puttane, gladiatori, pervertiti, taverne, mescite di vino, bordelli, bagni pubblici….

E’ questo il contesto dove lo spirito di osservazione, l’arguzia, la lingua tagliente, il grande talento poetico dello Spagnolo portano l’epigramma al culmine, mai più superato da alcuno, dell’arte.

Marziale possiede un poderetto al Nomentano e questo è uno dei pochi svaghi che lo allontana dalle angustie del quotidiano: il sogno di un ritorno alla terra, che avverrà negli ultimi anni della sua vita e sarà una grande delusione, è uno dei motivi conduttori della sua arte.

Finalmente, con l’inaugurazione del Colosseo, regnante Tito, il Poeta riesce a avvicinarsi alla corte: compone una trentina di epigrammi dedicati all’avvenimento epocale (Liber spectaculorum); ne ottiene in cambio lo ius trium liberorum, un appannaggio economico che spettava ai capifamiglia con almeno tre figli: il fatto strano è che il Nostro era scapolo…….

Sappiamo che tentò di fuggire dalla vita caotica dell’ormai enorme metropoli ( Roma contava allora molte centinaia di migliaia di abitanti e doveva essere un intrico di lingue e di razze straordinario), intorno all’88 fece un viaggio a Imola, ma l’attrazione fatale per l’odiata/amata Città lo richiamò prestamente.

Domiziano, poco più tardi, riconobbe al Poeta il tribunato militare con l’iscrizione all’ordine dei cavalieri, pur se la condizione economica non dovette migliorare di molto; in seguito a ciò, Marziale svolse un grande lavoro di elogi, omaggi poetici e adulazioni verso il suo benefattore, tanto che alla morte di questi (Domiziano venne assassinato, com’era assai di moda a quei tempi, nel 96 ) egli ebbe non pochi problemi con il successore Nerva e con Traiano (spagnolo anch’egli, come poi Adriano, imperatori sotto il cui dominio Roma raggiunse il suo apice).

Anche in seguito a questi fatti, nel 98, grazie al favore di una sua ammiratrice, la vedova Marcella, e all’aiuto del suo grande amico Plinio il Giovane, egli riesce a tornare alla nativa Bilbilis, dove si spegne nel 104, sempre rimpiangendo le vie caotiche, puzzolenti, malfamate della sua Roma.

 

“Hominem pagina nostra sapit”

           

Marziale compose oltre 1500 epigrammi, perlopiù in distici elegiaci, inclusi in 12 libri più tre libri d’occasione pubblicati a parte. I suoi epigrammi puzzano di umanità: sotto la volgarità necessaria, sotto la libertà di costumi sessuali pre-cristiana, tra le mentulae, i cunnus, i coleos, l’instancabile futuere, paedicare e fellare si nasconde un grande osservatore, un insospettabile poeta lirico, un perenne ricercatore, un raffinato caricaturista.

 

“Per non puzzar del vino

che ieri hai tracannato,

divori avidamente

i Cosmo-pastiglioni.

Con tali profumate,

soavi colazioni,

t’impiastri solo i denti,

mia povera Fescennia.

Ma freno non può porre

Ai rutti provenienti

Da un baratro infernale.

Così frammisto infatti

a quei potenti aromi,

il tuo fetore è peggio:

con doppia forza il fiato

t’esplode più lontano.

Son frodi troppo note,

malizie da furbastra:

desisti, dammi retta,

non essere ostinata.

E fa’ semplicemente,

da brava, l’ubriaca.”

 

Ho scelto in quest’occasione alcuni componimenti curiosi che riguardano il vino, ma che fanno capire com’era la vita della Roma imperiale, libera assai nei costumi e nell’incipiente decadenza non lontana.

 

“…. Che fa Filene a cena?

Non giace nel triclinio

Se prima vino schietto

-boccali sette almeno-

non ha rivomitato.

Può allora cominciare,

a stomaco svuotato,

a berne nuovamente

e insieme a trangugiare

pallottole di carne

-speciali per atleti-

in sedici bocconi.

Appena terminato

un tal popo’ di roba,

si dedica al piacere…..”

 

Filene è un’energumena che non ama propriamente i maschi e poco oltre sono descritti in maniera spudorata i piaceri ch’ella predilige…..

 

“Continui temporali:

vendemmia flagellata,

di pioggia s’è inzuppata.

Quest’anno sarà duro,

mio caro taverniere.

così come vorresti.

spacciare vino puro.”

 

Tornerò a parlare di vino e poesia in Roma ( e saranno Orazio, Plinio il Vecchio…..), ma a parte il vino, il mio auspicio è che questo breve articolo possa fungere da stimolo a uno o due dei miei per certo scarsi lettori per scoprire, o riscoprire, il talento insuperabile di Marco Valerio Marziale.

 

“Difficilis facilis, iucundus acerbus es idem:

nec tecum possum vivere, nec sine te.”

I testi riprodotti sono tratti dal volume “Gli epigrammi proibiti di Marziale”, nella traduzione di Gianfranco Lotti. Armenia editore.Milano 1989