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Alejandro Jodorowsky, Il maestro e le maghe

https://www.vincenzoreda.it/alejandro-jodorowsky-la-danza-della-realta-e-altri-libri/

Il link qui sopra rimanda all’ampio articolo che ho dedicato al Maestro e relativo ai libri che ho letto e recensito in precedenza. E’ necessario specificarlo perché quest’ulimo suo libro – appena pubblicato in Italia da Feltrinelli, ma uscito in Francia nel 2005 – non lo si può leggere e comprendere appieno se non si conosce, e molto bene, Alejandro Jodorowsky: il suo cinema, il suo teatro, i suoi libri, i suoi tarocchi, la SUA MAGIA.

È un libro autobiografico che racconta il rapporto complesso, mutevole, intermittente dell’autore con il maestro giapponese zen Ejo Takata. Racconta soprattutto il rapporto con la complessità della formulazione e della risoluzione dei Koan, sorta di enigmi, aforismi, indovinelli assurdi che richiedono risposte legate alla filosofia zen.

In questo percorso s’inseriscono le vicende legate a figure femminili straordinarie: la pittrice Leonora Carrington, doña Magdalena, l’attrice messicana chiamata Tigressa e, la più incredibile, Reyna D’Assia, figlia nientemeno che del grande esoterico Gurdjieff.

Il volume, complesso se non si conosce Jodorowsky, termina con una trentina di pagine dedicate a aneddoti che riguardano personaggi noti come Neruda, Dalì, Fellini e, quello che riporto qui sotto, Orson Welles.

“…Per il ruolo del barone Harkonnen in Dune, un grassone gigantesco e cattivissimo, avevo pensato a Orson Welles. Sapevo che era in Francia ma, amareggiato dai produttori che non gli offrivano lavoro, non voleva sentir parlare di cinema. Dove trovarlo? Nessuno sapeva dirmelo. Avevo sentito dire che al maestro piaceva tantissimo mangiare e bere. Chiesi a un mio assistente di telefonare a tutti i ristoranti di Parigi chiedendo se Orson Welles fosse loro cliente. Dopo innumerevoli telefonate, un ristorantino, Chez le Loup, ci confermò che una volta alla settimana, ma non in un giorno prestabilito, l’attore cenava lì da loro. Decisi di andare a mangiare in quel locale ogni giorno. Cominciai il lunedì. Il locale aveva un’eleganza discreta, con un memu raffinato e una carta dei vini eccellente. Se ne occupava il proprietario in persona. Tutte le pareti, tranne una, erano decorate con riproduzioni di quadri di Auguste Renoir. Contro un muro privo do quadri, in una vetrina, c’era una sedia sfondata. Chiesi al proprietario la ragione di quello strano arredamento. Mi disse:«Sono resti che ci colmano di orgoglio: una sera Orson Welles ha mangiato così tanto che ha sfondato la sedi a su cui stava seduto». Tornai il martedì, il mercoledì, il giovedì…Immenso, avvolto in un grande mantello nero, arrivò l’attore. Lo osservai affascinato, come un bambino al giardino zoologico. La sua fame e sete erano leggendarie. Lo vidi divorare nove piatti diversi e bere sei bottiglie di vino. Al momento del dessert, gli feci pervenire una bottiglia di cognac che il proprietario mi aveva assicurato fosse la preferita dal suo voluminoso cliente. Orson Welles, quando l’ebbe ricevuta, mi invitò gentilmente al suo tavolo. Rimasi a sentirlo monologare su sé stesso per mezz’ora, prima di trovare il coraggio di proporgli il mio ruolo. Subito mi disse: «Non mi interessa recitare. Odio il cinema di oggi. Non è arte, è un’industria schifosa, un enorme miraggio figlio della prostituzione». Deglutii, il mondo del cinema l’aveva davvero deluso. Come potevo invogliarlo a lavorare con me?

Ero tesissimo, credevo di avere dimenticato tutte le parole, ma a un tratto sentii la mia voce che gli diceva:«Signor Welles, per tutto il mese che dureranno le riprese della sua parte, le prometto di assumere il capocuoco di questo ristorante: ogni sera le preparerà tutti i piatti che lei desidera, accompagnati da vini e altri alcolici della qualità e nella quantità che lei voglia». Con un largo sorriso accettò di firmare il contratto.”

Luis Buñuel Portolés: Dei miei sospiri estremi

Luis Buñuel Portolés nacque a Calanda (vicino Saragozza, in Aragona) il 22 febbraio 1900 – oggi sono 112 anni – e ci lasciò il 29 luglio 1983 a Città del Messico. Scrisse questo libro già ottantenne con il suo fido sceneggiatore Jean-Claude Carrière. Il titolo originale è: Mon derniere soupir. Il libro fu pubblicato nel 1982 da Edition Robert Laffont, S.A. di Parigi e tradotto in Italia, a Milano, da SE nel 1991. La mia copia è la prima edizione (dubito che ce ne sia stata una seconda). Sono 280 pp. e costava la bella cifra di 38.000 lire. In copertina c’è il particolare di un quadro del 1904 di Dalì (La persistenza della memoria), la IV di copertina è realizzata con una fotografia di Man Ray che ritrae il regista nel 1929. E’ un libro che ho appena riletto: semplicemente strepitoso. Strepitoso come la sua vita: gli amici intimi di questo artista impareggiabile erano personaggi come Lorca, Dalì, Tanguy, Picasso, Man Ray…..

Su questo mio sito saranno in futuro diverse le citazioni che riporterò da questo libro, alcune davvero straordinarie (ci sono due poesie inedite di Lorca, tra l’altro). Personalmente, ritengo che nella storia del cinema ci siano stati tanti grandissimi registi, ma pochi sono stati gli artisti veri, almeno per come la penso io. Buñuel è tra questi, insieme con Chaplin, Fellini, Bresson, Jean Vigo, Fritz Lang, Visconti, Orson Welles, Von Stroheim, Renoir, Pasolini, Marco Ferreri e pochissimi altri. Registi immensi come Sergio Leone,  Stanley Kubrick e Hitchcock – che io prediligo – sono soltanto dei sublimi artigiani, non artisti (e qui si aprirebbe una questione troppo lunga e complessa da spiegare). Mentre non sono ancora capace di definire uno come Billy Wilder che ha realizzato un’opera immensa come Viale del tramonto (Sunset boulervard)….